L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]
- Автор: Буджолд Лоис Макмастер
- Серия: Chalion (it) #1
- Год: 2003
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-1291-3
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:
Nel sentire la sua voce, uno dei corvi arruffò le ali, ma nessuno accennò a volare via. E anche quando lui si sollevò a sedere, i volatili si agitarono, ma non si mossero.
Non tutto era stato fagocitato dall’oscurità: la sua memoria conservava ancora qualche frammento di un sogno. Aveva sognato di essere Dondo dy Jironal, seduto a una tavola scintillante di boccali d’argento, con le mani massicce adorne di anelli. Intorno a lui, in una sala rischiarata da torce e candele, la solita compagnia di amici e di prostitute. Mentre beveva all’imminente sacrificio della verginità di Iselle, accompagnando il brindisi con gesti osceni, era stato assalito da una tosse improvvisa, un fastidio in gola che si era rapidamente trasformato in dolore. A poco a poco, la gola gli si era gonfiata, come se qualcosa lo stesse strangolando dall’interno. I volti arrossati dei compagni si erano girati verso di lui e le loro risate si erano trasformate in grida di panico, giacché il suo viso, ormai livido, aveva convinto tutti che non si trattava di uno scherzo. C’erano stati strilli allarmati, coppe di vino rovesciate, esclamazioni sconvolte, in cui ricorreva la parola «veleno». Lui, invece, non era più riuscito a parlare, per via della gola sempre più contratta e della lingua che si andava gonfiando. Niente ultime parole, quindi, solo silenziose convulsioni, il cuore affaticato che martellava, un dolore simile a una morsa che gli attanagliava il petto e la testa, nubi nere venate di rosso che salivano a oscurargli la vista…
È stato solo un sogno, si disse Cazaril. Se io sono vivo, anche lui lo è.
Per mezzo giro di clessidra rimase ancora sdraiato sulla piattaforma, piegato in due per il dolore al ventre, in preda allo sfinimento e alla disperazione, mentre la fila di corvi continuava a vegliarlo, immersa in uno snervante silenzio.
D’un tratto, Cazaril si rese conto che doveva rientrare. Ma come? Non ci aveva pensato. Poteva calarsi lungo le travi di rinforzo, ma in tal modo si sarebbe trovato sul fondo di una torre murata, in cima al mucchio di detriti e di escrementi accumulatisi negli anni. L’unico modo per farsi tirare fuori sarebbe stato gridare… Ma qualcuno l’avrebbe sentito, attraverso quelle spesse pareti di pietra? E la sua voce non sarebbe stata scambiata per un’eco del gracchiare dei corvi, o per il lamento di qualche fantasma?
No, l’unica via a sua disposizione era quella verso l’alto, la stessa da cui era entrato.
Cazaril si alzò lentamente, aggrappandosi alla ringhiera, cercando di distendere i muscoli contratti e doloranti. I corvi non accennarono a spostarsi e lui ne dovette spingere via un paio, che si allontanarono svolazzando, ma continuarono a mantenere uno spettrale silenzio. Sollevata la veste marrone, Cazaril ne infilò il bordo nella cintura, poi salì sulla ringhiera, in equilibrio precario, e scoprì di poter raggiungere da lì il bordo del tetto. Afferrandosi a esso, si sollevò, confidando nella forza delle braccia e nel suo corpo snello e muscoloso. Per un momento, avvertì la spaventosa sensazione di essere sospeso nel vuoto, quindi i suoi piedi trovarono un appiglio sulle pietre e lui riuscì ad arrivare sulle tegole di ardesia. La nebbia era tanto densa da permettergli di distinguere appena il cortile sottostante, segno che l’alba era prossima, o che il sole era appena sorto. Gli abitanti più umili del castello erano senza dubbio già svegli e intenti ai loro compiti, in quella mattina di fine autunno. Seguito dai corvi, che uscirono a uno a uno dal foro nel tetto, andando ad appollaiarsi sulle tegole o sulla pietra e continuando a seguire i suoi spostamenti, Cazaril avanzò fino a portarsi sul lato opposto della torre.
Gli venne in mente soltanto allora che forse i corvi intendevano scagliarsi addosso a lui per fargli mancare il salto dalla torre al corpo principale del castello, vendicando così il compagno da lui ucciso. E, nello spiccare il salto, immaginò altresì di non trovare un appiglio per i piedi e, abbandonata la presa delle mani tremanti, di precipitare nel vuoto, schiantandosi sulle pietre sottostanti. Nello stesso istante, un nuovo, acutissimo crampo gli assalì il ventre, togliendogli il respiro e strappandogli un sussulto. Fu quasi sul punto di abbandonare davvero la presa, ma venne trattenuto dall’improvviso timore di poter sopravvivere alla caduta e di ritrovarsi storpio, con le gambe devastate. Soltanto sull’onda di quell’idea terribile riuscì a trovare la forza e la volontà necessarie per issarsi al di sopra delle grondaie e delle tegole, ignorando i muscoli che protestavano e le mani sanguinanti per lo sforzo di mantenere la presa.
In quella fitta nebbia, inoltre, gli era difficile capire da quale abbaino fosse uscito la notte precedente. Ce n’erano almeno una dozzina… E cosa avrebbe fatto, se avesse scoperto che, nel frattempo, qualcuno era passato di lì e lo aveva chiuso? Lentamente, strisciando, si avvicinò a un abbaino e provò ad aprire i vetri, ma invano. I corvi continuavano a seguirlo lungo le grondaie, sbattendo le ali e facendo piccoli balzi, con gli artigli che scivolavano sulle tegole bagnate, scintillanti di gocce di condensa che si erano formate anche sulle loro penne nere, sulla barba e sui capelli di Cazaril e sulla sua sopravveste nera. La quarta finestra si spalancò sotto la pressione delle sue dita: era proprio quella della legnaia in disuso da cui lui era passato la notte precedente. Sollevato, Cazaril entrò e richiuse i vetri appena in tempo, giacché la sua scorta di volatili neri stava per seguirlo all’interno. La sua mossa fu tanto repentina che un corvo rimbalzò contro il vetro con un tonfo.
A fatica, scese quindi le scale fino al suo piano, senza incontrare nessun servitore, rientrò incespicando nella sua camera e si richiuse la porta alle spalle. Sentendo il ventre che si contraeva dolorosamente, usò poi il pitale, che si riempì di spaventosi grumi di sangue. Tremando, si lavò le mani nella bacinella e, quando aprì la finestra per gettar via l’acqua sporca di sangue, costrinse un paio di corvi a sloggiare dal suo davanzale.
Bloccata col chiavistello la finestra, si diresse verso il letto, abbandonandosi poi su di esso e avvolgendosi nel copriletto. Continuava a tremare. In lontananza, sentiva i servitori del castello, ormai svegli, che passavano nei corridoi per consegnare acqua, lenzuola o pitali, salendo e scendendo le scale e chiamandosi a bassa voce. Forse Iselle, al piano di sopra, era già sveglia… Probabilmente la stavano lavando e vestendo. La legavano con fili di perle e la incatenavano coi gioielli in modo che fosse pronta per il suo spaventoso appuntamento con Dondo. La Royesse era riuscita a dormire un poco, oppure aveva pianto per tutta la notte, pregando quegli Dei che sembravano ignorare le sue suppliche? E Betriz… Si era forse procurata un altro pugnale? Cazaril sapeva che sarebbe stato suo dovere andare da Iselle, per darle almeno un po’ di conforto, ma, alla luce del suo fallimento, non se la sentiva di affrontare né lei né Betriz. Raggomitolandosi su se stesso, serrò gli occhi, in preda al dolore.
Era ancora disteso a letto, col respiro che usciva in una serie di ansiti, quando nel corridoio echeggiò un rumore di piedi calzati di stivali, poi la porta della sua stanza si spalancò con violenza e il Cancelliere dy Jironal apparve sulla soglia. «So che è stato lui!» ringhiò. «Dev’essere stato lui!»
I passi avanzarono sul pavimento di legno. Il copriletto venne tirato via di scatto. Girandosi, Cazaril fissò con sorpresa il volto arrossato di dy Jironal, che lo guardò a sua volta, stupefatto e disse, in tono indignato: «Siete vivo!»
Una mezza dozzina di cortigiani, tra cui Cazaril riconobbe anche un paio dei bravacci di Dondo, si accalcarono intorno a dy Jironal, guardando con pari meraviglia lo sconcertato Castillar e tenendo la mano sull’impugnatura della spada, quasi fossero pronti a ucciderlo a un minimo cenno del Cancelliere. Il Roya Orico, più arretrato rispetto al minaccioso gruppetto, stava immobile, in camicia da notte e con un trasandato mantello chiuso al collo dalle dita grassocce. Spostando lo sguardo su di lui, Cazaril si accorse che Orico aveva un aspetto… strano. Sempre più perplesso, sbatté le palpebre e si sfregò gli occhi, eppure continuò a vedere una sorta di aura, fatta non di luce, bensì di oscurità, intorno alla figura del Roya. Lo vedeva con chiarezza, quindi non poteva paragonare quell’oscurità a una nebbia, perché essa non velava minimamente i suoi tratti… Tuttavia lo avvolgeva come un indumento, muovendosi insieme con lui.