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READ-E-BOOK » Фэнтези » L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]
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L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]

Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:

Da una grande maestra della narrativa fantastica, più volte vincitrice del premio Hugo, un potente racconto di mistero, magia e tradimento. Il destino di un cavaliere, della sua stirpe e di un regno tormentato. Provato nel corpo e nello spirito da una lunghissima prigionia, il comandante Lupe dy Cazaril ritorna nel regno di Chalion, in cui aveva servito come paggio, e viene nominato tutore di Royesse, bella e intelligente sorella dell’erede al trono. Ma quell’occasione di riscatto si trasforma presto in un incubo, poiché Cazaril scopre che a corte proprio quegli uomini che lo hanno tradito ora occupano posti di grande potere. E scopre soprattutto che l’intera stirpe di Chalion è gravata da una terribile maledizione, che non può essere annullata se non con la magia più nera…
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Per un attimo, Betriz smise di respirare, poi scoppiò in una risata stupita e si portò una mano alla bocca.

«Scusatemi… La vostra barba punge», disse.

«Io… perdonatemi. Palli sarebbe per voi un marito quanto mai onorevole, se voleste prenderlo in considerazione. Inoltre è sincero proprio come voi. Potete riferirglielo da parte mia.»

«Cazaril, cosa state…»

«Betriz?» chiamò in quel momento Nan dy Vrit, dalle camere della Royesse. «Puoi venire qui, per favore?»

Per Cazaril era giunto il momento di separarsi da tutto, anche dal rimpianto. Le baciò ancora una volta le mani e si allontanò in fretta.

L’arrampicata notturna sui tetti dello Zangre, dal corpo principale del palazzo fino alla Torre di Fonsa, fu difficoltosa proprio come Cazaril aveva anticipato. Stava ancora piovendo, la luna brillava a tratti fra le nuvole, ma la sua luce cupa e intermittente non era molto utile. A peggiorare le cose, le superfici su cui si muoveva, a piedi nudi, erano dolorosamente ruvide o spaventosamente scivolose, oltre a essere tanto gelide da eliminare ogni sensibilità. La parte peggiore fu il piccolo salto finale di circa due iarde fino alla sommità della torre rotonda; per fortuna, tuttavia, il balzo risultò inclinato verso il basso, evitando in tal modo a Cazaril di schiantarsi sull’acciottolato sottostante.

Stringendo il sacco col ratto, che continuava a dibattersi, e respirando a fatica, ancora tremante per il salto, Cazaril si accovacciò sul tetto, contro una fila di tegole viscide di pioggia. Però, temendo che una si staccasse, cadendo nel cortile e attirando l’attenzione di una guardia, dopo qualche istante il Castillar prese a spostarsi lungo il contorno della torre. Raggiunse così lo squarcio nel tetto e lì si sedette, lasciando penzolare le gambe all’interno e tastando coi piedi alla ricerca di una superficie solida. Non trovandola, attese che la luna uscisse da dietro le nubi, fornendo un po’ di luce, ma cominciò anche a dubitare del fatto che, sotto i suoi piedi, ci fosse un pavimento o anche solo un tratto di ringhiera. Davanti a lui, nel buio, un corvo gracchiò sommessamente.

Cazaril trascorse almeno dieci minuti in quella posizione precaria, mentre, con mani tremanti, cercava di accendere il mozzicone di candela che si era portato appresso, lavorando al tatto con accendino ed esca posati in grembo. Com’era prevedibile, finì per scottarsi, ma riuscì anche a ottenere una piccola fiamma, grazie alla quale vide che, più sotto, c’erano in effetti una ringhiera e un tratto di rozzo pavimento. Sembrava che, dopo l’incendio, per evitare un crollo rovinoso, qualcuno avesse costruito all’interno della torre una piattaforma di travi massicce. Trattenendo il respiro per la tensione, Cazaril saltò atterrando su quella superficie di dimensioni assai ridotte, ma piuttosto solida. Poi infilò la candela in una fessura tra due travi e ne accese una seconda, accostandola alla sua fiamma. Infine estrasse il pane e il sottile pugnale tolto a Betriz.

Prendere un corvo… Mentre era nella sua camera, la cosa gli era sembrata abbastanza semplice, ma adesso, in quel rudere avvolto da ombre tremolanti, non riusciva neppure a vedere quei dannati uccelli.

Accanto alla sua testa ci fu un improvviso sbattere d’ali e un corvo andò a posarsi sulla ringhiera. Tremando di spavento, Cazaril protese un pezzetto di pane e, quando il corvo glielo strappò di mano, per poi spiccare nuovamente il volo, si concesse una sonora imprecazione. Quindi trasse alcuni profondi respiri e si costrinse a procedere con ordine. Aveva il pane, il coltello, le candele, il sacco col ratto… ed era anche in ginocchio. Ma poteva dire di avere il cuore sereno? Certamente no.

Aiutami, aiutami, aiutami, pregò.

Il corvo, o un suo gemello, tornò verso di lui, stridendo: «Caz, Caz!» in tono non troppo alto. Quel richiamo, tuttavia, riecheggiò potente nella torre in rovina.

«D’accordo», sbuffò Cazaril. «Così va bene.» Estratto il ratto dal sacco, gli appoggiò il coltello contro la gola. «Corri dal tuo signore con la mia preghiera», sussurrò, sgozzando l’animale con un gesto rapido e preciso. Il fiotto di sangue, caldo e scuro, gli bagnò la mano. Lui posò il piccolo cadavere accanto alle ginocchia e protese il braccio verso il corvo. Come se obbedisse a un ordine, il volatile saltò su di esso e si chinò a lambire il sangue sulla mano di Cazaril, protendendo di scatto la lingua nera. Quel gesto colse così di sorpresa il Castillar da strappargli un violento sussulto. Allora, per evitare che il corvo volasse via, Cazaril bloccò l’uccello sotto il braccio e lo baciò sulla testa. «Perdonami, perché il mio bisogno è grande», disse. «Forse il Bastardo ti nutrirà col pane degli Dei e potrai posarti sulla sua spalla, quando lo raggiungerai. Vola dal tuo signore con la mia preghiera.»

Una rapida torsione fu sufficiente a spezzare il collo del corvo, che agitò per un istante le ali e giacque immobile tra le sue mani. Lentamente, Cazaril depose quel cadavere accanto all’altro. «Bastardo, Dio della giustizia quando ogni giustizia viene meno, Dio dell’equilibrio di tutte le cose fuori stagione, e Dio del mio bisogno. Per dy Sanda, per Iselle, per tutti coloro che la amano… per Lady Betriz, la Royina Ista, la vecchia Provincara… per il disastro sulla mia schiena, per la verità contrapposta alle menzogne, ricevi la mia preghiera…» Ignorava se quelle erano le parole giuste, ammesso che ci fossero parole «giuste» per quel rito. D’un tratto, però, il suo respiro divenne affannoso. Quindi cominciò a piangere e si piegò in avanti, sopra i corpi degli animali, straziato da un intenso dolore al ventre, una sorta di crampo unito a un bruciore devastante. Non sapeva di dover soffrire tanto… In ogni caso, è meglio che trovarsi su una galea e ricevere una scarica di quadrelle brajariane sul posteriore, si disse. Poi, rammentando le preghiere della sera che diceva da ragazzo, aggiunse: «Per le tue benedizioni, noi ti ringraziamo, Dio delle cose fuori stagione…»

Aiutami, aiutami, aiutami…

Oh.

La fiamma delle candele tremolò e si spense, l’oscurità si fece ancora più intensa e sembrò inghiottire ogni cosa.

12

Cazaril aprì a fatica le palpebre, che parevano incollate, e si guardò intorno, senza capire cosa fosse quella grigia fenditura nel cielo, incorniciata nell’oscurità. Umettandosi le labbra aride, deglutì, e, a poco a poco, si rese conto di essere disteso supino su alcune travi… Era la struttura di sostegno della Torre di Fonsa. I ricordi della notte precedente riaffiorarono.

Sono vivo, pensò. Quindi ho fallito.

Annaspando alla cieca intorno a sé, incontrò con la mano destra un inerte mucchietto di penne fredde e si ritrasse di scatto. Rimase disteso, rammentando il terrore provato e col ventre ancora contratto da un dolore sordo. Si sentiva gelido come un cadavere. Ma respirava, dunque non era morto. Perciò anche Dondo dy Jironal era ancora vivo. E quella era la mattina delle sue nozze.

A mano a mano che lo sguardo gli si abituava alla penombra, Cazaril si rese conto di non essere solo: sulla rozza ringhiera che delimitava la piattaforma, c’era appollaiata una dozzina di corvi, assolutamente silenziosi e quasi immobili. Sembravano fissarlo.

D’impulso, Cazaril si portò una mano al volto. Ma non era ferito. Nessuno di quegli uccelli aveva ancora provato a beccarlo. «No», sussurrò, con voce tremante. «Non sono la vostra colazione, mi dispiace.»

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