Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
“Quelle, però, non sono ossa di pecora. E quello fra le ceneri non è un teschio di pecora.”
«Un vecchio albero.» Mormont rimase in sella, la fronte corrugata.
«Vecchio» concordò il suo corvo, appollaiato sulla spalla. «Vecchio, vecchio, vecchio.»
«E potente.» Jon poteva percepirlo, quel potere.
«Ma tu guarda quella faccia.» Thoren Smallwood, corazza e maglia di ferro nere, smontò da cavallo in prossimità del tronco. «Non c’è da stupirsi che gli uomini ne avessero paura, quando arrivarono per la prima volta nella terra dell’Occidente. Non mi dispiacerebbe farla a pezzi io stesso con un’ascia, questa cosa maledetta.»
«Il lord mio padre diceva che nessun uomo è in grado di mentire davanti a un albero-cuore» disse Jon. «Gli antichi dei sanno quando un uomo sta mentendo.»
«Anche mio padre lo credeva» confermò il Vecchio orso. «Fatemi dare un’occhiata a quel teschio.»
Jon smontò. Portava di traverso sulla schiena, in un fodero a spalla di pelle nera, Lungo artiglio, la spada dalla lama bastarda, più corta di un palmo e mezzo rispetto a quella di una spada lunga, che il Vecchio orso gli aveva dato in dono per avergli salvato la vita. «Al bastardo, una spada bastarda» scherzavano sempre i confratelli in nero. L’elsa era stata rifatta per lui, ornata da un pomo in pietra pallida a forma di testa di lupo. Ma la lama, quella era di acciaio di Valyria, antico, leggero e mortalmente affilato.
Jon mise un ginocchio a terra e affondò la mano guantata nelle fauci della faccia nell’albero. L’interno della cavità era rosso di resina disseccata e annerito dal fuoco. Sotto il primo teschio, ce n’era un secondo, semiseppellito sotto ceneri e frammenti ossei, più piccolo, la mandibola mancante.
Portò il teschio al Vecchio orso, che lo sollevò con entrambe le mani, scrutando nelle orbite vuote. «I bruti bruciano i loro morti, questo lo abbiamo sempre saputo. Quanto avrei voluto domandare loro perché lo fanno, quando ancora ce n’erano per queste terre.»
A Jon Snow tornò in mente il non-morto che risorgeva, occhi azzurri scintillanti nella pallida faccia di cadavere. Lui sapeva perché i bruti bruciavano i loro morti, ne era certo.
«Se solo queste ossa potessero parlare» il Vecchio orso scosse il capo. «Quest’uomo ci direbbe parecchio. Com’è morto, chi lo ha bruciato e perché, dove sono finiti i bruti.» Fece un profondo sospiro. «Si racconta che i figli della foresta fossero in grado di comunicare con i defunti. Ma questo, io non so farlo.» Gettò il teschio dentro la bocca spalancata dell’albero-diga, e nell’impatto si sollevò un esile sbuffo di ceneri. «Controllate tutte le case. Gigante, sali su quest’albero a dare un’occhiata. Farò anche portare i cani: può darsi che noi si riesca a trovare una traccia fresca.» Ma da come lo disse, era chiaro che non ci sperava troppo.
A coppie, i Guardiani della notte penetrarono in ognuna delle case, in modo da essere certi di non tralasciare niente. Jon fu messo con Eddison Tollett, uno scudiero dai capelli grigi e magro come una picca, che gli altri confratelli chiamavano “Edd l’Addolorato”.
«Come se non bastasse che i morti camminano» disse a Jon mentre attraversavano il villaggio «adesso il Vecchio orso vuole addirittura che parlino. Non ci arriverà niente di buono da questa impresa, te lo garantisco. E poi, chi è che ci assicura che le ossa non mentono? Per quale ragione la morte dovrebbe rendere un uomo sincero, e persino saggio? Mi sa che i morti sono tipi piuttosto noiosi, pieni di lamentele: la terra è troppo fredda, la mia pietra tombale dovrebbe essere più grossa, per quale motivo lui ha più vermi di me…»
Per superare la bassa porta, Jon fu costretto a chinarsi. All’interno, il pavimento era fatto di dura terra compressa. Non c’era mobilia, nessuna traccia di presenza umana eccetto poche ceneri sotto il foro per la fuoriuscita del fumo ricavato nel tetto.
«Che posto lugubre in cui vivere» commentò Jon.
«Io ci sono nato, in un posto lugubre come questo» dichiarò Edd l’Addolorato. «E quelli sono stati i miei anni migliori. È dopo che le cose hanno cominciato ad andare male.» Il suo sguardo si spostò sul malridotto pagliericcio in un angolo. «Darei tutto l’oro di Castel Granito per poter dormire di nuovo in un letto.»
«Tu lo chiami letto, quello?»
«È più morbido della cruda terra, e sopra ha un tetto. Sì che lo chiamo letto.» Edd l’Addolorato annusò. «Sento puzza di sterco.»
L’odore era molto tenue. «Vecchio sterco» riconobbe Jon.
La casa sembrava essere disabitata da tempo. Jon si chinò a frugare tra la paglia, per vedere se sotto ci fosse nascosto qualcosa, poi esaminò anche i muri. Non ci volle molto. «Non c’è niente qui.»
E niente era quanto si era aspettato di trovare. Whitetree era il quarto villaggio che esploravano, e in tutti avevano trovato la stessa situazione. La gente se n’era andata, svanita con le loro povere cose e con tutti gli animali che avessero avuto. In nessuno dei villaggi c’erano segni di attacco o di battaglia. Erano semplicemente… vuoti.
«Che cosa pensi sia accaduto?» domandò Jon.
«Qualcosa ancora peggiore di ciò che riusciamo a immaginare» suggerì Edd l’Addolorato. «Be’, io potrei immaginarlo, ma preferisco non farlo. Sapere che ti sta per capitare qualcosa di orrendo è già abbastanza brutto anche senza pensarci troppo prima del tempo.»
Quando tornarono a uscire dalla casa, due dei cani stavano annusando in prossimità dell’ingresso. Gli altri animali si aggiravano per il villaggio. Chett imprecava ad alta voce contro di loro, il tono gonfio di quella rabbia che sembrava facesse sempre parte di lui. La luce che filtrava fra le foglie purpuree dell’albero-diga faceva sembrare le vesciche sul suo volto ancora più infiammate. Nel momento in cui vide Jon, i suoi occhi si ridussero a due fessure: non correva buon sangue fra loro.
Nemmeno le altre case fornirono alcun indizio.
«Andati» gridò il corvo di Mormont sbattendo le ali e andando ad appollaiarsi su uno dei rami pallidi sopra di loro. «Andati, andati, andati.»
«Vivevano dei bruti qui a Whitetree solamente un anno fa.» Con indosso la scintillante cotta di maglia nera e la corazza borchiata che erano appartenute a ser Jaremy Rykker, defunto capo dei ranger, era Thoren Smallwood ad avere più l’aspetto di un lord che non Mormont. La sua cappa era bordata di ricca pelliccia d’ermellino, e munita di un fermaglio d’argento a forma di due martelli incrociati, l’emblema dei Rykker. Un tempo era stata la cappa di ser Jaremy… ma lui era stato ucciso dal non-morto, e i Guardiani della notte non sprecavano niente.
«Re Robert era re solamente un anno fa» dichiarò Jarman Buckwell, l’imperturbabile comandante degli esploratori «e il reame era in pace. Possono cambiarne di cose, in un anno.»
«Una cosa non è cambiata» insistette ser Mallador Locke. «Meno bruti significa meno problemi. Non piango certo su di loro, qualsiasi fine abbiano fatto. Predoni e assassini, è questo che sono tutti.»
Jon percepì un fruscio fra le rosse foglie sopra di lui. Due rami si aprirono, rivelando un piccolo uomo, agile come uno scoiattolo, che si muoveva da una biforcazione all’altra. Bedwyck era alto non più di cinque piedi, ma le ciocche grigie fra i suoi capelli rivelavano la sua età. Gigante, così lo chiamavano i confratelli, andò a sedersi nel punto in cui due rami di legno pallido si univano.
«Vedo acqua a nord» comunicò Gigante. «Forse un lago. Alcune colline pietrose che s’innalzano a occidente, non molto alte. Nient’altro da segnalare, miei lord.»
«Potremmo accamparci qui per la notte» suggerì Thoren.
«No.» Il Vecchio orso alzò lo sguardo, andando alla ricerca di un frammento di cielo tra i rami pallidi e le foglie rosse dell’albero-diga. «Gigante, quante ore di luce ci rimangono?»