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Il battello del delirio [Fevre Dream - it]

Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:

Fiume Mississippi, 1857. Il ghiaccio di un gelido inverno ha appena distrutto la flotta commerciale del Capitano Abner Marsh. Privo di assicurazione, il vecchio armatore si ritrova solo, in bancarotta, disperato. Ma ecco che, inaspettatamente, un bizzarro straniero di nome Joshua York si offre di rilevare la metà della sua compagnia di navigazione in rovina, mettendo sul piatto una cifra spropositata. Ma non è tutto. York intende investire il proprio denaro nella costruzione del battello più lussuoso, più bello e soprattutto più veloce che abbia mai solcato le torbide acque del Mississippi, e per di più ne offre il comando al Capitano Marsh. L’unica condizione posta da York è semplice: gli ordini da lui impartiti saranno pochi, ma per quanto strani o assurdi possano sembrare, ogni qual volta verranno emanati, Marsh dovrà assicurarsi che essi vengano eseguiti alla lettera, senza fare domande. E così il nuovo gioiello del fiume, battezzato “Fevre Dream”, inizia il suo viaggio. Tuttavia, man mano che il battello discende il tortuoso corso del Mississippi, Marsh prende a insospettirsi sempre più. Perché il misterioso York si fa vedere soltanto di notte? Come mai lui e i suoi amici si dissetano ogni sera col disgustoso vino nerastro della sua riserva privata? Quando la verità sarà finalmente rivelata, il Capitano dovrà scegliere da che parte stare…
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«Egli s’arrestò. I nostri occhi si incontrarono.

«Tu hai guardato nei miei occhi, Abner. Hai visto la potenza che c’è in essi, credo, e forse vi hai scorto altre cose ancora, cose oscure. È così con tutti coloro che appartengono alla mia razza. Mesmer scrisse del magnetismo animale, di una strana forza che risiede in tutte le creature viventi, in alcune più fortemente che in altre. Io ho visto questa forza negli umani. Durante la guerra due ufficiali possono ordinare ai loro uomini la medesima avventata manovra. Uno sarà ucciso dalle sue stesse truppe per l’assurdità della sua condotta. Il secondo, usando le stesse parole nella stessa situazione, obbligherà i suoi uomini a seguirlo volentieri verso la morte. Credo che Bonaparte possedesse questa capacità in grande misura. Ma quelli della nostra razza, la maggioranza di essi, la possiedono. È nella nostra voce, e specialmente negli occhi. Siamo cacciatori, e con gli occhi sappiamo incantare e calmare la nostra preda naturale, piegarla alla nostra volontà, talvolta persino obbligarla a collaborare alla sua stessa uccisione.

«Allora non sapevo nulla di tutto ciò. La sola cosa di cui ero consapevole in quel momento furono gli occhi di Simon, il tocco rovente di quello sguardo, la furia e il sospetto che ne promanavano. Sentii l’ardore della sete che lo dilaniava e la mia brama di sangue, da lungo tempo sopita, sembrò lambirmi i sensi. Sentii il richiamo di quel nostro comune istinto, finché non ne ebbi paura. Fui incapace, però, di distogliere lo sguardo da quegli occhi. Né poté farlo lui. Ci fronteggiammo silenziosamente, muovendoci quasi impercettibilmente in un circospetto moto circolare, gli occhi dell’uno indivisibilmente serrati su quelli dell’altro. Il bicchiere mi cadde di mano e si frantumò sul pavimento.

«Non saprei dire quanto tempo fossimo rimasti prigionieri del nostro reciproco magnetismo, poi, finalmente fu Simon ad abbassare lo sguardo, e l’incantesimo si spezzò. A quel punto accadde una cosa strana e sconcertante. Egli si inginocchiò davanti a me ed apertasi una vena del polso così che il sangue potesse defluirne copiosamente, mi porse il braccio in segno di sottomissione. “Signore del Sangue,” disse in francese.

«Quel sangue che sgorgava così vicino a me, così facile da prendere, generò nella mia gola un’improvvisa arsura. Tremando, afferrai quel braccio e cominciai a chinarmi su di esso. Ma in quel preciso istante ricordai. Lo allontani da me con uno schiaffo e mi volsi di scatto. La bottiglia era sul tavolo vicino al caminetto. Riempii due bicchieri, ne vuotai subito uno e misi l’altro tra le mani di Simon che frattanto era rimasto a guardarmi con aria confusa. “Bevi,” comandai, e quello non esitò un solo istante. Ero un Signore del Sangue e la mia parola era legge.

«Fu l’inizio, lassù, sui Carpazi nel 1826.

«Simon, come sapevo, era stato uno dei due servitori e discepoli di mio padre, il quale era egli stesso un Signore del Sangue. Con la sua morte era stato Simon a prendere in mano le redini del comando essendo più forte dell’altro. La notte seguente mi condusse sul luogo in cui viveva, una comoda stanza sepolta tra le rovine di una vecchia forteza montana. Lì conobbi gli altri; una donna, nella quale riconobbi l’altra domestica della mia infanzia, ed altri due membri della mia razza, coloro che tu chiami Smith e Brown. Simon era stato il loro Signore. Adesso quel ruolo era mio. Per di più io portavo con me la libertà dalla Sete Rossa.

«E così bevemmo, e trascorremmo insieme molte notti, ed in esse, dalle loro labbra, cominciai a conoscere la storia e i costumi del popolo della notte. Siamo un vecchio popolo, Abner. Molto prima che la tua razza erigesse città nel caldo sud, i miei antenati popolavano gli oscuri inverni dell’Europa del nord, predando. Dai racconti che ci tramandiamo sappiamo che probabilmente giungemmo dagli Urali, o forse dalla steppa, e nel corso dei secoli migrammo verso ovest e verso sud. Abitammo le lande di Polonia prima degli stessi polacchi, ci aggirammo nelle foreste della Germania prim’ancora dei barbari germanici, dominammo la Russia prim’ancora dei Tartari, prim’ancora che Novgorod-la-Grande rifulgesse del suo abbagliante splendore. Quando dico vecchio, non parlo di centinaia d’anni, ma di migliaia. Millenni trascorsi nel freddo e nell’oscurità. Eravamo creature selvagge, così dicono le storie, strani animali ignudi, figli della notte, lesti, liberi, letali. Immensamente più longevi di ogni altra bestia — era impossibile uccidere noi, padroni e signori della creazione. È così che narrano le nostre storie. Ogni essere che camminasse su due o su quattro zampe rifuggiva da noi, terrorizzato. Tutto ciò che era vita era per noi cibo. Di giorno dormivamo in caverne, intere famiglie, folti gruppi. Di notte, eravamo i signori della terra.

«Poi dal sud giunse la tua razza ed invase il nostro mondo. Il popolo del giorno, così simile a noi eppur così diverso. Deboli, eravate immensamente deboli. Non faticavamo ad uccidervi, e ne provavamo gioia, perché in voi scoprivamo la bellezza, e da sempre il mio popolo è stato attratto verso la bellezza. Forse era proprio l’affinità delle nostre due razze a risultare per noi così irresistibilmente accattivante. Per secoli non foste altro che le nostre prede.

«Ma col passare del tempo le cose mutarono. La mia razza era longeva ma esigua nel numero. L’istinto all’accoppiamento è stranamente assente in noi, mentre tra voi umani esso è altrettanto possente quanto in noi lo è la Sete Rossa. Simon mi disse — allorché gli domandai di mia madre — che i maschi della mia razza provano desiderio di accoppiarsi solo quando la femmina entra in calore, e ciò accade raramente — per lo più quando maschio e femmina hanno ucciso insieme. Anche in tal caso, tuttavia, le donne sono raramente fertili, della qual cosa sono grate visto che di solito il concepimento significa la morte per le femmine della nostra razza. Io uccisi mia madre, fu Simon a dirmelo. Per uscire dal suo grembo, le dilaniai l’utero, provocando danni tali che neppure i nostri poteri rigenerativi valsero a salvarla. E ciò accade quasi sempre quando individui della mia razza vengono alla luce. Sangue e morte segnano l’inizio della nostra vita.

«In fondo vi è un certo equilibrio in ciò. Dio, se credi in lui, o la Natura, se non sei credente, dà e prende. Noi possiamo vivere mille anni e più. Se possedessimo la vostra stessa fertilità, allora avremmo già riempito questo mondo. La vostra razza si riproduce incessantemente, mette al mondo figli su figli, greggi infiniti, sciami di mosche, ma come le mosche facilmente nascete e facilmente morite. Una piccola ferita, una banale malattia vi è fatale, mentre a noi non torce un capello.

«Non c’è da stupirsi che dapprincipio vi ritenessimo creature inferiori. Ma poi vi espandeste, costruiste città e nutriste la vostra mente di nuove conoscenze. Anche voi, come noi, avevate intelligenza, ma noi non avevamo mai avuto necessità di usare la nostra, forti com’eravamo. La vostra razza portò nel mondo il fuoco, gli eserciti, gli archi e le lance, gli abiti, l’arte, la scrittura e la lingua. La civiltà, Abner. E, civilizzati, cessaste d’esser prede. Cominciaste a darci la caccia, ad ucciderci col fuoco e col paletto, a sorprenderci di giorno nelle nostre spelonche. Già pochi di numero, diminuimmo sempre più. Vi combattevamo e morivamo, o fuggivamo, ma là dove noi andavamo voi pronti ci seguivate. Infine facemmo ciò che fummo costretti a fare. Imparammo da voi.

«I vestiti, il fuoco, le armi, la lingua, tutto. Non avevamo mai avuto niente di ciò, e così mutuammo ogni cosa da voi. Ci demmo un’organizzazione sociale uguale alla vostra, cominciammo a ragionare e a programmare, ed infine ci mescolammo completamente a voi, vivendo all’ombra di quel mondo che la vostra razza aveva costruito, fingendoci uguali a voi. Ma di notte uscivamo furtivamente dai nostri appartati rifugi e col vostro sangue saziavamo la nostra sete, mentre di giorno ci nascondevamo per paura di voi e della vostra vendetta. E tale è stata in massima parte la storia della mia razza, la storia del Popolo della Notte.

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