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I racconti inediti

Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:

L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».
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Elfane si drizzò a sedere di scatto. «Tu… tu deridi la nostra sacra istituzione.»

«Spiacente.»

La ragazza si alzò in piedi, poi si sedette, ingoiando la collera. «Tu mi interessi per molti aspetti,» disse risentita, come per giustificare a se stessa la propria tolleranza. «Ho la particolare sensazione di conoscerti.»

Joe, per un impulso che rasentava il sadismo, disse: «Ero lo chauffeur di tuo padre. Ieri tu e tuo… marito avevate in mente di uccidermi.»

Elfane rimase paralizzata in una rigidità simile a stupore, e lo fissò con la bocca socchiusa. Poi si rilassò, rabbrividì, si ritrasse. «Tu… sei tu…»

Ma Joe scorse qualcosa dietro di lei, su uno scaffale sopra la cuccetta: una pianta in un vaso, quasi identica a quella che lui aveva lasciato su Kyril.

Elfane vide la direzione del suo sguardo. Chiuse d’un tratto la bocca. Poi ansimò: «Allora tu sai!» Era quasi un sussurro. «Uccidimi, distruggimi, sono stanca della vita!»

Si alzò in piedi, allargando le braccia indifesa. Joe si alzò, mosse un passo verso di lei. Era come un sogno, un tempo oltre il confine della ragione, senza logica, causa, effetto. Gli occhi di lei si spalancarono, ma non più per la paura. Joe le posò le mani sulle spalle. Era calda e sottile, pulsante come un uccello.

La giovane si ritrasse, si sedette di nuovo sul letto. «Non capisco,» disse con voce rauca. «Non capisco nulla.»

«Dimmi,» disse Joe con voce quasi altrettanto rauca. «Chi è questo Manaolo per te? È il tuo amante?»

Elfane non rispose; poi finalmente scosse appena la testa. «No, non è nulla. È stato mandato su Ballenkarch per una missione. Io ho deciso che volevo liberarmi dei rituali. Volevo l’avventura, e non mi importava nulla delle conseguenze. Ma Manaolo mi spaventa. È venuto da me ieri… ma avevo paura.»

Joe sentì un meraviglioso spumeggiare intorno al cuore. Gli apparve l’immagine di Margaret, con la bocca imbronciata nell’accusa. Joe sospirò pentito. Il suo stato d’animo mutò. Il volto di Elfane era di nuovo quello di una giovane Sacerdotessa Druida.

«E la tua attività qual è, Smith?» gli chiese freddamente. «Sei una spia?»

«No, non sono una spia.»

«Allora perché stai andando su Ballenkarch? Solo le spie e gli agenti vanno su Ballenkarch. Druidi e Mang o i loro mercenari.»

«È una questione di natura personale.» Guardandola rifletté che la stessa vivace Sacerdotessa Elfane aveva gaiamente proposto di ucciderlo solo il giorno prima.

Elfane notò il suo esame, inclinò la testa in una smorfia buffa e capricciosa, il trucco di una ragazza consapevole del proprio fascino, un trucco di seduzione. Joe rise, si interruppe, restò in ascolto. C’era stato un suono raschiante contro la parete. Elfane seguì il suo sguardo.

«È la mia cabina!» Joe scattò in piedi, aprì la porta, rimbalzò sulla balconata, spalancò la porta della sua cabina. Erra Ex Amma, il giovane ufficiale Mang, gli stava di fronte, con un ghigno ampio e senza allegria che rivelava denti gialli e puntuti. Aveva una pistola puntata alla vita di Joe.

«Indietro!» ordinò. «Indietro!»

Joe indietreggiò lentamente sulla balconata. Guardò giù nel salone. I quattro Mang erano impegnati nel loro gioco. Uno dei civili alzò gli occhi, mormorò qualcosa agli altri e tutti voltarono la testa e guardarono in su. Joe scorse il lampo di quattro facce giallo limone. Poi tornarono al loro gioco.

«Entra nella cabina della Druida,» disse Ex Amma. «Muoviti!» Agitò la pistola, continuando a sorridere con quel sorriso bestiale come di una volpe che mostri le fauci.

Joe indietreggiò ancora nella cabina di Elfane, passando rapidamente con gli occhi dalla pistola alla faccia del Mang.

Elfane ansimò, sospirò di terrore. Il Mang vide il vaso con la piantina che spuntava dal terriccio. «Ahhhh!»

Si rivolse a Joe. «Contro il muro.» Mosse leggermente la pistola in avanti, fece una smorfia di anticipazione, e Joe seppe di stare per morire.

La porta si aprì; ci fu un sibilo. Il Mang si irrigidì, si piegò all’indietro in un arco di agonia, sollevò la testa, la mascella si tese in un urlo senza voce, e cadde a terra.

Hableyat era sulla soglia, sorridendo compassato. «Sono davvero spiacente di aver dovuto arrecare questo disturbo.»

Gli occhi di Hableyat andarono alla pianta sullo scaffale. Scosse la testa, fece schioccare la lingua, rivolse a Joe uno sguardo di rimprovero. «Mio caro amico, hai contribuito a rovinare un piano molto accurato.»

«Se mi avessi chiesto,» disse Joe, «se volevo donare la vita al successo dei tuoi piani, avrei potuto risparmiarti un mucchio di affanno.»

Hableyat belò la sua risata senza muovere un muscolo della faccia. «Sei affascinante. Sono felice che tu sia ancora con noi. Ma ora temo che ci sarà una lite.»

I tre Mang stavano marciando in un’unica fila bellicosa lungo la balconata: il vecchio ufficiale, Erru Kametin, in testa, seguito dai due civili. Erru Kametin si arrestò rigidamente, con i peli irti come un cagnaccio rabbioso. «Signore Hableyat, questo è puro oltraggio. Hai interferito con un ufficiale dell’Estensione che compiva il suo dovere.»

««Interferito»?» protestò Hableyat. «L’ho ucciso. In quanto al suo «dovere»… da quando un dissoluto rapportatore delle Correnti Rosse viene messo sullo stesso piano con un membro dell’Ampianu Generale?»

«Abbiamo ricevuto i nostri ordini direttamente dal Magnerru Ippolito. Tu non hai la minima supercessione…»

«Il Magnerru Ippolito, se rammenti,» disse Hableyat conciliante, è responsabile di fronte al Lathbon, che assieme alle Acque Azzurre fa parte del Generale.»

«Un branco di codardi dal sangue bianco!» gridò l’ufficiale. «Tu e tutte le Acque Azzurre!»

La donna Mang sul ponte principale, che si era sforzata in tutti i modi di vedere cosa stava succedendo sulla balconata, strillò. Poi si udì la voce metallica di Manaolo. «Miserabili cani bastardi!»

Balzò sulla balconata, forte e flessuoso, tremendo nella sua furia. Con una mano afferrò il civile per la spalla e lo scagliò sulla passerella, e fece lo stesso con l’altro. Sollevò Erru Kametin, lo gettò di peso giù dalla balconata. Cadendo piano per la gravità ridotta, Erru Kametin atterrò con un grugnito. Manaolo si rivolse ad Hableyat, che alzò una mano in segno di protesta.

«Un momento, Ecclesiarca, ti prego di non usare la forza sulla mia povera corpulenza.»

Il volto bestiale non mostrò il minimo tremito di emozione. Il ricomporsi del suo corpo fu la risposta alle parole di Hableyat.

Joe tirò il fiato, fece un passo avanti, sferrò un sinistro, un destro secco, e Manaolo si ritrovò a terra, dove giacque guardando Joe con gli occhi neri come la morte.

«Spiacente,» mentì Joe. «Ma Hableyat ha appena salvato la vita a me e a Elfane. Dagli comunque il tempo di parlare.»

Manaolo saltò in piedi, senza una parola entrò nella cabina di Elfane e chiuse la porta a chiave. Hableyat si voltò e fissò Joe con sguardo faceto. «Ci siamo restituiti la cortesia.»

Joe disse: «Mi piacerebbe sapere cosa sta succedendo. No, ci ho ripensato, voglio badare ai fatti miei. Ho già i miei guai. Vorrei che tu tenessi i tuoi per te.»

Hableyat scosse la testa lentamente, come in perplessa ammirazione. «Per essere uno con le intenzioni che hai dichiarato ti tuffi proprio nel folto della mischia. Ma se vuoi venire nella mia cabina ho un’eccellente acquavite che costituirà la base di un piacevole rilassamento.»

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