Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
«A Delta delle Acque non sono dello stesso avviso. Dicono che la cometa rossa è l’araldo di una nuova era, un messaggero degli dei.»
«È un segno, certo» concesse il prete «ma del “nostro” dio, non dei loro. Un simbolo di fuoco, esattamente come la nostra gente portava nel passato. È la fiamma che il dio Abissale ha fatto salire dall’oceano, presagio della marea montante. È tempo di alzare le nostre vele e di calare sul mondo con il ferro e con il fuoco, come sempre è stato.»
Theon sorrise. «Non potrei essere più d’accordo.»
«L’uomo può dichiararsi d’accordo con dio come una mera goccia di pioggia con la tempesta.»
“Ma un giorno questa goccia di pioggia sarà re, vecchio.” Theon non ne poteva più della tetraggine di suo zio. Diede di speroni e passò avanti al galoppo, sorridendo.
Era quasi il tramonto quando raggiunsero le mura di Pyke, un semicerchio di pietra scura che si stendeva da una scogliera all’altra, il corpo di guardia al centro e tre torri quadrate su entrambi i lati. A Theon non sfuggirono le cicatrici lasciate dalle catapulte di Robert Baratheon. Una nuova Torre sud era sorta sulle rovine di quella vecchia, le pietre di una più pallida sfumatura di grigio e non ancora infestate dal lichene. Era stato là che Robert aveva fatto breccia, guidando la sua orda a calpestare rovine e cadaveri, mazza da guerra in pugno ed Eddard Stark al fianco. Il piccolo Theon aveva osservato l’assalto dalla relativa sicurezza della Torre del mare. Certe notti, nei suoi incubi, poteva ancora vedere le torce, e udire i tonfi cupi dei crolli.
Il portale di Pyke era aperto, quasi ad aspettarlo, la rugginosa saracinesca di ferro alzata. Le guardie sulle mura lo osservarono con espressioni torve e sguardi diffidenti. Alla fine, Theon Greyjoy era tornato a casa.
All’interno delle mura si stendevano una cinquantina di acri di duro terreno, il mare sullo sfondo e il cielo che incombeva. Era là che sorgevano le stalle, i canili e altri edifici sparpagliati. Pecore e maiali rimanevano nei loro recinti, mentre i cani del castello scorrazzavano in libertà. Verso sud, dalla parte delle scogliere, aveva inizio l’ampio ponte di pietra che conduceva alla Grande Fortezza. Nello smontare di sella, Theon tornò a udire il suono dell’infrangersi delle onde. Uno stalliere venne a prendere il suo cavallo, mentre un paio di bambini macilenti e alcuni servi lo scrutavano con occhi inespressivi. Del lord suo padre, nessuna traccia. Né di lui né di qualcun altro che Theon ricordasse dalla sua infanzia. “Un triste, cupo ritorno a casa” pensò.
Il prete era rimasto sulla sella.
«Zio, non ti fermi per la notte a condividere il nostro desco?»
«Mi è stato detto di portarti qui. Tanto ho fatto. È ora che torni a occuparmi del nostro dio.» Detto questo, Aeron Greyjoy fece voltare il cavallo e lasciò il castello, superando i rostri infangati della saracinesca del portale.
Una vecchia megera dalla schiena curva, insaccata in un informe vestito grigio, si avvicinò cautamente a Theon. «Milord, sono qui per condurti al tuo alloggio.»
«Per ordine di chi?»
«Del lord tuo padre, milord.»
«Quindi tu sai chi sono io.» Theon si sfilò i guanti. «Per quale motivo il lord mio padre non è qui ad accogliermi?»
«Ti attende nella Torre del mare, milord. Una volta che ti sarai riposato dal viaggio.»
“E io che consideravo Eddard Stark un pezzo di ghiaccio.” «E tu chi sei?»
«Helya, mando avanti il castello per il lord tuo padre.»
«L’attendente era Sylas. Bocca amara, lo chiamavano.» Perfino adesso, dopo dieci anni, Theon poteva ancora sentire l’alito graveolente di vino di quel vecchio.
«Morto da cinque anni, milord.»
«E che ne è di maestro Qalen, lui dov’è?»
«Dorme nel mare. È Wendamyr che ora si occupa dei corvi.»
“È come se fossi un estraneo qui” rifletté Theon. “Nulla è cambiato… mentre in realtà tutto è cambiato.”
«Mostrami il mio alloggio, donna» ordinò.
Con un rigido inchino, la vecchia gli fece strada verso il ponte di collegamento. Per lo meno quello era come lui lo ricordava: le antiche pietre incrostate di salsedine e di licheni, il mare che ruggiva più in basso come una belva famelica, il vento salmastro che si attaccava agli abiti.
Ogni volta che lui si immaginava il suo ritorno a casa, aveva sempre visto se stesso entrare nell’accogliente stanza da letto nella Torre del mare, la stessa dove aveva dormito da bambino. Invece la vecchia lo condusse alla Fortezza Insanguinata. Là, corridoi e sale erano più ampi e meglio arredati, per quanto non meno freddi e umidi. Theon venne introdotto in un raggelante alloggio composto di varie stanze dai soffitti talmente alti da andare a perdersi nell’oscurità. Un luogo sontuoso, regale… se solo Theon non avesse saputo che proprio quelle stanze davano alla fortezza il suo macabro nome: là dentro, circa mille anni prima, erano stati macellati i figli del re del Fiume, letteralmente smembrati nei loro letti, in modo che i pezzi dei loro corpi potessero essere rispediti al padre sul continente.
In ogni caso, solo raramente i Greyjoy erano stati assassinati in quelle stanze, e sempre dai loro fratelli. E i fratelli di Theon erano morti entrambi. Non fu però la paura dei fantasmi che gli fece gettare all’intorno occhiate colme di disgusto: gli arazzi alle pareti erano impregnati di muffe, dal materasso troppo cedevole emanava il puzzo della macerazione, le lenzuola e le federe erano vecchie e sfilacciate. Interi anni erano trascorsi dall’ultima volta che quelle stanze erano state aperte. L’umidità gli s’insinuò fino al midollo delle ossa.
«Voglio un bacile di acqua calda e il fuoco acceso nel caminetto» ordinò Theon alla vecchia megera. «E fa’ accendere i bracieri anche nelle altre stanze, in modo da disperdere un po’ di questa umidità. E poi, nel nome degli dei, che venga qualcuno a cambiare queste lenzuola.»
«Sì, milord. Come comandi.» La vecchia batté in ritirata.
Dopo un po’, portarono l’acqua calda che aveva chiesto. In realtà, non era calda: era appena tiepida, e in breve diventò fredda. Per di più, era acqua di mare, ma quanto meno servì a rimuovere dalle mani e dalla faccia la polvere della lunga cavalcata. Mentre due servi accendevano i bracieri, Theon si spogliò degli abiti del viaggio per indossare qualcosa di più adatto per incontrare il padre. Scelse stivali di ottimo cuoio nero, brache grigio chiaro di lana d’agnello e un farsetto di velluto nero con la piovra dei Greyjoy ricamata in oro sul pettorale sinistro. Al collo si allacciò un’esile catena d’oro, e alla vita serrò una cintura di pelle bianca trattata. Sistemò il pugnale al fianco sinistro e la spada lunga al destro, il fodero di entrambi a strisce nere e oro, i colori della sua Casa. Estrasse il pugnale e ne controllò il filo con il polpastrello del pollice. Dalla bisaccia alla cintura, tolse la cote e diede poche, secche passate. Per Theon Greyjoy, tenere affilate le proprie lame era un punto d’orgoglio.
«Al mio ritorno, mi aspetto una stanza calda e lenzuola pulite» avvertì i servi mentre infilava un paio di guanti neri, la seta ornata di un elaborato ricamo a fili d’oro.
Theon fece ritorno alla Grande Fortezza percorrendo un ponte di pietra coperto. L’eco dei suoi passi andava a mescolarsi con l’incessante martellare delle onde. Per raggiungere la Torre del mare, in bilico sui suoi pilastri contorti, fu costretto ad attraversare altri tre ponti, ognuno più stretto del precedente. L’ultimo era un camminamento sospeso sul nulla fatto di assi e di funi: il vento carico di salsedine lo rendeva viscido e lo faceva oscillare come se fosse dotato di vitalità propria. A metà del passaggio, Theon aveva già il cuore in gola. In basso, molto più in basso, le onde s’infrangevano sulle rocce sollevando tonanti pennacchi di spuma. Da ragazzo, lui attraversava quel ponte di corsa, perfino nel buio della notte. “I ragazzi credono di essere immortali” sussurrò il dubbio nella sua mente. “Gli uomini non credono più in quest’illusione.”