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Il battello del delirio [Fevre Dream - it]

Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:

Fiume Mississippi, 1857. Il ghiaccio di un gelido inverno ha appena distrutto la flotta commerciale del Capitano Abner Marsh. Privo di assicurazione, il vecchio armatore si ritrova solo, in bancarotta, disperato. Ma ecco che, inaspettatamente, un bizzarro straniero di nome Joshua York si offre di rilevare la metà della sua compagnia di navigazione in rovina, mettendo sul piatto una cifra spropositata. Ma non è tutto. York intende investire il proprio denaro nella costruzione del battello più lussuoso, più bello e soprattutto più veloce che abbia mai solcato le torbide acque del Mississippi, e per di più ne offre il comando al Capitano Marsh. L’unica condizione posta da York è semplice: gli ordini da lui impartiti saranno pochi, ma per quanto strani o assurdi possano sembrare, ogni qual volta verranno emanati, Marsh dovrà assicurarsi che essi vengano eseguiti alla lettera, senza fare domande. E così il nuovo gioiello del fiume, battezzato “Fevre Dream”, inizia il suo viaggio. Tuttavia, man mano che il battello discende il tortuoso corso del Mississippi, Marsh prende a insospettirsi sempre più. Perché il misterioso York si fa vedere soltanto di notte? Come mai lui e i suoi amici si dissetano ogni sera col disgustoso vino nerastro della sua riserva privata? Quando la verità sarà finalmente rivelata, il Capitano dovrà scegliere da che parte stare…
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«E finalmente, nell’anno 1815, trovai la risposta.

«Alcune delle mie misture si erano dimostrate più efficaci di altre e su queste continuai a lavorare, migliorandole sempre di più, ora cambiando questo elemento, ora aggiungendo taluna sostanza, insomma, pazientemente, provai ora in un modo ora nell’altro ed ogni volta sperimentando la nuova formula su me stesso. Il composto che produssi alla fine aveva come base una buona dose di sangue di pecora, mescolato ad una forte porzione di alcol che agiva, credo, come conservante delle proprietà della pozione. Tuttavia, questa sommaria descrizione semplifica immensamente la complessa natura del preparato. V’è in esso anche una buona parte di laudano, per il suo potere calmante, sali di potassio, ferro ed assenzio, e varie erbe e preparazioni alchemiche da lungo tempo in disuso. Per tre anni avevo studiato quella formula, ed un notte nell’estate del 1815 la bevvi, come avevo fatto con tante altre pozioni prima d’allora. Quella notte la sete rossa non fu in me.

«La notte seguente avvertii i primi sintomi di quella bruciante irrequietezza che caratterizza l’innescarsi della crisi, e mi versai un bicchiere della mia bevanda. Lo sorseggiai senza convinzione, temendo che il mio trionfo fosse solo un sogno, un’illusione. Ma la smania svanì. Neppure quella notte ebbi sete, neppure quella notte uscii in cerca di una preda da uccidere e dissanguare.

«Non persi tempi, iniziai subito a preparare il fluido in grande quantità. Non è sempre facile prepararlo nella maniera esatta, e la correttezza della preparazione ne determina l’efficacia; basta un piccolo errore perché la bevanda non abbia più il suo effetto. Per questo il mio lavoro fu ed è sempre stato scrupoloso. Hai veduto tu stesso il risultato di esso, Abner. La mia bevanda speciale. Non me ne separo mai. Abner, io sono riuscito a realizzare qualcosa che mai nessuno della mia razza aveva neppure sognato di fare. Di ciò, comunque, nell’estasi del trionfo, non me ne resi conto allora. Una nuova epoca era iniziata per il mio popolo, e per il tuo, ed ero stato io a segnare questa svolta. Vivere nell’oscurità senza il boia della paura; non più cacciatori e prede, non più nascondigli e disperazione. Non più notti di sangue e barbarie. Abner, io ho sconfitto la Sete Rossa!

«Adesso so quanto fui fortunato, straordinariamente fortunato. La mia comprensione era allora superficiale e limitata. Credevo che le differenze tra la mia e la tua razza fossero circoscritte alla composizine del sangue. In seguito capii quanto ciò fosse sbagliato. Pensavo che l’eccesso di ossigeno fosse in qualche modo responsabile della sete febbrile che periodicamente mi incendiava le vene. Oggi ritengo più probabile che l’ossigeno dia alla mia razza la forza che possiede, e che esso favorisca l’eccezionale capacità di guarigione che ci contraddistingue. Buona parte di ciò che credevo d’aver scoperto nel 1815, alla luce di ciò che so oggi, mi appare come un mucchio di sciocchezze.

«Ho ucciso ancora da allora, Abner, non lo nego. Nel modo in cui uccidono gli esseri umani, e per ragioni umane. Ma da quella notte che trascorsi in Scozia nel 1815 non ho mai più assaggiato una goccia di sangue, né ho più provato il delirio predace della Sete Rossa.

«Non cessai di studiare, né allora né mai. La conoscenza ha per me il fascino della bellezza, ed io gioisco nella bellezza, in ogni forma di bellezza, ed avevo ancora tanto da conoscere di me stesso e della mia razza. Dapprincipio impiegai lettere ed agenti. Successivamente, quando la pace tornò a regnare in Europa, mi misi in viaggio e raggiunsi il continente. Scoprii allora qual era stata la fine di mio padre. E, cosa più importante ancora, antichi documenti di provincia mi rivelarono donde provenisse — o almeno da quali terre egli aveva dichiarato di esser figlio. Ripercorsi il sentiero delle sue origini e attraversai la Renania, la Prussia e la Polonia. Per i polacchi era un bizzarro personaggio vagamente ricordato, una sorta di recluso temuto dal vicinato, un personaggio del quale avevano mormorato qualcosa i bis-bisnonni. C’era chi diceva che fossi un Cavaliere Teutonico. Altri mi indicarono la via dell’est, la via degli Urali. Non faceva grande differenza, i Cavalieri Teutonici erano morti da secoli, e gli Urali erano sconfinati per chi come me avrebbe dovuto intraprendere una ricerca cieca, senza la guida di una traccia valida.

«Giunto ad un punto morto, decisi di rischiare. Con un grosso anello d’argento ed un crocifisso, che speravo fossero sufficienti a dissipare ogni chiacchiera o superstizione, cominciai ad indagare apertamente sui vampiri, licantropi ed altre simili leggende. Qualcuno rise alle mie domande o si fece beffe di me, altri, pochi in verità, fecero il segno della croce e si allontanarono alla svelta, ed infine un numero soddisfacente di sempliciotti e ingenui inglesi mi snocciolarono ben volentieri tutte le storie popolari che volevo udire in cambio di un bicchiere o di un pasto. Da quelle storie trassi utili indicazioni. Non fu cosa facile. La ricerca durò anni. Imparai a parlare il polacco, il bulgaro ed anche a masticare un po’ di russo. Lessi parecchi giornali in dozzine di lingue, cercando articoli che riguardassero morti strane, attribuibili in qualche modo alla sete rossa. Fui costretto a ritornare in Inghilterra due volte per preparare nuove scorte della mia bevanda e badare ai miei affari.

«Ed infine furono loro a trovare me.

«Ero sui Carpazi, in una rozza locanda di campagna. Ero andato in giro a far domande e la notizia delle mie curiose indagini era passata di bocca in bocca. Stanco e sconfortato, e prossimo a sentire i primi spasimi della sete, ero ritornato nella mia stanza più presto del solito, molto prima dello spuntar dell’alba. Ero seduto davanti al fuoco crepitante a sorseggiare la mia bevanda, quando sentii dei colpi che sulle prime interpretai come lo sferzare del vento sulle finestre ammantate di brina. Mi volsi a guardare — la stanza era immersa nell’oscurità che solo il bagliore della fiamma nel focolare rendeva meno fitta — e la finestra era aperta dall’esterno. Lì, stagliato contro il buio della notte ed il nitore della neve ed il baluginio delle stelle, c’era un uomo, in piedi sul davanzale. Entrò nella stanza con l’agilità di un gatto, atterrando sul pavimento senza il minimo rumore. Una folata di vento gelido entrò con lui sferzando l’aria intorno e recando nella stanza un alito di quel feroce inverno che ululava fuori. L’uomo era avvolto dalla penombra ma i suoi occhi ardevano, Abner, ardevano. “Sei curioso dei vampiri, inglese,” sussurrò in un passabile inglese mentre chiudeva piano la finestra dietro di lui.

«Fu un momento di profondo terrore, Abner. Fu forse il gelo penetrato nella stanza a farmi tremare, ma ne dubito. Quell’uomo mi apparve così com’io ero apparso a tanti uomini della tua razza prima che li facessi miei e mi cibassi del loro sangue, della loro vita; una sagoma oscura, gli occhi di fuoco, terribili, un’ombra dai denti aguzzi e mobili che si muovevano con sicura grazia e parlavano in un sinistro bisbiglio. Quando feci per alzarmi dalla sedia, egli avanzò verso la luce della fiamma. Scorsi le sue unghie. Erano veri e propri artigli, lunghi più di dieci centimetri, le estremità nere ed acuminate. Poi alzai gli occhi e scorsi il suo volto.

Ed era un volto che avevo conosciuto nella mia infanzia. Lo guardai ancora ed anche il nome affiorò dai ricordi. «Simon,» dissi.

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