Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
Dany lo baciò piano sulla guancia. Vedere il suo sorriso, la fece sentire meglio. “Devo essere forte anche per lui” rifletté tristemente. “Ser Jorah è un cavaliere, ma io sono il sangue del drago.”
L’acqua della pozza successiva era bollente e odorava di zolfo, ma i loro otri erano ormai vuoti. I Dothraki fecero raffreddare l’acqua in anfore e pentole e la bevvero ancora tiepida. Il sapore non era meno repellente dell’odore, ma l’acqua era acqua, e tutti loro erano assetati. Daenerys scrutò l’orizzonte vuoto con angoscia. Già un terzo di loro erano morti, e la desolazione continuava a stendersi a perdita d’occhio, aspra, rossa e senza fine. “La cometa si fa beffe delle mie speranze.” Dany sollevò lo sguardo alla traccia purpurea nel cielo. “Ho forse attraversato mezzo mondo e ho assistito alla nascita dei draghi soltanto per morire con loro in questo rovente deserto?” No, rifiutava di crederlo.
Il giorno seguente, l’alba li sorprese nel mezzo di una pianura di dura terra disseccata, intersecata da un’infinita ragnatela di crepe. Dany stava per dare l’ordine di accamparsi quando gli esploratori rientrarono al galoppo.
«Una città, khaleesi!» gridarono. «Una città pallida come la luna e bella come una fanciulla. A un’ora di cavallo, non di più.»
«Mostratemela» ordinò loro.
A Daenerys quella visione di mura e di torri tremolanti dietro un velo di aria incandescente parve talmente splendida da indurla a credere che si trattasse di un miraggio.
«Ser Jorah, sai che posto è questo?»
«No, mia regina.» Il cavaliere esiliato scosse stancamente il capo. «Non mi sono mai spinto tanto a est.»
Le lontane mura bianche promettevano riparo e sicurezza, la possibilità di risanarsi e di riprendere le forze. Dany non avrebbe desiderato altro se non lanciarsi al galoppo verso di esse.
«Sangue del mio sangue» disse invece ai suoi cavalieri di sangue. «Andate avanti a noi e scoprite il nome di questa città, e che genere di benvenuto possiamo aspettarci.»
«Sì, khaleesi» rispose Aggo.
I cavalieri non impiegarono molto per fare ritorno. Rakharo smontò per primo di sella. Alla sua cintura a medaglioni era appeso l’arakh, l’ampia arma da taglio ricurva che Daenerys gli aveva dato nominandolo suo cavaliere di sangue.
«Questa città è morta, khaleesi» comunicò. «Senza nome e senza dei l’abbiamo trovata, le porte distrutte e, nelle strade, solo il vento e le mosche.»
«Quando gli dei se ne vanno, gli spiriti maligni dominano la notte.» Jhiqui rabbrividì. «Posti come questo è meglio evitarli. È risaputo.»
«E risaputo» concordò Irri.
«Non da me.» Daenerys diede di talloni e fu la prima ad avanzare. Superò l’arco diroccato di un’antica porta e s’inoltrò lungo una strada deserta e silente. Ser Jorah e i cavalieri di sangue la seguirono, e dietro, più lentamente, il resto dei Dothraki.
Da quanto tempo la città fosse abbandonata, Daenerys non poté neppure remotamente immaginarlo, ma le sue mura bianche, così seducenti viste da lontano, erano in realtà piene di fenditure e di crolli. Al loro interno si stendeva un labirinto di vicoli stretti, contorti. Gli edifici sembravano ammassarsi gli uni contro gli altri, blocchi dalle facciate opache, gessose, prive di finestre. Tutto era bianco, come se le genti che vi avevano abitato non fossero state consapevoli dell’esistenza degli altri colori. Dany e i suoi cavalcarono oltre mucchi di macerie cotte dal sole, residui di case crollate. In altri punti, videro le tracce nere degli incendi. In un punto dove sei vicoli venivano a intersecarsi, Dany passò vicino a un plinto di marmo che reggeva il nulla. I Dothraki avevano già visitato questo posto, o almeno così sembrava. Forse, la statua mancante da quel plinto si ergeva a Vaes Dothrak, in mezzo agli altri dei trafugati. Lei stessa poteva esservi passata davanti dozzine di volte senza nemmeno immaginarne la provenienza. Appollaiato sulla sua spalla, Viserion sibilò.
Si accamparono tra i resti di un palazzo sventrato, su una piazza sferzata dal vento, ciuffi di erba cartina che emergevano dalle fenditure fra le pietre della pavimentazione. Dany inviò altri uomini a esplorare le rovine. Alcuni andarono con riluttanza, ma andarono… e un vecchio coperto di cicatrici fece ritorno poco dopo, saltellando e sogghignando: le sue mani erano colme di fichi. I frutti erano piccoli e avvizziti, ma tutti si avventarono su di essi con voracità, spintonandosi fra loro pur di arraffarli, riempiendosi la bocca e masticando come in estasi.
Altri esploratori tornarono parlando di alberi da frutta nascosti dietro porte chiuse, celati in giardini segreti. Aggo mostrò a Daenerys un patio invaso da vigne di piccola uva verde. E Jhogo scoprì una pozza la cui acqua era pura e fredda. Ma trovarono anche ossa, teschi di morti insepolti, sbiancati e frantumati.
«Spettri» balbettò Irri. «Terribili spettri. Non dobbiamo restare qui, khaleesi. Questo luogo appartiene a loro.»
«Io non temo gli spettri. I draghi sono più potenti degli spettri.» “E i fichi sono certamente più importanti.” «Va’ con Jhiqui, trovatemi della sabbia pulita per fare un bagno. E non tediarmi oltre con simili sciocchi discorsi.»
Nella frescura della sua tenda, Daenerys arrostì altra carne di cavallo per i draghi e rifletté sulle possibili alternative. Qui c’erano cibo e acqua per tenere in vita la sua gente, e abbastanza pastura per rimettere in forze i cavalli. Quanto sarebbe stato piacevole risvegliarsi ogni giorno nel medesimo posto, attardarsi tra giardini ombreggiati, mangiare fichi e bere acqua fresca a volontà.
Quando Irri e Jhiqui arrivarono trasportando secchi di sabbia bianca, Dany si spogliò e lasciò che le due ancelle la usassero per grattare via dal suo corpo le tracce delle terre rosse.
«I tuoi capelli stanno tornando, khaleesi» disse Jhiqui rimuovendole la sabbia dalla schiena.
Daenerys fece scorrere una mano sul capo, sentendo la nuova crescita. Gli uomini dothraki portavano i capelli acconciati in lunghe trecce oleate, e li tagliavano solamente se venivano sconfitti. “Forse anch’io dovrei fare lo stesso, in modo da ricordare loro che ora la forza di Drogo vive in me.” Khal Drogo era morto senza che i suoi capelli fossero mai stati tagliati, un primato che ben pochi uomini potevano vantare.
Verso il fondo della tenda, Rhaegal aprì le ali verdi e cercò di levarsi in volo, si alzò a circa mezzo piede di altezza, poi tornò ad abbattersi sui tappeti. All’atterraggio non proprio morbido, la sua coda frustò avanti e indietro, piena di furia. Il piccolo drago sollevò il muso ed emise un grido. “Se avessi ali, anch’io vorrei volare” di questo Dany era certa. Gli antichi Targaryen andavano in guerra cavalcando a dorso di drago. Daenerys cercò di immaginare come sarebbe stato aggrapparsi al collo di uno di quei draghi e salire in alto nell’aria. “Come essere sulla vetta di una montagna, anzi, meglio. L’intero mondo sarebbe al mio cospetto. E se volassi abbastanza alto, potrei addirittura vedere i Sette Regni, forse potrei addirittura toccare la cometa.”
Irri interruppe il suo fantasticare, comunicandole che ser Jorah Mormont era fuori della tenda e attendeva il volere della regina.
«Fatelo entrare» comandò Dany, l’epidermide che ancora le formicolava per l’abrasione della sabbia. Si avvolse nella pelle del leone. Lo hrakkar era stato molto più grosso di lei, per cui la pelle copriva tutto quello che c’era da coprire.
«Ti ho portato una pesca, mia regina.» Ser Jorah s’inginocchiò davanti a lei.
Il frutto era talmente piccolo che Dany poteva quasi nasconderlo nel palmo della mano. Era anche troppo maturo, ma dopo il primo morso, la polpa si rivelò talmente dolce da farle venire le lacrime agli occhi. Lo mangiò lentamente, assaporandone ogni boccone, mentre ser Jorah le parlava dell’albero da cui era stato colto, in un giardino presso le mura occidentali.