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Il battello del delirio [Fevre Dream - it]

Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:

Fiume Mississippi, 1857. Il ghiaccio di un gelido inverno ha appena distrutto la flotta commerciale del Capitano Abner Marsh. Privo di assicurazione, il vecchio armatore si ritrova solo, in bancarotta, disperato. Ma ecco che, inaspettatamente, un bizzarro straniero di nome Joshua York si offre di rilevare la metà della sua compagnia di navigazione in rovina, mettendo sul piatto una cifra spropositata. Ma non è tutto. York intende investire il proprio denaro nella costruzione del battello più lussuoso, più bello e soprattutto più veloce che abbia mai solcato le torbide acque del Mississippi, e per di più ne offre il comando al Capitano Marsh. L’unica condizione posta da York è semplice: gli ordini da lui impartiti saranno pochi, ma per quanto strani o assurdi possano sembrare, ogni qual volta verranno emanati, Marsh dovrà assicurarsi che essi vengano eseguiti alla lettera, senza fare domande. E così il nuovo gioiello del fiume, battezzato “Fevre Dream”, inizia il suo viaggio. Tuttavia, man mano che il battello discende il tortuoso corso del Mississippi, Marsh prende a insospettirsi sempre più. Perché il misterioso York si fa vedere soltanto di notte? Come mai lui e i suoi amici si dissetano ogni sera col disgustoso vino nerastro della sua riserva privata? Quando la verità sarà finalmente rivelata, il Capitano dovrà scegliere da che parte stare…
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«E così iniziammo una ricerca che ci portò via un intero decennio. Non ti annoierò con tutti i particolari. In una chiesa, in Russia, trovammo quei libri che hai visto nella mia cabina, gli unici documenti scritti dalla mano di uno dei nostri. Col tempo riuscii a decifrarli e lessi la triste vicenda di una comunità di cinquanta figli del popolo del sangue, le loro traversie, le loro migrazioni, battaglie, morti. Erano stati tutti distrutti, gli ultimi tre crocifissi e bruciati secoli prima della mia nascita. Sui monti della Transilvania trovammo i resti di un rifugio fortificato di montagna, e nelle grotte sottostanti, gli scheletri di due individui della mia razza: ciascuno con un paletto di legno marcio piantato nel costato, e i teschi posti in cima a due pali. Dallo studio di quelle ossa appresi molte cose, ma non trovammo superstiti. A Trieste venimmo a sapere di una famiglia che non usciva mai di giorno. Si diceva che i suoi componenti fossero stranamente pallidi. E di fatto lo erano. Erano albini. A Budapest trovammo una donna, ricca e spaventosamente malata, che frustava le sue cameriere e le salassava con coltelli e sanguisughe, per poi strofinarsi sulla pelle il loro sangue credendo di preservare la sua bellezza. Comunque apparteneva alla vostra razza. Lo confesso, la uccisi con le mie mani, fu tale il disgusto che provai. Non era la morsa della sete che la costringeva a compiere atti così turpi; soltanto la sua natura maligna la induceva ad agire in quel modo — la furia mi ottenebrò la mente e mi guidò la mano. Infine, non avendo trovato nulla, ritornammo alla mia casa in Scozia.

«Passarono alcuni anni. La donna del nostro gruppo, compagna di Simon e governante negli anni della mia infanzia, morì nel 1840, per cause che non fui mai capace di individuare. Aveva meno di cinquecento anni. Sezionai il corpo e scoprii quanto fossimo diversi da voi, quanto poco di umano ci fosse in noi. La donna aveva almeno tre organi che non avevo mai veduto in cadaveri umani. Ho solamente una vaga idea di quale sia la loro funzione. Il cuore era una volta e mezza più grande di un cuore umano, ma l’intestino era molto ridotto, e c’era un secondo stomaco — credo destinato esclusivamente alla digestione del sangue. Ed ancora altre differenze scorsi, ma non ha importanza parlarne.

«Lessi molto, imparai altre lingue, scrissi poesie, mi occupai di politica. Frequentammo i salotti mondani più in vista, io e Simon almeno. Smith e Brown, come tu li chiami, non mostrarono mai grande interesse per l’inglese e si tennero in disparte. Due volte io e Simon ritornammo sul continente per nuove ricerche. Una volta lo mandai in India dove rimase tre anni.

«E finalmente, appena due anni fa, trovammo Katherine. Viveva a Londra, praticamente sotto il nostro naso. Era una dei nostri, ma più importante ancora di ciò fu la storia che ci raccontò.

«Ci disse che intorno al 1750, un cospicuo gruppo di appartenenti alla nostra razza s’insediò nell’Europa occidentale, dividendosi tra la Francia, la Bavaria, l’Austria ed anche l’Italia. Menzionò alcuni nomi; Simon li riconobbe. Avevamo cercato queste persone per anni senza alcun risultato. Katherine ci disse che uno di essi era stato rintracciato e ucciso dai gendarmi a Monaco nel 1753 o giù di lì, e questo episodio aveva gettato gli altri nel terrore. Il loro Signore del Sangue decise allora che l’Europa fosse divenuta troppo popolata, troppo organizzata perché potessero vivervi senza pericolo. Per noi che vivevamo occultati tra le ombre, nel buio dei recessi più remoti, sembrava non esserci più molto spazio. E così aveva noleggiato una nave e tutti insieme erano partiti da Lisbona, salpati da quel porto alla volta del Nuovo Mondo, dove la vita selvaggia e primitiva delle foreste sconfinate e la ferocia del colonialismo promettevano facili prede e sicura protezione. Katherine non seppe spiegarci come mai mio padre ed il suo gruppo non avessero preso parte all’esodo. Anche lei sarebbe dovuta partire con gli altri, ma piogge e temporali e la ruota squassata di una carrozza ostacolarono il suo viaggio a Lisbona, e quando infine vi giunse, i compagni eran già partiti.

«Naturalmente non persi tempo. Mi recai subito a Lisbona e scartabellai tra tutte le vecchie carte e gli antichi documenti di viaggi ancora reperibili. Ci volle tempo, ma alla fine trovai quel che cercavo. La nave, come avevo immediatamente sospettato, non aveva mai fatto ritorno dalla traversata. Con una navigazione così lunga non poteva esserci altra scelta: l’equipaggio costituiva l’unica fonte di sostentamento, ed i suoi componenti, uno dopo l’altro, furono cibo per i viaggiatori. Il problema si poneva in questi termini: la nave era giunta al Nuovo Mondo? Non trovai nessun documento che rispondesse affermativamente a tale quesito. La destinazione fissata, questa però, la individuai — il porto di New Orleans. Da lì, risalendo il Mississippi, avrebbero trovato una porta aperta sull’intero continente.

«A questo punto, il resto del racconto è più che ovvio. Siamo venuti. Sentivo in me la certezza che li avrei trovati. Possedere un battello mi sembrò una soluzione tale da garantirmi il lusso e la comodità cui sono abituato, nonché la libertà e la mobilità necessarie alla mia ricerca. Il fiume pullula di individui eccentrici. Qualcuno in più sarebbe passato tranquillamente inosservato. E se a monte e a valle del fiume si fosse diffusa la voce di un battello favoloso e di uno strano capitano che usciva solo di notte, beh, tanto meglio. La notizia avrebbe potuto raggiungere le orecchie giuste e loro sarebbero venuti da me come Simon aveva fatto tanti anni prima. Cosicché feci le opportune indagini e quella notte, io e te, Abner, ci incontrammo a St. Louis.

«Il resto lo conosci, immagino, o comunque puoi intuirlo facilmente. Lascia, però, che ti dica un’altra cosa ancora. A New Albany, quando mi mostrasti il nostro battello per la prima volta, non finsi la mia soddisfazione. Il Fevre Dream è bello, Abner, ed era così che volevo che fosse. Per la prima volta, grazie a noi, il mondo ha conosciuto un oggetto che è pura espressione di bellezza. Ciò rappresenta un nuovo inizio. Il nome che proponesti di dargli mi spaventò un poco — per la mia gente la parola febbre è stata spesso sinonimo di sete. Ma Simon mi fece notare che probabilmente un nome simile sarebbe risultato particolarmente accattivante per uno della nostra razza qualora fosse giunto al suo orecchio.

«Ecco, questa è la mia storia. Ti ho detto quasi tutto. La verità che insistevi tanto per conoscere. Sei stato un uomo onesto con me, a modo tuo, e ti credo quando mi dici che non sei superstizioso. Se i miei sogni sono destinati ad avverarsi, allora ci sarà un tempo in cui notte e giorno stringeranno le loro mani sul crepuscolo della paura che risiede dentro di noi. Dovrà giungere, però, il momento di rischiare. Che sia ora questo difficile momento, è ora che rischio, ed è con te. I miei sogni ed i tuoi, il nostro battello, il futuro del mio e del tuo popolo, il futuro dei vampiri e del bestiame — affido tutto quanto al tuo giudizio, Abner. Quale sarà la tua sentenza? Fiducia o paura? Sangue o buon vino? Amici o nemici?»

CAPITOLO QUINDICESIMO

A bordo del Fevre Dream
Agosto 1857

Nel pesante silenzio che seguì il racconto di Joshua, Abner Marsh sentiva distintamente il ritmo regolare del suo respiro ed il laborioso pulsare del suo cuore. Joshua aveva parlato per ore, o almeno così sembrava, ma, nell’oscura immobilità della cabina, non c’era modo di accertarsene. Fuori, forse, era già spuntato il giorno. Toby avrebbe preparato la colazione, i passeggeri si sarebbero dedicati alle loro passeggiate mattutine lungo il ponte di coperta, l’argine avrebbe brulicato di fervida attività. Ma all’interno della cabina di Joshua York, la notte non aveva fine, essa continuava, sarebbe continuata per sempre. Le parole di quella maledetta poesia gli ritornarono in mente e Abner Marsh si sentì declamare, «Il mattino giungeva e se n’andava — e ritornava, senza recar mai giorno.»

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