Il battello del delirio [Fevre Dream - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci Editore
- ISBN: 978-88-347-0400-4
- Переводчик: Ornella Ranieri Davide
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:
«Va bene,» replicò Jeffers, con un fare distratto. «Capitano, dove siete stato? Vi ho cercato per ore. Non eravate nella vostra cabina.»
«Joshua ed io stavamo chiacchierando. Ma perché mi cercavate…?»
«C’è un uomo che è venuto qui per vedervi, è arrivato nel bel mezzo della notte. Ha molto insistito.»
«Non mi piace che mi si faccia aspettare, come se fossi un’immondizia qualunque,» proruppe lo sconosciuto. Marsh non lo aveva neanche visto entrare. Senza neppure chiedere il permesso, l’uomo prese una sedia e si sedette. Era un tipo sgradevole, macilento, con il lungo viso scavato dalle cicatrici del vaiolo. Sottili e lisci capelli scuri gli ricadevano in ciuffi sulla fronte. Il colorito era quello di una persona malata e tratti di capelli e di pelle erano ricoperti di squame biancastre, come se si fosse imbattuto in una nevicata limitata alla sua persona. Inoltre, indossava un abito di fine e costoso tessuto nero, uno sparato bianco arricciato ed un anello con un cammeo. Abner Marsh non si curò del suo aspetto, del suo tono, delle labbra schiacciate e degli occhi color ghiaccio. «Chi siete voi, dannazione?» chiese con voce aspra. «È meglio che abbiate una ragione dannatamente buona per disturbarmi a colazione, o vi farò gettare fuoribordo.» Bastarono queste parole a far sentir meglio Marsh. Aveva sempre pensato che era inutile essere un capitano di un battello se poi, una volta ogni tanto, non si poteva mandare qualcuno all’inferno. L’espressione acida dello straniero non mutò per nulla, ma i suoi occhi di ghiaccio si misero a fissare Marsh con una specie di malizia beffarda.
«Sto per prendere un passaggio su questa vostra stravagante zattera.»
«Che mi pigli un colpo, se è così», replicò Marsh.
«Devo chiamare Mike il Peloso affinché si occupi di questa canaglia?» intervenne prontamente Jeffers. L’uomo guardò il commissario di bordo con disprezzo. Poi, rivolto a Marsh, disse, «Capitano Marsh, sono venuto la scorsa notte per porgere un invito, a voi e al vostro socio. Immaginavo che almeno uno di voi due fosse pienamente a suo agio, di notte. Bene, adesso è mattina, così dovrà essere per questa notte. Cena al St. Louis, un’ora circa dopo il tramonto, voi e il Capitano York.»
«Non vi conosco e non mi importa di voi,» rispose Marsh. «Sono sicuro che non cenerò con voi. Inoltre, il Fevre Dream prenderà il largo stanotte.»
«Lo so e so anche per dove.» Marsh corrugò la fronte. «Cosa state dicendo?»
«Deduco, da quel che avete appena detto, che voi non conosciate i negri. Un negro non può sentire qualcosa, senza che, poco tempo dopo, tutti i negri di questa città ne vengano a conoscenza. Ed io, io ci sento molto bene. Voi non vorrete di certo condurre questo vecchio e grosso battello nel bayou, dove avete deciso di andare. Sicuramente vi incagliereste e forse provochereste una falla. Io posso risparmiarvi la fatica. Vedete, l’uomo che state cercando è proprio qui che vi aspetta. Così, quando scenderà la notte, avvertite il vostro signore, mi sono spiegato? Ditegli che Damon Julian lo attende all’Hotel St. Louis. Mister Julian è ansioso di fare la sua conoscenza.»
CAPITOLO SEDICESIMO
Billy Tipton la Serpe ritornò all’Hotel St. Louis quella sera. Era più che spaventato. Julian non avrebbe gradito il messaggio che portava dal Fevre Dream e Julian era pericoloso e imprevedibile, quando era scontento.
Nel buio salottino della loro fastosa suite, soltanto una piccola candela era stata accesa. La sua fiamma si rifletteva negli occhi neri di Julian mentre se ne stava sprofondato sulla poltrona di velluto accanto alla finestra, sorseggiando un sazerac. La stanza era permeata di silenzio. Billy la Serpe si sentì addosso tutto il peso delle scale. Il chiavistello produsse un leggero, sinistro scricchiolio quando la porta si richiuse dietro di lui.
«E allora, Billy?», chiese sottovoce Damon Julian.
«Non vogliono venire, Mister Julian,» rispose Billy la Serpe un po’ troppo in fretta, un po’ troppo ansiosamente. Nella penombra che avvolgeva la suite, non poté vedere la reazione di Julian. «Dice che dovete essere voi ad andare da lui.»
«Dice,» ripeté Julian. «Ma chi è questo lui, Billy?»
«Lui, l’…l’altro Signore del Sangue. Joshua York, si fa chiamare. Quello di cui vi ha scritto Raymond. L’altro Capitano, Marsh, quello grasso con le verruche e le basette, nemmeno lui vuole venire. Ed è anche dannatamente sgarbato. Ma io ho aspettato che facesse buio, ho atteso che il Signore del Sangue si svegliasse. E finalmente mi hanno condotto da lui.» Billy la Serpe provò ancora una sensazione di freddo, ricordando il modo in cui gli occhi grigi di York avevano scrutato i suoi, scoprendo che era affamato. Aveva percepito un disprezzo talmente amaro da costringerlo a distogliere immediatamente lo sguardo. «Dicci, Billy, a chi somiglia quest’altro? Questo Joshua York. Questo Signore del Sangue.»
«È…» cominciò Billy, annaspando per trovare le parole giuste, «è… bianco, cioè la sua carnagione e tutto il resto sono davvero pallidi e i capelli sono incolori. Persino l’abito che indossa è bianco. E l’argento, indossa molti oggetti d’argento. Il modo in cui si muove… come uno di quei dannati Creoli, Mister Julian, altezzoso e signorile. È… vi somiglia, Mister Julian. I suoi occhi…»
«Pallido e forte» mormorò Cynthia dall’angolo più lontano della stanza. «E con il vino che sconfigge la Sete. È lui, Damon? Deve esserlo. Deve essere vero. Valerie aveva sempre creduto a quelle storie e io l’ho presa in giro, ma deve essere così. Ci riunirà tutti insieme, per condurci alla città perduta, la Città delle Tenebre. Il nostro regno, il nostro. È vero, non è così? È il Signore tra i signori del sangue, il Re che abbiamo atteso.» Guardava Julian per avere una risposta.
Damon Julian gustò il suo sazerac e sorrise, un subdolo, felino sorriso. «Un re,» rifletté. «E cosa ti ha detto questo re, Billy? Raccontaci.»
«Vuole che vi rechiate al battello, tutti. Domani, quando fa buio. Per cena, ha detto. Marsh e lui si rifiutano di venire qui da soli, come voi volevate che fosse. Marsh ha detto che se devono venire da voi devono venire con tutti gli altri.»
«Il re è stranamente timido,» commentò Julian.
«Uccidetelo!» proruppe d’un tratto Billy la Serpe. «Andate su quella dannata barca e uccidetelo, uccideteli tutti. In lui c’è qualcosa di inquietante. I suoi occhi, simili a quelli di un dannato Creolo, il modo in cui mi guardava. Come se fossi una cimice, una nullità, anche se mi avevate mandato voi. Pensa di essere migliore di voi, e anche gli altri lo pensano, quel verrucoso capitano e il suo dannato commissario, così lindi e pinti, permettetemi di squarciarlo, di spargere il suo sangue e il loro sui suoi vestiti eleganti, dovete andare ad ucciderlo, dovete farlo.»
La stanza ripiombò nel silenzio, dopo lo sfogo di Billy la Serpe. Julian fissò lo sguardo fuori dalla finestra, nella notte. Le finestre erano completamente spalancate, cosicché le tende sventolavano pigramente nell’aria notturna e i rumori provenienti dalla strada arrivavano fin sopra. Gli occhi di Julian erano scuri, adombrati, fissi sulle luci lontane. Quando infine rigirò la testa, le pupille catturarono il bagliore della fiamma dell’unica candela e quella luce restò nei suoi occhi, rossa e vibrante. Il suo viso prese un aspetto ferino, scarno.
«La bevanda, Billy,» sollecitò l’altro.
«La fa bere a tutti,» spiegò Billy la Serpe. Si appoggiò contro la porta ed estrasse il coltello. Lo faceva sentire meglio tenerlo tra le mani. Cominciò a ripulirsi dello sporco che aveva sotto le unghie mentre parlava. «Non è proprio del sangue, ha detto Cara. C’è qualcos’altro dentro. Che ammazza la Sete, tutti lo dicono questo. Ho fatto un giro per la nave, ho parlato con Raymond e con Jean e Jorge, ed altri ancora. Sono loro che me l’hanno raccontato. Jean ha continuato ad esaltare a lungo quella bevanda, descrivendomi quale sollievo arrecasse, se riuscite a crederci.»