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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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«Dov’è che l’hai trovata, una buona spada come quella lì?» le domandò. Arya gli lanciò un’occhiataccia e lui sollevò le mani in un gesto difensivo. «Non ho mica detto che l’hai rubata: ho solo chiesto dove l’hai trovata.»

«Me l’ha data mio fratello» mugugnò lei.

«Non lo avevi mai detto di aver un fratello.»

Arya fece una pausa, infilando una mano sotto la camicia per grattarsi. C’erano delle pulci nella paglia, ma in fondo, pulce più, pulce meno… «Ne ho molti, di fratelli.»

«Ah, sì? E sono più grandi di te, o più piccoli?»

“Non dovrei parlare di queste cose. Yoren mi ha detto di tenere il becco chiuso.” «Più grandi» mentì lei. «E anche loro hanno grandi spade, spade lunghe da guerra, e mi hanno mostrato come si fa a uccidere quelli che mi danno fastidio.»

«Ti sto parlando, non dando fastidio.»

Frittella se ne andò, lasciandola sola a rannicchiarsi sul pagliericcio. Dall’estremità opposta del rifugio, continuava a venire il pianto della bambina. “Quanto vorrei che si mettesse tranquilla. Perché deve piangere sempre?”

Sognò un lupo che ululava, un suono talmente terribile che la fece svegliare di soprassalto. Non ricordava di essersi addormentata. Schizzò a sedere sulla paglia, il cuore che le martellava nel petto.

«Frittella, svegliati!» Arya si mise in piedi. «Woth, Gendry… Non sentite?» Infilò uno stivale.

Tutto attorno a lei, uomini e ragazzi si svegliavano e si alzavano dai pagliericci, guardandosi attorno. «Che succede?» fece Frittella. «Sentito cosa?» domandò Gendry. «Arry ha fatto un brutto sogno» disse qualcun altro.

«No, l’ho sentito, un lupo…» insistette lei.

«Arry ce li ha nella testa, i lupi» sogghignò Lommy.

«Lasciali ululare» intervenne Gerren. «Loro sono là fuori e noi siamo qua dentro.»

«Mai sentito di un lupo che riesce a espugnare un fortino» concordò Woth.

«Io non ho sentito niente» disse Frittella scuotendo il capo.

«Era un lupo!» urlò Arya in faccia a tutti loro, infilandosi il secondo stivale. «Qualcosa non va, qualcuno sta venendo… alzatevi!»

Prima che cominciassero a deriderla di nuovo, un suono lacerò la notte, solo che non si trattava affatto dell’ululato di un lupo: era il corno da caccia di Kurz, il segnale di pericolo. In un battito di ciglia, tutti quanti si vestirono in fretta e furia, afferrando le loro armi di fortuna. Arya volò fuori verso i portali, il corno che echeggiava di nuovo. Quando lei passò davanti alla stalla, Mordente si gettò furiosamente in avanti, sforzando i ceppi e Jaqen H’ghar, da dentro il carro dei prigionieri, le gridò: «Ragazzo! Caro ragazzo! È la guerra, la guerra rossa! Ragazzo, vieni a liberarci! Quest’uomo può combattere… Ragazzo!».

Arya lo ignorò e continuò a correre. Da oltre le mura giungevano ormai rombi di zoccoli e grida. Si precipitò sulla passerella. Il parapetto era troppo alto perché lei riuscisse a vedere al di là, così fu costretta a infilare le punte dei piedi nei risalti tra le pietre per riuscirci. Per un momento, ebbe come l’impressione che la città fosse stata invasa dalle lucciole, poi si rese conto che erano uomini muniti di torce, al galoppo fra le case vuote. Vide un tetto avvampare, le fiamme che si alzavano a lambire il ventre della notte mentre la paglia prendeva fuoco. Anche un altro tetto si tramutò in un braciere, e poi un altro, e un altro ancora. L’intero villaggio fu invaso dal fuoco.

Gendry si arrampicò al suo fianco, indossando l’elmo con le corna: «Quanti sono?».

Arya cercò di contarli, ma cavalcavano troppo in fretta, le loro torce che vorticavano nelle tenebre quando i cavalieri le lanciavano per appiccare altri incendi.

«Cento… duecento…» Arya scosse il capo. «Non lo so.» Le urla si facevano strada al di sopra del rombo delle fiamme. «Presto verranno da noi.»

«Guarda là.» Gendry indicò a braccio teso.

Una colonna di cavalieri si stava muovendo tra gli edifici in fiamme, avanzando verso il fortino. I bagliori dei roghi si riflettevano sugli elmi, gettando sfumature cremisi e arancioni sulle corazze e sulle maglie di ferro. Uno di loro teneva ritto uno stendardo su una lunga lancia. Arya credette di vedere che fosse rosso, ma nel buio della notte spezzata dagli incendi, era difficile dirlo con certezza. Tutto quanto appariva rosso, nero, arancione.

Il fuoco dilagò da una casa all’altra. Arya vide uno degli alberi consumarsi, le fiamme che strisciavano lungo i rami fino a che non rimase altro che un simulacro arancione pulsante contro il buio della notte. Adesso erano tutti svegli, impegnati a sorvegliare la passerella lungo le mura o a cercare di ammansire, nel cortile interno del forte, gli animali terrorizzati. Arya udì Yoren che lanciava ordini, quando qualcosa venne a urtare la sua gamba: la bambina piangente era venuta ad aggrapparsi a lei.

«Va’ via!» Arya si divincolò, liberando la gamba. «Che cosa fai qui? Scappa, stupida! Nasconditi!» Così dicendo, cacciò via la bambina.

I cavalieri con le torce vennero ad ammassarsi davanti alle porte del fortino. «Voi, nella fortezza!» tuonò un cavaliere con un alto elmo ornato di una cresta a rostri. «Aprite! In nome del re!»

«E di quale re parli?» gridò in risposta il vecchio Reysen prima che Woth lo facesse tacere con una botta sulla nuca.

Yoren salì sulla fortificazione a lato del portale, la sua sbiadita cappa nera legata a un paletto di legno: «Restate dove siete! La gente della città se n’è andata!».

«E tu chi saresti, vecchio? Uno dei codardi di lord Beric?» replicò il cavaliere con l’elmo a cresta. «Se c’è quel grasso idiota di Thoros, lì dentro, chiedigli se gli piacciono questi, di fuochi!»

«Non c’è nessun Thoros, qui» ribatté Yoren. «Solo dei ragazzi arruolati nei Guardiani della notte.» Yoren sollevò più in alto il paletto, in modo che tutti potessero vedere il colore della sua cappa. «Guardate bene: nero, il colore della confraternita.»

«O anche il nero della Casa Dondarrion» gridò l’uomo che reggeva il vessillo nemico.

Ora, al chiarore baluginante della città che ardeva, Arya fu in grado di distinguerlo chiaramente: un leone dorato in campo porpora.

«Lo stemma di lord Beric è una saetta viola in campo nero» concluse l’alfiere.

Improvvisamente, Arya si ricordò della mattina in cui aveva tirato un’arancia in faccia a sua sorella Sansa, facendole colare la polpa su quel suo stupido abito di seta color avorio. C’era un qualche lord del Sud al torneo di Approdo del Re, e Jeyne, quella cretinetta amica di Sansa, s’era innamorata perdutamente di lui a prima vista. Aveva una saetta sullo scudo, quel cavaliere. E suo padre l’aveva mandato a staccare la testa al fratello del Mastino. Sembravano trascorsi mille anni da quel giorno, era come se quell’episodio fosse accaduto a qualcun altro, in un’altra vita… ad Arya Stark, figlia del Primo Cavaliere del re, non ad Arry, il ragazzo orfano. Il quale mai avrebbe potuto conoscere lord e vessilli.

«Sei cieco, uomo?» Yoren sventolò la cappa avanti e indietro, facendola schioccare. «Vedi forse una dannata saetta?»

«Di notte, tutti i vessilli sembrano neri» osservò il cavaliere con l’elmo a cresta. «Aprite… altrimenti vi considereremo fuorilegge alleati dei nemici del re.»

Yoren sputò. «Chi ha il comando fra di voi?»

«Io ho il comando.» I cavalli della prima linea si aprirono e i bagliori delle case che bruciavano si riflessero sulla corazza del destriero da guerra che emerse dal varco, cavalcato da un uomo tozzo, con una manticora sullo scudo e complicate istoriazioni che sembravano contorcersi sui pettorali della sua armatura. Dietro la celata del suo elmo, lasciata aperta, appariva una faccia pallida, porcina.

«Ser Amory Lorch, alfiere di lord Tywin Lannister di Castel Granito, Primo Cavaliere del re. L’unico vero re: Joffrey» si presentò in una voce stridula e acuta. «In suo nome, vi comando di aprire queste porte.»

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