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L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]

Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:

Da una grande maestra della narrativa fantastica, più volte vincitrice del premio Hugo, un potente racconto di mistero, magia e tradimento. Il destino di un cavaliere, della sua stirpe e di un regno tormentato. Provato nel corpo e nello spirito da una lunghissima prigionia, il comandante Lupe dy Cazaril ritorna nel regno di Chalion, in cui aveva servito come paggio, e viene nominato tutore di Royesse, bella e intelligente sorella dell’erede al trono. Ma quell’occasione di riscatto si trasforma presto in un incubo, poiché Cazaril scopre che a corte proprio quegli uomini che lo hanno tradito ora occupano posti di grande potere. E scopre soprattutto che l’intera stirpe di Chalion è gravata da una terribile maledizione, che non può essere annullata se non con la magia più nera…
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«Mi avete detto che, se stamattina non foste tornato, non avrei dovuto preoccuparmi per voi o cercarvi, che quello sarebbe stato il segno che andava tutto bene. E avete anche sostenuto che, se i corpi non vengono adeguatamente bruciati, possono accadere cose spettrali e terribili», gli ricordò Betriz.

«Avevo adottato misure di sicurezza», garantì Cazaril, a disagio.

«Quali misure? Siete sgusciato via, senza che coloro cui state a cuore sapessero dove cercarvi o se pregare per voi…»

«I corvi di Fonsa… La scorsa notte, ho scalato la Torre di Fonsa per… Ah, ecco… per pregare», mormorò Cazaril. «Ho pensato che se le cose fossero andate… in maniera diversa, i corvi avrebbero provveduto a fare pulizia, come fanno i loro confratelli sui campi di battaglia, o con una pecora caduta in un burrone.»

«Cazaril!» gridò Betriz, indignata, poi si affrettò ad abbassare la voce, riducendola quasi a un sussurro. «Caz, questo è… Mi state dicendo che siete strisciato via da solo per morire in preda alla disperazione, con la prospettiva di lasciare che il vostro corpo venisse divorato dai… Ma è orribile!»

«No, aspettate!» protestò Cazaril, sorpreso di vedere gli occhi di lei velarsi di lacrime. «Non è poi così terribile, e mi è parsa una cosa degna di un soldato.» Allungò la mano per asciugare le lacrime sulla guancia di lei, ma poi la lasciò ricadere con esitazione sul copriletto.

«Se mai farete di nuovo una cosa del genere senza dirmelo… senza dirlo a qualcuno… io… vi prenderò a schiaffi!» s’infuriò Betriz, serrando i pugni in grembo, poi si sfregò gli occhi, si passò le mani sul volto e si sedette più eretta, riportando bruscamente la voce a un tono colloquiale. «Il funerale dovrebbe tenersi nel Tempio, un’ora prima del tramonto. Intendete presenziarvi, oppure rimarrete a letto?»

«Se riuscirò a camminare, intendo essere presente sino in fondo», replicò Cazaril. «Ogni nemico di Dondo presenzierà al rito, se non altro per dimostrare di non essere lui il colpevole, quindi si tratterà di un evento notevole, cui varrà la pena di assistere.»

Le persone che assistettero al rito funebre per Dondo dy Jironal nel Tempio di Cardegoss furono molto più numerose di quelle che avevano partecipato al funerale del povero, solitario dy Sanda. Il Roya Orico in persona, abbigliato in colori adeguati alla circostanza, si mise alla testa del gruppo dei dolenti che, usciti dallo Zangre, scesero a piedi la collina in una lenta processione. Su una portantina c’era anche la Royina Sara. Sebbene inespressiva in volto quanto una statua intagliata in un blocco di ghiaccio, la Royina aveva scelto abiti dai colori vivaci, mescolando le tinte proprie di tre diverse festività, il tutto corredato da una vera profusione di gioielli. Pareva che Sara avesse indosso almeno la metà dei preziosi in suo possesso.

Naturalmente tutti finsero di non notare la cosa.

Cazaril continuò invece a osservare di nascosto la Royina per tutto il tragitto, ma non per quel suo abbigliamento bizzarro. Lui scrutava quel mantello d’ombra, simile a una nebbia e gemello di quello di Orico, che stuzzicava tormentosamente il suo occhio mentale. Anche Teidez possedeva un’analoga aura scura, che si spostava insieme con lui sull’acciottolato, segno che quella sorta di nero miraggio, qualsiasi cosa fosse, si estendeva a tutta la famiglia. Sempre più perplesso, Cazaril non poté fare a meno di chièdersi che cosa avrebbe visto se avesse posato lo sguardo sulla Royina Ista.

Il numero dei presenti risultò così elevato che la cerimonia, condotta dall’Arcidivino di Cardegoss in persona, avvolto nelle sue vesti a cinque colori, venne tenuta nel cortile principale del Tempio. La processione giunta dal palazzo dei dy Jironal depose il feretro contenente il corpo di Dondo a pochi passi dal focolare degli Dei, una rotonda piattaforma di pietra al di sopra della quale una tenda di rame con un foro centrale, retta da cinque sottili colonne, si levava a proteggere dagli elementi il fuoco sacro. Il crepuscolo di quel cupo giorno di pioggia tingeva l’aria di una caliginosa sfumatura violetta e diffondeva ovunque un’opaca luce grigiastra, pervasa dal sentore della miriade di incensi bruciati in preghiera e nei riti di purificazione.

Il cadavere di Dondo, composto nella bara e circondato da fiori ed erbe di buon augurio e di protezione simbolica — una precauzione che Cazaril giudicò un po’ tardiva — era stato abbigliato con le vesti azzurre e bianche proprie della sua carica di Santo Generale dell’Ordine militare della Figlia, e la spada che simboleggiava il suo rango era stata deposta sul suo petto, le mani chiuse intorno all’elsa. Sottovoce, dy Rinal aveva diffuso la diceria secondo cui il corpo era stato avvolto strettamente in fasce di lino prima di essere vestito, eppure esso non sembrava particolarmente gonfio o deformato. Anche il volto non era più gonfio di quanto lo fosse stato nelle mattine in cui Dondo si era trovato a smaltire i postumi di qualche sbornia. D’altro canto, il cadavere sarebbe stato arso con gli anelli ancora infilati nelle dita grassocce: per sfilarli, sarebbe stato necessario ricorrere a un coltello da macellaio.

Cazaril era riuscito a camminare dallo Zangre fino al Tempio senza incespicare, ma i crampi stavano tornando ad aggredirgli lo stomaco, che sembrava persino tendere la cintura. A disagio, il Castillar si mise in un posto abbastanza appartato, cioè alle spalle di Betriz e di Nan. Quanto a Iselle, venne accompagnata accanto a Orico e al Cancelliere: il suo breve fidanzamento rendeva infatti il suo lutto, almeno formalmente, più doloroso. Sotto il manto dell’aura scintillante nera e azzurra, che, agli occhi di Cazaril, la rendeva simile a un’aurora, la Royesse appariva cupa e pallida in volto. Il cadavere di Dondo sembrava aver smorzato in lei qualsiasi impulso a sconvenienti manifestazioni di gioia.

Due cortigiani si fecero avanti per pronunciare un sentito e sincero elogio funebre per Dondo, anche se Cazaril non riconobbe nelle loro parole l’effettivo carattere del defunto né la descrizione del suo stile di vita. Il Cancelliere dy Jironal sembrava troppo sopraffatto dall’emozione per parlare a lungo, sebbene fosse difficile stabilire se il suo stato d’animo dominante fosse il dolore o l’ira. Si limitò ad annunciare una ricompensa di mille reali d’oro per chi avesse fornito informazioni atte a identificare l’assassino del fratello. E quello fu l’unico riferimento a ciò che aveva causato l’improvvisa dipartita di Dondo.

Un’altra cifra non indifferente era stata di certo deposta sull’altare del Tempio. Poi tutti i Devoti, gli Accoliti e i Divini di Cardegoss presero a cantare le preghiere con tale slancio da far supporre che il semplice volume di quel coro potesse garantire al defunto una maggiore santità. Uno dei cantori, che faceva parte del gruppo dei contralto, attirò l’attenzione dell’occhio interiore di Cazaril. Si trattava di una donna di mezz’età dall’aria triste, abbigliata con una veste verde, che pareva risplendere come una candela osservata attraverso un vetro color smeraldo. Mentre cantava, la donna guardò a sua volta Cazaril, ma si affrettò subito a riportare gli occhi sul Divino incaricato di dirigere il coro.

«Conoscete quell’Accolita in coda alla seconda fila dei cantori della Madre?» sussurrò Cazaril a Nan.

«È una delle levatrici al servizio della Madre», rispose la dama, dopo aver guardato nella direzione indicata. «Ho sentito dire che è molto brava.»

«Capisco.»

Giunse poi il momento della scelta da parte degli animali sacri. La folla si fece attenta, giacché non era assolutamente chiaro o prevedibile quale Dio avrebbe preso con sé l’anima di Dondo dy Jironal. Il suo predecessore nella carica di generale della Figlia, pur essendo padre e nonno, era stato immediatamente reclamato dalla Signora della Primavera, che lui aveva servito a lungo, fino alla morte. Dondo, dal canto suo, in gioventù aveva prestato servizio nell’Ordine militare del Figlio, spargendo in giro più di un bastardo. Dalla defunta moglie aveva anche avuto due figlie, che lui disprezzava e che aveva affidato ad alcuni parenti di campagna perché le allevassero. Ma il pensiero di tutti i presenti era un altro: se l’anima di Dondo era stata portata via dal demone della morte del Bastardo, allora adesso si trovava nelle mani di quel Dio, quindi era possibile che esso decidesse di appropriarsene.

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