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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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Il sole era basso sull’orizzonte a occidente, le case proiettavano lunghe ombre. Uno schianto secco indusse Arya a impugnare di scatto l’elsa di Ago, ma era solo un’imposta che sbatteva al vento. Dopo gli ampi spazi della riva del fiume, la vicinanza opprimente delle case le aveva portato i nervi allo scoperto.

Alla fine, oltre le ultime case e gli ultimi alberi, arrivarono in vista del lago. Arya diede di ginocchia nei fianchi del cavallo, aumentando l’andatura e superando al galoppo Gendry e Woth. Fu la prima a raggiungere il declivio erboso che conduceva alla sponda disseminata di sassi. Il sole al tramonto faceva apparire la quieta superficie delle acque come una lastra di rame. Il lago era immenso, il più grande che Arya avesse mai visto, talmente immenso che non si riusciva a vedere la sponda opposta. Verso sinistra, Arya notò una malridotta locanda costruita su robuste palafitte di legno. A destra, un lungo molo si protendeva sulle acque. C’erano altri pontili più lontano a est, simili a dita di legno che si diramavano dalla città. Ma l’unica barca in vista era uno scafo a remi rovesciato sulle rocce sotto la locanda, la chiglia marcia e corrosa.

«Sono proprio andati» fu costretta a constatare Arya, in tono di sconfitta. E adesso, che cosa avrebbero fatto, adesso?

«C’è quella locanda» disse Lommy arrivando sulla riva insieme agli altri. «Che abbiano lasciato qualcosa da mangiare? O magari della birra?»

«Andiamo a vedere» suggerì Frittella.

«Fregatevene della locanda» scattò Woth. «Yoren dice di cercare una barca.»

«Le hanno portate via tutte, le barche.»

E Arya era certa che fosse proprio così. Potevano anche rivoltare quell’intero villaggio come un guanto, ma non avrebbero trovato niente di più del vecchio scafo a remi marcio. Scoraggiata, scese da cavallo e andò a inginocchiarsi presso la battigia. L’acqua del lago le vorticò mollemente attorno alle gambe. Alcune lucciole apparvero a spezzare la penombra del crepuscolo, le loro minuscole luci che pulsavano a intermittenza. L’acqua era calda come le lacrime, senza quel loro sapore salato, però: aveva il sapore dell’estate e del fango e di cose che crescevano. Arya vi affondò il volto, lavando via la polvere, lo sporco e il sudore di quella giornata. Nel raddrizzarsi, rivolerti liquidi le scivolarono ai lati del collo, ruscellandole lungo la schiena. Le piacque, quella sensazione. Quanto avrebbe voluto togliersi i vestiti e farsi una nuotata, scivolando tra quelle acque verdi come una magra otaria rosa. Forse sarebbe riuscita a nuotare fino a Grande Inverno.

Woth le gridò di dare loro una mano per continuare a cercare. Arya non se lo fece ripetere. Andò a curiosare nelle rimesse e nei capanni, il suo cavallo che pascolava sulla riva. Quello che trovarono furono alcune vele, chiodi, secchi di catrame indurito e una gatta con una nidiata di gattini appena nati. Ma barche, niente.

La città era immersa in un’oscurità simile a quella di una foresta profonda quando Yoren e il suo gruppo tornarono.

«La torre è deserta» annunciò l’uomo in nero. «Il lord se n’è andato a combattere, o forse a portare i suoi sudditi al sicuro, impossibile dirlo con certezza. Non c’è un solo cavallo, né un solo maiale, ma metteremo comunque qualcosa sotto i denti: ho visto un’oca che se andava in giro, e qualche gallina. E c’è del buon pesce nell’Occhio degli Dei.»

«Le barche sono sparite» riferì Arya.

«Potremmo riparare il fondo della barca a remi» suggerì Koss.

«Porterebbe al massimo quattro di noi» ribatté Yoren.

«Ci sono i chiodi» intervenne Lommy «e ci sono alberi. Ce le potremmo costruire da soli, le barche.»

Yoren sputò. «E tu che ne sai di costruire barche, garzone di tintore?» A questo, Lommy non trovò niente da rispondere.

«Una zattera» suggerì Gendry. «Chiunque è capace di costruire una zattera, con dei lunghi pali per spingerla in avanti.»

Yoren assunse un’espressione pensosa: «Il lago è troppo profondo per attraversarlo a forza di pali. Ma se ci teniamo vicino alle rive… però dovremmo abbandonare i carri. Forse questo sarà un bene. Voglio dormirci sopra».

«Possiamo stare nella locanda?» domandò Lommy.

«Staremo nel fortino» rispose Yoren. «Con le porte sbarrate. Mi piace l’idea di avere attorno delle pareti di pietra quando dormo.»

«Non dovremmo stare qui, invece.» Arya non poté fare a meno di osservare. «La gente se n’è andata. Sono scappati tutti, perfino il loro lord.»

«Arry ha paura» sghignazzò Lommy.

«Non ho paura» ribatté lei, secca. «Loro sì, però.»

«Ragazzo in gamba» disse Yoren. «Il fatto è che quelli che stavano qui erano in guerra, che questo gli piaceva oppure no. Noi non siamo in guerra: i Guardiani della notte non si schierano, quindi nessun uomo è nostro nemico.»

“Ma nessun uomo è nostro amico” pensò Arya; questo, però, evitò di dirlo: Lommy e gli altri la stavano guardando, e lei non voleva fare la figura della codarda davanti a loro.

Le porte del fortino erano rinforzate da chiodi di ferro. All’interno trovarono una coppia di lunghe sbarre d’acciaio grosse come tronchi, le cui estremità andavano a innestarsi in fori nel basamento e in forche metalliche infisse nelle porte. Una volta che le ebbero sistemate, le sbarre formavano un’enorme “X”. Non era di certo la Fortezza Rossa, rilevò Yoren una volta che ebbero esplorato il fortino da cima a fondo, ma era sempre meglio che niente e, per una notte, avrebbe fatto al caso loro. Le mura erano di pietra a secco, alte più di dieci piedi, con una passerella di assi che si sviluppava lungo tutto l’interno del perimetro. C’era anche una postierla sul lato nord e, sotto un mucchio di paglia, nella vecchia stalla di legno, Gerren scoprì una botola che conduceva in uno stretto tunnel che si snodava nel sottosuolo. Lo seguirono fino in fondo, emergendo sulla riva del lago. Yoren diede ordine di sistemare uno dei carri sulla botola, in modo da bloccarne l’accesso. Organizzò poi tre turni di guardia, mandando Tarber, Kurz e Cutjack sul torrione abbandonato a montare la guardia dal punto più alto. Nel momento in cui avessero avvistato un pericolo in arrivo, Kurz avrebbe dato fiato a un corno.

Portarono dentro carri e animali e sbarrarono le porte alle loro spalle. Anche se malridotta, la stalla era grande abbastanza da ospitare metà degli animali del villaggio. Il rifugio dove i paesani probabilmente si riparavano in caso di pericolo era anche più grande, una bassa struttura di pietra dal tetto di paglia. Koss uscì dalla postierla a nord e ritornò portando l’oca e due polli, e Yoren acconsentì ad accendere un fuoco. C’era una grande cucina nella fortezza, ma tutte le pentole e le padelle erano state portate via. Gendry, Dobber e Arya finirono di corvé. Dobber disse ad Arya di spennare il pollame mentre Gendry tagliava la legna. «Perché non posso tagliare io, la legna?» protestò lei, ma nessuno le diede retta. Depressa, Arya si mise a togliere le penne alle galline, mentre Yoren si sedette all’altro capo della panca, affilando la lama del pugnale con la pietra da cote.

Quando fu pronta la cena, ad Arya toccò una coscia di gallina e una mezza cipolla. Nessuno parlò molto, neppure Lommy. Più tardi, Gendry si appartò a pulire il suo elmo con le corna, un’espressione assente sul volto. La bambina continuò a lamentarsi e a piangere, ma quando Frittella le offrì un po’ di carne d’oca, lei la divorò e ne chiese dell’altra.

Arya avrebbe avuto il secondo turno di guardia, così andò a sistemarsi nel rifugio, su un mucchio di paglia. Non riusciva a prendere sonno, per cui si fece prestare da Yoren la pietra da cote e si mise ad affilare la lama di Ago. Syrio Forel le aveva insegnato che una spada che non taglia è come un cavallo zoppo. Frittella venne a sedere sulla paglia accanto a lei, osservandola all’opera.

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