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Il battello del delirio [Fevre Dream - it]

Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:

Fiume Mississippi, 1857. Il ghiaccio di un gelido inverno ha appena distrutto la flotta commerciale del Capitano Abner Marsh. Privo di assicurazione, il vecchio armatore si ritrova solo, in bancarotta, disperato. Ma ecco che, inaspettatamente, un bizzarro straniero di nome Joshua York si offre di rilevare la metà della sua compagnia di navigazione in rovina, mettendo sul piatto una cifra spropositata. Ma non è tutto. York intende investire il proprio denaro nella costruzione del battello più lussuoso, più bello e soprattutto più veloce che abbia mai solcato le torbide acque del Mississippi, e per di più ne offre il comando al Capitano Marsh. L’unica condizione posta da York è semplice: gli ordini da lui impartiti saranno pochi, ma per quanto strani o assurdi possano sembrare, ogni qual volta verranno emanati, Marsh dovrà assicurarsi che essi vengano eseguiti alla lettera, senza fare domande. E così il nuovo gioiello del fiume, battezzato “Fevre Dream”, inizia il suo viaggio. Tuttavia, man mano che il battello discende il tortuoso corso del Mississippi, Marsh prende a insospettirsi sempre più. Perché il misterioso York si fa vedere soltanto di notte? Come mai lui e i suoi amici si dissetano ogni sera col disgustoso vino nerastro della sua riserva privata? Quando la verità sarà finalmente rivelata, il Capitano dovrà scegliere da che parte stare…
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«Decisi che non sarei morto.

«Le catene erano terribilmente robuste. Me ne ero assicurato di proposito, temendo che avrei ceduto alla tentazione di sfuggire al dolore e alla morte. Ma ora avevo scoperto dentro di me una forza più potente di qualsiasi altra cosa avessi mai conosciuto, più forte ancora del parossismo nel quale ineluttabilmente la sete mi scaraventava. Dovevo spezzare quelle catene, le avrei divelte dalla pietra nella quale io stesso le avevo infitte. Tirai, strappai, in uno sforzo immane. Non volevano cedere. Erano possenti, ostinate, quelle catene. Ed io, dopo essere stato esposto al sole per tante ore, ero allo stremo delle forze. Ancora mi stupisco che la mia coscienza fosse desta. La pelle era nera per le ustioni. Il dolore era giunto ad un grado di intensità tale che ormai non lo avvertivo quasi più. Tutto ciò non mi impediva, tuttavia, di continuare a sfidare la potenza delle solide pastoie.

«Finalmente una di esse si spezzò. La sinistra. L’anello infisso nel muro venne fuori in uno sgretolio di mattoni. Ero libero a metà. Ma sempre più vicino alla morte. Strane visioni mi ottenebravano la mente, di lì a poco avrei perso i sensi, e una volta crollato non vi sarebbe più stato alcun modo di risollevarmi, non mi sarei alzato da lì, mai più. E la catena destra sembrava altrettanto forte e salda di quando avevo iniziato la mia strenua lotta, un tempo che pareva essersi dilatato in ere infinite.

«Quella catena non cedeva mai, Abner. Eppur cedette. La vinsi, e conquistai la mia libertà. Poi la salvezza, la guarigione, nella frescura delle mie tenebrose cantine, dove giacqui per più di una settimana, preda di incubi e visioni, la carne lacerata dalle ustioni, il corpo scosso da spasmi convulsi. E intanto guarivo. Rosicchiai un polso fino a lasciare in terra la mano destra e far scivolare il moncherino dalla manetta.

«Quando ripresi conoscenza, dopo un’intera settimana, avevo di nuovo la mano. Era piccola e tenera, ancora semiabbozzata nella forma, e mi doleva. Terribilmente. Ma col tempo la pelle si indurì. Poi la mano prese a gonfiarsi, la pelle si crepò e si spaccò secernendo un denso fluido bianchiccio. Quando le ferite si seccarono e la pelle morta si staccò, la carne sottostante apparve più sana. Tutto ciò si ripeté tre volte. Il processo di guarigione richiese più di tre settimane, ma quando giunse a compimento nessuno avrebbe mai sospettato che quella mano avesse subito la minima offesa. Ero esterrefatto.

«Questi eventi ebbero luogo nel 1812: un anno che segnò la svolta della mia vita.

«Quando fui nuovamente padrone delle mie forze, capii di essere uscito da quella prova suprema con una ferma decisione: dovevo cambiare il mio modo di vivere e quello della mia razza intera, dovevo liberare il mio popolo da ciò che mio padre aveva definito la nostra rovina, la nostra maledizione — la Sete Rossa. Avevo una missione da compiere: trovare la via di restituire al mondo la vita e la bellezza che ad esso avevamo sottratto. Per far ciò era necessario, prima di ogni altra cosa, scovare gli altri membri della mia razza, e gli unici della cui esistenza avevo la certezza erano i servi di mio padre. In quel periodo, però, non era possibile dare inizio alla ricerca. L’Inghilterra era in guerra con l’Impero di Francia e non c’erano scambi commerciali tra le due nazioni. Comunque, l’esser costretto a rimandare le indagini non mi suscitava disappunto. Sapevo di avere a disposizione tutto il tempo necessario.

«E nell’attesa mi dedicai allo studio della medicina. Nulla, naturalmente, era noto alla scienza per quel che riguardava la mia razza. La nostra stessa esistenza era considerata mera leggenda. Ma c’era molto da imparare sulla tua razza, così simile eppur tanto diversa dalla mia. Entrai in rapporto d’amicizia con molti medici, un chirurgo di gran fama, parecchi esponenti di una ben nota scuola di medicina. Lessi testi medici, vecchi e nuovi. Approfondii lo studio della farmacia, biologia, anatomia, persino dell’alchimia, sperando di trovarvi una risposta, un chiarimento. Costruii ed attrezzai un laboratorio personale per condurre esperimenti nella stessa stanza che avevo utilizzato quale infausta prigione. Ed ora, quando prendevo una vittima — il che accadeva ogni mese — portavo il corpo via con me ogniqualvolta mi fosse possibile e lo studiavo, lo sezionavo. Non puoi immaginare, Abner, quanto desiderassi disporre di un cadavere della mia specie così da poter scorgere le differenze!

«Nel mio secondo anno di studio mi tagliai un dito dalla mano sinistra. Sapevo che si sarebbe rigenerato. Volevo sottoporre ad analisi e dissezione la carne della mia carne.

«Un dito resetto non bastava a rispondere a cento domande, ma il dolore fu comunque giustificato per quel che appresi. La struttura ossea, gli strati tissulari e la composizione del sangue mostravano tutti significative differenze da quelli umani. Il sangue era più chiaro, e mancava di alcuni elementi presenti invece in quello umano. Le ossa, per contro, contenevano elementi in numero maggiore. Erano, al tempo stesso, più forti e più flessibili di quelle umane. L’ossigeno, quel gas miracoloso di Priestley e Lavoisier, era presente nel sangue e nel tessuto in quantità di gran lunga maggiore rispetto ai campioni prelevati da individui della razza umana.

«Non sapevo quali conclusioni trarre da questi dati, da nessuno di essi, ma ipotesi, congetture, teorie, si accumulavano nella mente in una smania febbrile. Forse, credevo, la carenza di sostanze nel mio sangue aveva una qualche connessione con la mia sfrenata necessità di bere sangue altrui. Quel mese, quando la sete era puntualmente arrivata ed io avevo preso la mia vittima, prelevai immediatamente un campione del mio sangue e lo analizzai. La composizione del mio sangue era cambiata! In qualche modo avevo convertito il sangue della mia vittima arricchendo e rendendo più denso il mio, quanto meno per un limitato periodo di tempo. Allora effettuai un prelievo ogni giorno per studiare i mutamenti che sarebbero avvenuti nel mio sangue, e difatti scoprii che esso diventava gradualmente più debole e inconsistente. Probabilmente quando l’equilibrio raggiungeva un certo punto critico scoppiava la sete rossa.

«La mia supposizione lasciava molte domande senza una risposta. Perché il sangue degli animali non bastava a placare la sete? E perché non vi riusciva neppure il sangue prelevato da un cadavere? Forse la morte cagionava la perdita di alcune proprietà? Perché la sete mi aveva colto soltanto all’età di vent’anni? Perché non prima? Non conoscevo nessuna di queste risposte, né sapevo come trovarle, ma ora, se non altro, avevo una speranza, un punto di partenza. Cominciai a preparare pozioni.

«Cosa dirti, Abner? Occorsero anni, anni di infiniti esperimenti, anni di accanito studio. Usai sangue umano, sangue di animali, metalli e sostanze chimiche di ogni sorta. Lo cossi, lo seccai, lo bevvi crudo, lo mescolai con l’assenzio, brandy, fetidi conservanti medicinali, erbe, sali, metalli. Trangugiai un migliaio di pozioni, senza alcun risultata Due volte stetti malissimo, e lo stomaco impazzito mi si rivoltò e mi si arrorcigliò talmente che vomitai l’intruglio che avevo mandato giù. Tentai e ritentai, ma sempre inutilmente. Pozioni e boccali di sangue e droghe ne consumai a centinaia, ma sempre, inevitabilmente, la sete rossa s’impadroniva di me e mi spingeva ad uscire di notte a caccia di una preda, di una nuova vittima. Ora, però, uccidevo senza sentire il fardello della colpa, perché sapevo che stavo lottando per ottenere una risposta, una soluzione, e sapevo che infine sarei riuscito a sconfiggere e conquistare la mia stessa bestiale natura. Non disperavo, Abner.

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