Il biglietto vincente [The Winner - it]
- Автор: Балдаччи Дэвид
- Год: 1998
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-47086-0
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Триллеры
Электронная книга - «Il biglietto vincente [The Winner - it]». Краткое содержание книги:
Un intrigo micidiale, costruito come un congegno a orologeria.
Il paraurti danneggiato del pick-up si era in parte staccato e ora penzolava sferragliando sull’asfalto. Riggs rallentò fino a fermarsi. Inseguire la BMW nel labirinto di strade e stradine della zona sarebbe stato nient’altro che una perdita di tempo. Annotò il numero di targa di entrambe le auto. Aveva un’idea ragionevolmente precisa di chi fosse la donna: era quella che viveva nella grande casa. Forse era lei che lo aveva assunto per erigere la barriera da molte centinaia di migliaia di dollari.
Riggs ricordò l’espressione di cieco terrore sul volto della donna.
L’esistenza di quella barriera cominciava ad avere senso.
23
La BMW era ferma sul ciglio della strada, a molti chilometri di distanza dal punto in cui la Honda e il pick-up si erano scornati. Il motore era acceso e la portiera del guidatore aperta.
LuAnn Tyler camminava avanti e indietro sull’asfalto. Pareva una tigre inferocita intenta a misurare l’interno di una gabbia senza sbarre. Il suo respiro si condensava in esili nuvolette biancastre, disperdendosi verso il cielo privo di nubi.
La paura se n’era andata, ma la paura era sempre la prima ad andarsene. Rimanevano la confusione e la frustrazione. E la rabbia. Arieti invisibili che non si ritiravano mai troppo facilmente, LuAnn lo aveva imparato. Ma farci i conti non era mai stata un’impresa facile per lei.
A trent’anni, LuAnn Tyler conservava l’energia e l’impulsività di quand’era ragazzina. Con il passare del tempo aveva acquisito una bellezza più completa e matura. Il corpo era diventato più asciutto e la vita più sottile, facendola apparire ancora più alta. I capelli, di nuovo lunghi, avevano perso le sfumature ramate per assumere quelle del biondo scuro e un taglio sofisticato esaltava i lineamenti ben definiti e quasi aristocratici del volto. Anni di costosi interventi odontoiatrici avevano reso la dentatura pressoché perfetta. Anche la linea del naso, dopo una chirurgia plastica di piccola entità, era invidiabile. Un’unica imperfezione era rimasta: la cicatrice lasciata sul mento dal coltello.
LuAnn non aveva seguito il consiglio di Jackson in proposito e si era limitata a farsi applicare dei punti sulla ferita, ma la cicatrice non se ne era andata. Si trattava di una traccia quasi invisibile, ma ogni volta che LuAnn Tyler incontrava la propria immagine allo specchio, la cicatrice era lì a ricordarle da dove veniva e in che modo era arrivata. Un segno maledetto che la legava a un passato ugualmente maledetto. Ed era esattamente per questo che LuAnn aveva scelto di non cancellarlo, per continuare a ricordare la sofferenza e il dolore del passato.
La gente che l’aveva conosciuta allora, quasi certamente l’avrebbe riconosciuta anche adesso. Tuttavia LuAnn Tyler non aveva la minima intenzione di incontrare nessuno di loro. Le rare volte che decideva di avventurarsi nel mondo esterno, si riparava ossessivamente con un cappello a tesa larga e un paio di occhiali scuri. Una vita in fuga, piena di sotterfugi e disseminata di nascondigli.
LuAnn si sedette nuovamente sul sedile di guida, lasciando scorrere le dita sul cuoio che ricopriva il volante. Guardò nuovamente la strada alle sue spalle. Nessun movimento e nessun rumore, a parte il basso rombo del motore della BMW. E il suo respiro incerto. LuAnn si strinse nella giacca di pelle, chiuse la portiera e bloccò le serrature. Alla fine, trovò la forza per rimettersi in movimento, ma le fu difficile concentrarsi sulla guida.
I suoi pensieri andavano all’uomo del pick-up che aveva deciso di venirle in aiuto. Chi era? Perché lo aveva fatto? Si trattava solo di un buon samaritano trovatosi nel posto giusto al momento giusto, oppure aveva ben altre intenzioni?
LuAnn si fermò di nuovo e osservò il paesaggio. Forse era di nuovo vittima della sua cronica paranoia. Dopo un’esistenza trascorsa in fuga, la paranoia era diventata una fitta rete, attraverso le cui maglie tutto veniva filtrato e quindi esaminato, valutato, scomposto. Qualsiasi incontro veniva assimilato, digerito, vagliato. Il tutto dipendeva da una semplice quanto angosciante e implacabile paura: quella di essere scoperta.
LuAnn Tyler trasse un profondo respiro e si domandò per la centesima volta se non avesse compiuto un catastrofico errore a violare il suo contratto con Jackson e a fare ritorno negli Stati Uniti.
Tornando indietro lungo la strada tra le colline, Matt Riggs aveva tenuto gli occhi ben aperti, senza vedere traccia né della Honda nera né del suo guidatore. Adesso stava risalendo la piccola strada privata. Doveva trovare un telefono, e il più vicino doveva essere nella grande casa. Dopotutto, aveva aiutato la donna della BMW. Una telefonata non era poi chiedere la luna. E nemmeno gli sarebbe dispiaciuto capire qualcosa di più di quello che era appena successo.
Nessuno lo fermò mentre si avvicinava alla casa. Pareva non esserci alcun tipo di sorveglianza. Era sorprendente: da un lato, questa gente voleva asserragliarsi dietro una recinzione alta quattro metri, dall’altro, chiunque poteva arrivargli dritto in casa. Dal momento che con l’amministratore si era incontrato in città, questa era la sua prima visita a quella casa.
Wicken’s Hunt era una delle residenze più belle della zona. Era stata eretta nei primi anni Venti, con una solidità costruttiva e un’attenzione ai dettagli che ormai erano più che rare. Il suo primo proprietario, un magnate di Wall Street che intendeva usarla come residenza estiva, aveva pensato bene di fare un bel tuffo dal cinquantesimo piano di un grattacielo di New York durante il “Lunedì Nero” del 1929. Dopo svariati passaggi di proprietà, Wicken’s Hunt era rimasta sul mercato immobiliare della Virginia per sei anni prima di essere nuovamente venduta. Anche per le ristrutturazioni il nuovo proprietario non aveva badato a spese. I vari direttori dei lavori con i quali Riggs aveva parlato erano rimasti impressionati dalla bellezza e dall’unicità della struttura.
Un altro aspetto in qualche modo singolare era che nessuno aveva mai visto il nuovo proprietario. Sebbene il trasloco dovesse essere stato imponente, sembrava che si fosse svolto nella notte, perché nessuno nei dintorni pareva essersene accorto. Riggs aveva verificato gli archivi del catasto: altro vicolo cieco. Wicken’s Hunt era stata acquistata da una società quanto mai misteriosa. Anche i soliti canali delle chiacchiere della contea rimanevano chiusi in un silenzio perplesso. L’unico indizio utile era che la scuola St. Anne’s-Belfield, il più esclusivo istituto privato del circondario, aveva ammesso una nuova allieva: Lisa Marie Savage, di dieci anni, la quale aveva dato Wicken’s Hunt come indirizzo di casa.
Girava però la voce che una donna alta e attraente, il volto quasi sempre nascosto da un cappello a tesa larga e da occhiali scuri, andasse ad accompagnare e a prendere la ragazzina a scuola. Molto più spesso, a venirla a prendere era un uomo di mezza età dalla corporatura di un giocatore di football. Strana famigliola. Alla scuola Riggs aveva parecchi amici, ma nessuno di loro aveva detto alcunché a proposito di quella donna.
Dopo un’ultima curva, Riggs si trovò al cospetto di Wicken’s Hunt: un’imponente villa a tre piani, con un ampio frontale che si affacciava su una splendida fontana di pietra. In quel freddo mattino di un autunno precoce, nessun getto d’acqua saliva verso il cielo. I giardini tutt’attorno erano tanto rigogliosi e ben tenuti quanto lo era la casa. Là dove le piante a ciclo annuale e a tarda sbocciatura non ce l’avevano fatta, erano state sostituite da sempreverdi e da alberi a fogliame più resistente.
Riggs percorse con il suo malridotto pick-up il vialetto semicircolare che aggirava la fontana e si fermò davanti all’ingresso. Scese, accertandosi che l’appunto con i numeri di targa fosse ancora nella tasca. Avvicinandosi alla porta si chiedeva se una dimora simile avesse un campanello o se un maggiordomo in livrea sarebbe magicamente apparso ad aprirgli, quando una voce emerse da un citofono incassato nel muro accanto alla porta.