Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
«Una ricca ricompensa per una semplice idea e poche righe di scarabocchi.» Lord Balon lesse nuovamente la lettera. «Di ricompensa, il ragazzino Stark non parla nemmeno. Dice solo che tu parli per lui e che io devo ascoltare. E quindi dargli le mie vele e le mie spade, in cambio lui darà a me una corona» i suoi occhi pietrosi si fissarono su Theon. «Darà a me la corona.» Ripeté con voce tagliente.
«Opinabile scelta di parole. Quello che Robb vuole dire…»
«So esattamente quello che vuole dire. Lui mi darà la corona. E ciò che è dato può essere portato via con altrettanta facilità.» Lord Balon gettò la lettera nel braciere, sopra la collana d’oro. La pergamena si attorcigliò, divenne nera e alla fine si consumò nelle fiamme.
Theon era fuori di sé: «Ma sei impazzito?».
Suo padre lo colpì in piena faccia, un duro manrovescio. «Attento a come parli. Non sei più a Grande Inverno, e io non sono Robb il ragazzino perché tu osi parlarmi in questo modo. Io sono Greyjoy, lord possessore di Pyke, re del sale e della roccia, Figlio del vento di mare… E nessun uomo dà a me una corona. Io pago il prezzo con il ferro. Io me la prendo, la corona, come Urron Manorossa se la prese cinquemila anni fa.»
Theon arretrò, cercando di tenersi a distanza da quell’improvviso scoppio d’ira da parte del padre.
«Vuoi la corona?» disse in un sibilo, la guancia dolente. «Ma certo, prenditela pure. Fatti chiamare re delle isole di Ferro. Non importerà a nessuno… fino a quando la guerra sarà finita. Perché a quel punto il vincitore si darà un’occhiata intorno, e vedrà un vecchio idiota abbarbicato a un mucchio di rocce, con in testa una ridicola corona di ferro.»
Lord Balon rise. «Per lo meno non sei un codardo. Non più di quanto io possa essere un idiota. Credi davvero che abbia radunato le mie navi per guardarle mentre ondeggiano placide ai loro ancoraggi? Intendo conquistare un vero regno, con il fuoco e con la spada… ma non nell’Occidente, e non certo su richiesta di Robb il ragazzino. Castel Granito è inespugnabile, e lord Tywin fin troppo astuto. Sì, potremmo anche prendere Lannisport, ma non riusciremmo mai a tenerla. No. La mia voracità è rivolta a un diverso frutto… forse non altrettanto dolce e succoso, ma che pure è là appeso, maturo e indifeso.»
“Dove?” poteva domandare Theon Greyjoy, ma a quel punto conosceva già la risposta.
DAENERYS
Shierak qiya, la “Stella che sanguina”: era così che i Dothraki chiamavano la grande cometa rossa. I vecchi mormoravano che si trattava di un presagio oscuro, ma Daenerys Targaryen l’aveva vista per la prima volta la notte in cui aveva bruciato khal Drogo, la notte stessa in cui i draghi si erano risvegliati. “È l’araldo della mia venuta” disse fra sé, alzando lo sguardo al cielo notturno, il cuore pieno di meraviglia. “Gli dei l’hanno inviata per indicarmi la via da seguire.”
Eppure, quando quel pensiero divenne parola, la sua ancella Doreah ne fu atterrita. «Da quella parte si estendono le terre rosse, khaleesi. Un posto desolato e terribile, dicono i cavalieri.»
«La direzione della cometa è la direzione nella quale dobbiamo andare» insistette Dany. In realtà, era anche l’unica direzione nella quale potessero andare.
Daenerys non osava tornare verso nord, nel vasto oceano d’erba che loro chiamavano il mare Dothraki. Il primo khalasar che avessero incontrato avrebbe inghiottito il suo misero gruppo, uccidendo i guerrieri e riducendo in schiavitù tutti gli altri. La terra degli Uomini Agnello, a sud del fiume, era parimenti preclusa. Loro erano troppo in pochi per difendersi perfino da genti non guerresche, e i Lhazareen avevano ben poche ragioni per non odiarli. Un’altra possibilità era seguire il corso del fiume fino ai porti di Meeren, Yunkai e Astapor, ma Rakharo l’aveva messa in guardia: era là che il khalasar di Pono stava andando, spingendo avanti a sé migliaia di schiavi che sarebbero stati venduti sui mercati di carne umana che infestavano le coste della baia degli Schiavisti come piaghe purulente.
«Che ragione avrei di temere Pono?» obiettò Dany. «Era il ko di Drogo, e si è sempre rivolto a me con gentilezza.»
«Ko Pono ha fatto questo, certo» ammise ser Jorah Mormont «ma khal Pono ti ucciderà. È stato lui il primo ad abbandonare Drogo, e con lui sono andati diecimila guerrieri. Mentre tu ne hai solamente un centinaio.»
“No” pensò Dany “di guerrieri ne ho soltanto quattro. Il resto sono donne, vecchi malati e ragazzini i cui capelli non sono mai stati intrecciati.” «Ho i draghi» fece notare Daenerys.
«Appena usciti dall’uovo…» Ser Jorah scosse il capo. «Un solo colpo di arakh, e sarebbe la loro fine. Per quanto Pono probabilmente vorrebbe tenerli per sé. Le tue uova di drago erano molto più preziose dei rubini. Un drago vivo non ha prezzo. In tutto il mondo, ne esistono soltanto tre, e ogni uomo che li vedrà, vorrà prenderseli, mia regina.»
«Sono miei» disse Daenerys con fierezza. Erano nati in virtù della forza della sua fede e del suo bisogno, la loro vita generata dalla morte di suo marito, di suo figlio mai nato e del maegi Mirri Maz Duur. Daenerys aveva camminato nelle fiamme mentre loro le venivano incontro, e avevano succhiato il latte dei suoi seni turgidi. «E fino a quando io sarò in vita, nessun uomo li prenderà.»
«Ma non vivrai a lungo se dovessi incontrare khal Pono. Né khal Jhaqo, né nessuno degli altri. Devi andare dove loro non vanno.»
Daenerys aveva nominato ser Jorah primo dei cavalieri della Guardia della regina… e se il ruvido consiglio di Mormont e i presagi nel cielo si trovavano in accordo, la strada da prendere era chiara.
Dany chiamò a raccolta la sua gente e montò in sella alla sua puledra argentata. Affrontando le fiamme sulla pira di Drogo, i suoi capelli erano bruciati, così le sue ancelle l’avevano rivestita con la pelle dello hrakkar, il grande leone bianco del mare Dothraki che Drogo aveva ucciso. La testa feroce faceva da cappuccio per coprire lo scalpo glabro, la pelliccia le scendeva come un mantello sulle spalle e lungo la schiena. Il drago color crema affondò gli artigli neri nella folta criniera del leone e le attorcigliò la coda attorno al braccio. Come consuetudine, ser Jorah venne a cavalcare alla destra di Dany.
«Seguiremo la cometa» annunciò Daenerys al suo khalasar.
E quando questo fu detto, non una parola si levò a contraddirla. Erano stati uomini di Drogo, ma erano suoi, adesso. La “Nonbruciata”, la chiamavano, la “Madre dei draghi”. E la sua parola era la loro legge.
Viaggiavano di notte, e trovavano rifugio sotto le tende dal calore divorante del giorno. Daenerys non ci mise molto per rendersi conto che Doreah aveva detto il vero: non era una terra ospitale, quella. Dietro di loro, rimase una scia di cavalli morti o morenti. Pono, Jhaqo e gli altri si erano presi gli animali migliori dei branchi di Drogo, lasciando a Dany le bestie magre, malate, azzoppate e riottose. Lo stesso valeva per le persone. “Non sono forti” si disse Daenerys. “Quindi devo essere io la loro forza. Non devo mostrare paura, né debolezza, né dubbio. Per quanto spaventato sia il mio cuore, guardando il mio volto loro non dovranno vedere altro che la regina di Drogo.” Aveva solamente quattordici anni, Daenerys Targaryen, ma si sentiva molto più vecchia. Se mai era stata veramente una ragazzina, ora quel tempo era finito.
Dopo tre giorni di marcia, cominciarono a morire gli uomini. Un vecchio sdentato, dai torbidi occhi azzurri, cadde di sella, stremato, e non si rialzò più. Un’ora dopo era morto. Nugoli di mosche di sangue, i grossi, famelici insetti predatori di quelle regioni, sciamarono sul corpo, comunicando ai vivi ciò che già sapevano.
«Il suo tempo era passato» dichiarò Irri, un’ancella di Dany. «Nessun uomo dovrebbe vivere più a lungo dei suoi denti.»
Gli altri si dissero d’accordo. Dany ordinò loro di abbattere il più debole dei cavalli in agonia, in modo che il defunto potesse raggiungere al galoppo le terre della notte.