L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]
- Автор: Буджолд Лоис Макмастер
- Серия: Chalion (it) #1
- Год: 2003
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-1291-3
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:
Credevo che l’unico posto in cui il coraggio non avesse importanza fosse una galea roknari manovrata da schiavi, ma mi sbagliavo, pensò Cazaril. «Non lo so, Royesse», sussurrò poi, avvilito.
Oppressa e disperata, Iselle si rivolse alle preghiere e al digiuno. Nan dy Vrit l’aiutò a erigere nelle sue camere un altare e lo decorò con tutti i simboli della Signora della Primavera che riuscì a trovare. Seguito dalle solite due guardie, Cazaril si recò allora a Cardegoss, trovando un fioraio che aveva delle violette fuori stagione, cresciute in serra, che portò al castello perché venissero messe sull’altare, in un bicchiere pieno d’acqua. Nel ringraziarlo, la Royesse gli fece cadere una lacrima sulla mano, però lui continuò a sentirsi stupido e impotente di fronte a quella situazione.
Senza mangiare né bere, Iselle si prostrava di continuo sul pavimento davanti all’altare. Cazaril non poté trattenersi dal ripensare alla prima volta in cui aveva visto la Royna Ista, nella sala degli antenati della Provincara, e, notando quella somiglianza, ne fu così sconvolto da dover lasciare la stanza in tutta fretta. Trascorse le ore successive aggirandosi per il palazzo e cercando di riflettere, ma senza nessun risultato.
In tarda serata, Lady Betriz lo convocò nell’anticamera di quello che stava rapidamente diventando un luogo da incubo. «Ho trovato una soluzione!» annunciò. «Cazaril, insegnatemi come si fa a uccidere un uomo con un coltello.»
«Come?»
«Le guardie di Dondo hanno l’ordine di non farvi avvicinare a lui, però, la mattina del matrimonio, io sarò al fianco di Iselle, come sua testimone, e nessuno si aspetta una mossa da parte mia. Nasconderò il coltello nel corpetto e, quando Dondo si chinerà per baciarle la mano, potrò colpirlo, anche due o tre volte, prima che qualcuno riesca a fermarmi. Però non so dove e come colpire per essere certa di uccidere. Suppongo di dover mirare al collo, ma in che punto?» Poi tirò fuori da sotto le gonne un sottile pugnale. «Avanti, fatemi vedere così potremo esercitarci finché non sarò certa di poter agire rapidamente e con scioltezza.»
«Per gli Dei, no, Lady Betriz! Rinunciate a questo folle piano! Vi ucciderebbero sul posto… o comunque v’impiccherebbero!»
«Sarei lieta di andare sulla forca, se prima potessi uccidere Dondo. Ho giurato di proteggere Iselle con la mia vita, e sono pronta a farlo», ribatté Betriz, con gli occhi scuri che ardevano come fuoco nel volto pallido.
«No», ribadì con fermezza Cazaril, togliendole di mano il coltello e chiedendosi come se lo fosse procurato. «Questo non è un incarico adatto a una donna.»
«Secondo me, è un incarico adatto a chiunque abbia la possibilità di portarlo a termine, cioè io. Avanti, fatemi vedere!»
«No, ascoltate… Aspettate. Io… tenterò qualcosa, vedrò di scoprire cosa posso fare.»
«Potete uccidere Dondo? Iselle è là dentro, intenta a pregare la Signora della Primavera perché faccia morire o lei o Dondo prima del matrimonio… Chi dei due non le importa più molto, ormai, però a me importa, e credo che a morire dovrebbe essere Dondo.»
«Sono assolutamente d’accordo. Ascoltatemi, Lady Betriz, dovete aspettare. Vedrò cosa posso fare.» E pensò: Se gli Dei non risponderanno alle tue preghiere, Lady Iselle, allora proverò a farlo io.
Il giorno successivo, alla vigilia del matrimonio, Cazaril trascorse ore intere a pedinare Lord Dondo per tutto il castello di Zangre, come se fosse un cinghiale in una foresta di pietra, ma non riuscì mai ad avvicinarsi abbastanza da poterlo colpire. Verso la metà del pomeriggio, poi, Dondo fece ritorno al grande palazzo che i dy Jironal possedevano in città, e Cazaril provò per ben due volte a valicarne le mura o le porte. La seconda volta, i bravacci al soldo di Dondo lo gettarono fuori e uno dei due lo tenne fermo, mentre l’altro lo tempestava di pugni al petto, al ventre e all’inguine. Tornò allo Zangre con passo lento e incerto, sorreggendosi ai muri come un ubriaco. Le guardie del Roya, che lui era riuscito a seminare nei vicoli di Cardegoss e che avevano assistito sia al pestaggio sia al suo cammino verso a casa, non intervennero.
Sulla spinta di un’ispirazione improvvisa, Cazaril si ricordò poi del passaggio segreto che univa lo Zangre col palazzo dei dy Jironal, all’epoca in cui esso era stato di proprietà di Lord dy Lutez. Si diceva che Ias e dy Lutez lo usassero di giorno per le riunioni di Stato e di notte per gli appuntamenti amorosi. Cercò allora di capire dove fosse, ma ben presto scoprì che quel passaggio era segreto quanto la strada principale di Cardegoss, sorvegliato da guardie e difeso da porte sprangate. Tentò persino di corrompere un paio di guardie, ricevendone in cambio spinte, imprecazioni e la minaccia di altre percosse.
Sono davvero in gamba, come assassino, pensò con amarezza, mentre tornava barcollando verso la sua camera, al crepuscolo. Si lasciò cadere sul letto, gemendo, con la testa che pulsava e il corpo dolorante, rimanendo immobile per qualche tempo prima di riscuotersi quanto bastava per accendere una candela. Doveva salire al piano di sopra per controllare come stavano le dame, ma temeva di non poter reggere al loro pianto, né se la sentiva di riferire a Betriz il proprio fallimento e di fare fronte a ciò che lei gli avrebbe chiesto. Lui non era riuscito a uccidere Dondo, quindi che diritto aveva di stroncare sul nascere un tentativo da parte della fanciulla?
Morirei con gioia, se ciò impedisse l’abominio che si verificherà domani… pensò.
Dici sul serio?
Si sollevò a sedere di scatto, rigido, chiedendosi se quella voce che gli era echeggiata nella mente fosse effettivamente la sua. Be’, la lingua gli si era mossa leggermente dietro le labbra, come gli capitava di solito quando discuteva con se stesso. E la risposta era come… nata dentro di lui.
Sì.
Si portò ai piedi del letto e si lasciò cadere in ginocchio, aprendo il coperchio del baule e cominciando a frugare tra gli indumenti ripiegati e profumati con chiodi di garofano, a difesa dalle tarme, fino a trovare una sopravveste di velluto nero avvolta intorno a una veste di lana marrone… e a un librettino in codice al quale non aveva più pensato da quando il giudice corrotto era fuggito da Valenda. Gli venne in mente che non l’aveva neppure restituito al Tempio, frenato dalle imbarazzanti spiegazioni che avrebbe dovuto fornire per giustificare il ritardo con cui lo aveva consegnato. Con mosse febbrili, lo tirò fuori e accese altre candele. Non aveva molto tempo a disposizione, e quasi un terzo del volumetto era ancora da decifrare.
Lascia perdere tutti gli esperimenti falliti, e va’ all’ultima pagina, si disse.
A onta della rozzezza di quel codice, la disperazione del mercante di lana emergeva concreta da quelle pagine, con una sorta di strana, scintillante semplicità: abbandonando tutte le precedenti, bizzarre elaborazioni, il mercante aveva fatto ricorso alla pura e semplice preghiera, a un ratto e a un corvo come mezzi per trasmettere la sua supplica, alle candele come strumento per illuminare la via, alle erbe aromatiche per elevare il suo cuore col loro profumo. Queste ultime lo avrebbero aiutato a improntare la mente alla purezza della volontà nonché ad accantonare la volontà stessa, deposta spontaneamente come un’offerta sull’altare del Dio.