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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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«Morì solamente per me.» Ser Jorah esalò a fondo. «In metà di un anno, tutto il mio oro era svanito e fui costretto a tramutare la mia spada in una spada mercenaria. Mentre combattevo i braavosiani nella Rhoyne, Lynesse si trasferì nella magione di un principe mercante di nome Tregar Ormollen. Dicono che ora sia diventata la sua concubina favorita, e che perfino la moglie di Tregar la tema.»

Dany era sconvolta: «E tu… la odi?».

«Tanto quanto continuo ad amarla» concluse ser Jorah. «Ora, mia regina, ti chiedo di scusarmi. Sono molto stanco.»

Daenerys gli concesse di congedarsi. Ma nel momento in cui lo vide sollevare il lembo della tenda, non poté trattenersi: «Ser Jorah… che aspetto aveva, la tua lady Lynesse?».

Ser Jorah sorrise tristemente. «Assomigliava vagamente a te, Daenerys.» Poi fece un inchino e si accomiatò: «Sonni tranquilli, mia regina».

Dany rabbrividì, stringendosi nella pelle del leone. “Assomiglia a me.” Questo spiegava tante cose che lei non aveva mai compreso appieno, fino a quel momento. “È me che vuole. Ama me come ha amato lei. E non come un cavaliere ama la sua regina… Ma come un uomo ama una donna.” Cercò d’immaginare se stessa fra le braccia di ser Jorah, di baciarlo, dandogli piacere, lasciando che lui entrasse in lei. Non aveva senso. Nel chiudere gli occhi, il volto di Jorah divenne quello di Drogo.

Khal Drogo era stato il suo sole-e-stelle. Il suo primo uomo, e forse anche l’ultimo. La maegi Mirri Maz Duur aveva giurato che mai più lei avrebbe generato un figlio, quindi che cosa un uomo avrebbe potuto volere da una moglie sterile? Inoltre, quale uomo poteva sperare di rivaleggiare con Drogo, morto senza che i suoi capelli fossero tagliati e che ora cavalcava nelle terre della notte, con le stelle come suo khalasar?

Nella voce di ser Jorah, mentre il cavaliere parlava dell’isola dell’Orso, Daenerys aveva percepito il rimpianto. “Non potrà mai avere me, ma verrà il giorno in cui io potrò ridargli il suo onore e la sua isola. Almeno questo, io posso farlo per lui!”

Nessuno spettro venne a turbare il suo riposo, quella notte. Drogo tornò nei suoi sogni, la sera della loro prima cavalcata, dopo che si erano uniti in matrimonio. E nel sogno, non erano cavalli che loro cavalcavano: erano draghi.

«Sangue del mio sangue» disse Daenerys ai suoi tre cavalieri di sangue, la mattina dopo. «Ho bisogno di voi. Ognuno di voi sceglierà tre cavalli, tra i più forti e i più sani che ci restano. Portate con voi quanto più cibo e acqua potete e cavalcate per me. Aggo si dirigerà verso sudovest e Rhakaro andrà a sud. Jhogo, tu invece seguirai Shierak qiya, la “Stella che sanguina”, a sudest.»

«Che cosa cercheremo, khaleesi?» domandò Jhogo.

«Qualsiasi cosa troverete. Cercherete altre città, vive o morte. Cercherete carovane e genti. Cercherete fiumi e laghi e il grande mare salato. Scoprite per quanto la desolazione rossa si estende oltre questo punto, e che cosa c’è alla fine di essa. Quando lascerò questo posto, non intendo muovermi alla cieca. Vorrò sapere dove mi sto dirigendo, e qual è la via migliore per arrivarci.»

E così partirono, le campanelle nelle loro trecce che tintinnavano. Dany e la sua piccola banda di superstiti si sistemarono in quel luogo che chiamarono Vaes Tolorro, “la città delle ossa”. I giorni seguirono le notti, e le notti seguirono altri giorni. Le donne raccoglievano frutti dai giardini dei morti. Gli uomini si prendevano cura delle cavalcature e riparavano selle, staffe e calzari. I bambini s’inoltravano nei vicoli contorti, trovando vecchie monete di bronzo, frammenti di vetro viola e caraffe con i manici a forma di serpente. Una donna venne punta da uno scorpione rosso, ma la sua fu l’unica morte. I cavalli ripresero a essere in carne. Dany si occupò personalmente della ferita di ser Jorah e questa cominciò a rimarginarsi.

Rhakaro fu il primo a fare ritorno. A sud, riportò, la desolazione rossa continuava e continuava, terminando sulle sponde deserte dell’acqua velenosa. Tra la città delle ossa e quel punto, c’erano solo sabbia vorticante, rocce scavate dal vento e cespugli di rovi. Il cavaliere aveva superato lo scheletro di un drago, dichiarò, talmente immenso da riuscire a passare a cavallo tra le sue grandi mandibole nere spalancate. Ma oltre a questo, non aveva visto nient’altro.

Daenerys lo mise al comando di una dozzina degli uomini più forti e diede loro il compito di sollevare le pietre della piazza, in modo da esporre la terra sottostante. Se l’erba canina cresceva tra le fessure della pavimentazione, anche altre erbe potevano crescere una volta che le pietre fossero state rimosse. Avevano sorgenti in quantità, e nessuna penuria d’acqua. Trovati i semi, potevano tramutare quella piazza in un orto.

Aggo tornò poco tempo dopo. Il sudovest era arido e bruciato, disse. Aveva trovato le rovine di altre due città, più piccole di Vaes Tolorro, ma parimenti abbandonate. Una di esse era guardata da un anello di teschi sistemati su picche di ferro arrugginito, e lui non aveva osato entrare. Aveva però esplorato in lungo e in largo l’altra città abbandonata. Mostrò a Dany un bracciale di ferro che vi aveva trovato, con incastonato un opale di fuoco grezzo grosso quanto il suo pollice. C’erano anche antiche pergamene, ma talmente disseccate e in disfacimento che Aggo le aveva lasciate dove si trovavano.

Dany lo ringraziò per i suoi sforzi e gli disse di comandare la riparazione delle porte. Se nel passato dei nemici avevano attraversato la desolazione rossa per distruggere quelle città, forse potevano tornare. «E noi dobbiamo essere pronti» dichiarò la giovane regina.

Jhogo rimase lontano talmente a lungo che Dany temette di averlo perduto. Ma proprio quando ormai tutti avevano perso le speranze, eccolo tornare a cavallo da sudest. Ad avvistarlo per primo e a dare l’allarme, fu una delle guardie che Aggo aveva posto sulle mura. Dany accorse per vedere con i propri occhi: era vero, Jhogo stava tornando, e non era solo. Dietro di lui venivano tre sconosciuti stranamente vestiti, in sella a brutte creature dotate di gobba, al confronto delle quali il più grosso dei loro cavalli sembrava un nano.

Tirarono le reclini presso la cinta di Vaes Tolorro e guardarono in alto Dany, sulle mura.

«Sangue del mio sangue» chiamò Jhogo. «Sono stato fino alla grande città di Qarth, e ritorno con tre che desiderano vederti con i loro stessi occhi.»

«E io sono qui.» Dany sostenne gli sguardi degli stranieri. «Guardate pure, se la cosa vi compiace… ma ditemi prima i vostri nomi.»

«Io sono Pyat Pree» disse l’uomo pallido dalle labbra blu, nella gutturale lingua dothraki. «Grande stregone.»

«Io sono Xaro Xhoan Daxos dei Tredici.» L’uomo calvo, con gioielli al naso, parlò nel valyriano delle città libere. «Principe mercante di Qarth.»

«Io sono Quaithe delle Ombre.» La donna dal volto coperto da una maschera di legno laccato si espresse nella lingua comune dei Sette Regni. «Veniamo alla ricerca dei draghi.»

«La vostra ricerca è conclusa» rispose Daenerys Targaryen. «Li avete trovati.»

JON

Whitetree, “Albero bianco”. Era quello il nome del villaggio segnato sulle vecchie mappe di Sam.

A Jon Snow non parve granché: quattro case di pietra a secco, con un’unica stanza all’interno, circondate da vecchi recinti per le pecore, un solo pozzo. Le case avevano tetti di zolle, le finestre erano chiuse da pelli stracciate. Su tutto, incombevano i rami pallidi e le foglie rosso scuro di un albero-diga mostruosamente grande.

Era l’albero più gigantesco che Jon avesse mai visto, il tronco largo quasi otto piedi, i rami e la chioma che si allargavano tanto da coprire l’intero villaggio. Ma non erano le dimensioni a metterlo a disagio… era il volto scolpito nel legno, soprattutto la bocca: non una semplice fessura scavata, ma una voragine frastagliata abbastanza grossa da inghiottire una pecora.

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