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L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]

Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:

Da una grande maestra della narrativa fantastica, più volte vincitrice del premio Hugo, un potente racconto di mistero, magia e tradimento. Il destino di un cavaliere, della sua stirpe e di un regno tormentato. Provato nel corpo e nello spirito da una lunghissima prigionia, il comandante Lupe dy Cazaril ritorna nel regno di Chalion, in cui aveva servito come paggio, e viene nominato tutore di Royesse, bella e intelligente sorella dell’erede al trono. Ma quell’occasione di riscatto si trasforma presto in un incubo, poiché Cazaril scopre che a corte proprio quegli uomini che lo hanno tradito ora occupano posti di grande potere. E scopre soprattutto che l’intera stirpe di Chalion è gravata da una terribile maledizione, che non può essere annullata se non con la magia più nera…
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Aiutami. Aiutami. Aiutami.

Quelle erano le ultime tre parole annotate sul libretto.

Posso farlo anch’io, pensò Cazaril, con un senso di meraviglia.

E se avesse fallito… ci sarebbe stata pur sempre Betriz, col suo coltello.

Ma non fallirò, promise a se stesso. Nella mia vita, ho fallito in quasi ogni cosa. Però non fallirò nella morte.

Riposto il volumetto sotto il cuscino, chiuse a chiave la porta della stanza e andò in cerca di un paggio, scegliendo infine un ragazzo assonnato che era in attesa nel corridoio, pronto a sopperire alle esigenze dei nobili e delle dame che stavano cenando nella sala dei banchetti di Orico. In quel luogo, senza dubbio, la prolungata assenza di Iselle era oggetto di scottanti pettegolezzi, scambiati senza remore e a voce alta, dato che nessuno degli interessati era presente. Dondo stava infatti cenando nel suo palazzo, coi suoi amici, e Orico si trincerava ancora nel capanno di caccia.

Prelevato dalla borsa un reale d’oro, Cazaril lo mostrò al paggio, tenendolo bene in vista tra pollice e indice. «Senti, ragazzo!» chiamò. «Ti andrebbe di guadagnarti un reale?»

Per i paggi dello Zangre, la cautela era d’obbligo. E un reale d’oro era una somma sufficiente a comprare servizi assai intimi da coloro che erano disposti a venderli, ma anche da ispirare cautela in quelli che non amavano giochi simili. «Cosa dovrei fare, mio signore?» chiese quindi il ragazzo.

«Cattura un ratto per me.»

«Un ratto, mio signore? Perché?»

Ah, già, ci voleva una motivazione, e Cazaril non poteva certo dichiarare di voler mettere in atto una magia di morte ai danni del secondo nobile più potente di tutta Chalion. Appoggiatosi con le spalle alla parete, il Castillar sfoggiò un sorriso da cospiratore. «Quando mi trovavo nella fortezza assediata di Gotorget, tre anni fa, dov’ero il comandante, almeno finché il mio coraggioso generale non ci ha venduti tutti al nemico, abbiamo imparato a mangiare i ratti», spiegò. «Sono piccole creature saporite, se riesci a catturarne abbastanza da saziarti, e adesso sento un’acuta nostalgia del sapore di una bella coscetta di ratto arrostita sulla fiamma di una candela. Procurami un bel ratto grasso e avrai una seconda moneta come questa.» Lasciò cadere la moneta nella mano del paggio e si leccò le labbra con un’aria che doveva senza dubbio apparire folle, almeno a giudicare dal modo in cui il ragazzo prese a indietreggiare. «Sai dove si trova la mia camera?» domandò poi.

«Sì, mio signore.»

«Allora portami là il ratto, in un sacco, più in fretta che puoi, perché ho davvero fame», ribadì Cazaril e si allontanò, ridendo… Una risata vera, dovuta a una strana, selvaggia esaltazione che gli pervadeva il cuore.

Quello stato d’animo durò finché, nella sua stanza, non sedette sul letto per elaborare il resto del suo piano, quell’oscura preghiera che si sarebbe conclusa con un suicidio. Era notte, dunque il suo corvo non sarebbe venuto sul suo davanzale, neppure se avesse cercato di adescarlo col pezzo di pane prelevato nella sala dei banchetti, prima di tornare nella parte centrale del palazzo. Dal momento che i corvi avevano il loro nido nella Torre di Fonsa, doveva essere lui a strisciare fino a loro, passando per i tetti. C’era tuttavia il rischio di scivolare al buio… Senza contare la difficoltà di tornare nella propria camera con un fagotto stridente sotto il braccio.

No. Doveva andare col sacco in cui c’era il ratto. Se avesse fatto ciò che doveva lassù, avvolto dall’oscurità del tetto in rovina, un unico viaggio sarebbe bastato. E poi in quella torre la magia di morte aveva già funzionato una volta, in modo spettacolare, a favore del nonno di Iselle, no? Non c’era dunque da sperare che lo spirito di Fonsa fosse disposto ad aiutare l’empio soldato che stava difendendo sua nipote? La sua torre era un luogo temuto, sacro al Bastardo e ai suoi uccelli, soprattutto nel cuore della notte e sotto quella pioggia gelida… Lassù il suo corpo non sarebbe mai stato trovato, né avrebbe avuto bisogno di sepoltura. I corvi avrebbero banchettato coi suoi resti… Un equo scambio, considerato il sacrificio che lui intendeva richiedere a uno di essi. Dopotutto, gli animali erano creature innocenti, anche i macabri corvi, e senza dubbio quell’innocenza li rendeva tutti sacri, almeno in certa misura. Il paggio tornò molto più in fretta di quanto lui si aspettasse, portando un sacco dentro cui qualcosa si contorceva disperatamente. Controllato il contenuto — un ratto infuriato che pesava più di una libbra e mezzo -, Cazaril consegnò al ragazzo l’altra moneta. Dopo averla riposta in tasca, il paggio si allontanò lentamente lungo il corridoio, continuando a guardarsi indietro con aria dubbiosa.

Cazaril richiuse il sacco e lo ripose nel baule, per impedire la fuga del «prigioniero», poi si tolse la tenuta da cortigiano e, come buon augurio, si mise la veste marrone e la sopravveste nera che il mercante di lana aveva indossato al momento della morte. Indugiò per qualche istante a chiedersi se, per affrontare la scalata delle pietre e delle tegole bagnate di pioggia, fosse meglio usare gli stivali, le scarpe o restare scalzo e, alla fine, optò per quest’ultima strada. Prima d’iniziare la sua impresa, però, s’infilò le scarpe per fare un’ultima visita.

«Betriz?» chiamò qualche minuto più tardi, fermandosi davanti alla porta dell’anticamera. «Lady Betriz? So che è tardi… Ma potete venire fuori per parlare con me?»

Ancora completamente vestita, pallida ed esausta, Betriz oltrepassò la soglia e gli permise di stringerle le mani, arrivando ad appoggiargli per un momento la fronte contro il petto; per un vertiginoso istante, il profumo dei suoi capelli riportò Cazaril al secondo giorno che aveva trascorso a Valenda, quando si era trovato accanto a lei, in mezzo alla calca che affollava il Tempio. L’unica cosa rimasta immutata, da quel giorno sereno, era la sua lealtà.

«Come sta la Royesse?» le chiese.

«Continua a pregare la Figlia senza un attimo di sosta», rispose Betriz, sollevando lo sguardo su di lui alla tenue luce delle candele. «Non ha mangiato né bevuto da ieri. Non so dove siano gli Dei, o perché ci abbiano abbandonati…»

«Oggi non ho potuto uccidere Dondo. Avvicinarlo mi è stato impossibile», confessò Cazaril.

«L’avevo immaginato… Altrimenti avremmo sentito qualcosa al riguardo.»

«Mi rimane ancora una cosa da tentare. Se non dovesse funzionare… Be’, in tal caso, tornerò domattina, e vedremo cosa si potrà fare col vostro coltello. Volevo soltanto che voi sapeste… Ecco, se domattina non dovessi tornare, sappiate che comunque starò bene. Non vi preoccupate per me e non mi cercate.»

«Non ci state abbandonando, vero?» esclamò Betriz, stringendogli spasmodicamente le mani.

«No, mai.»

«Non capisco», mormorò lei, sbattendo le palpebre, stupita.

«Non importa. Abbiate cura di Iselle, e non vi fidate mai, per nessun motivo, del Cancelliere dy Jironal.»

«Non c’è bisogno che me lo diciate!»

«Ancora una cosa. Il mio amico Palli, il March dy Palliar, conosce la verità: sa che, dopo Gotorget, io sono stato tradito… E sa anche come Dondo e io siamo diventati nemici… Adesso non ha più importanza, ma è bene che Iselle sappia che il fratello maggiore di Dondo ha deliberatamente escluso il mio nome dall’elenco degli uomini da riscattare, condannandomi alla schiavitù sulle galee e alla morte. Non ci sono dubbi al riguardo, perché ho visto l’elenco, stilato di suo pugno. Conoscevo fin troppo bene la sua calligrafia, per aver letto più volte i suoi ordini militari.»

«Non si può fare nulla al riguardo?» chiese Betriz.

«Ne dubito. Se si potesse dimostrarlo, una buona metà dei nobili di Chalion rifiuterebbe di cavalcare in futuro sotto la sua bandiera, e forse ciò sarebbe sufficiente a farlo cadere in disgrazia… o forse no. Questa è una freccia che Iselle deve tenere nella sua faretra, perché un giorno potrebbe tornarle utile.» Indugiò per un lungo momento a fissare il volto di lei, sollevato verso il suo, con la pelle d’avorio, le labbra di corallo e i profondi occhi d’ebano, che apparivano enormi nella penombra, poi si chinò con fare impacciato, e la baciò.

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