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I racconti inediti

Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:

L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».
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Uno steward nell’uniforme attillata, questa volta di colore azzurro lucciola, disse: «Da questa parte, Signore Smith.»

Per incutere rispetto tutto quello di cui un uomo aveva bisogno era un cappello di latta, pensò Joe.

Seguì lo steward oltre la stiva, dove i passeggeri di terza classe erano già avvolti nelle loro amache immersi nel sonno ipnotico, poi attraversò una stanza che univa bar e ristorante. La parete di fronte mostrava due file di porte, con una balconata reticolale sotto la seconda fila. La numero 14 era l’ultima porta della fila superiore.

Mentre lo steward guidava Joe oltre la numero 13, la porta venne spinta da parte, e Manaolo uscì prepotentemente. Aveva il volto pallido, gli occhi spalancati in una curiosa forma ellittica a mostrare il disco intero della retina nerissima. Era evidentemente in preda a una furia cieca. Scansò Joe con una spallata, aprì la porta della numero 12, ed entrò.

Joe si allontanò lentamente dalla ringhiera. Per un istante tutto il buon senso, tutta la razionalità, lo abbandonarono. Era una sensazione curiosa, mai provata prima. Un’avversione illimitata ed elementale che nemmeno Harry Creath aveva mai suscitato. Si girò piano sulla passerella.

Elfane era sulla porta della sua cabina. Si era tolta il mantello azzurro, e indossava il morbido abito bianco: una ragazza dai capelli scuri, il volto sottile, mobile e vivace, immusonito nella rabbia. I suoi occhi incontrarono quelli di Joe. Per un attimo si fissarono negli occhi, i loro volti a due passi di distanza.

L’odio nel cuore di Joe venne sostituito da un’altra emozione, una meravigliosa elevazione nell’aria pulita, una delizia, un fermento. Gli occhi di lei si contrassero stupiti, socchiuse la bocca come per parlare. Joe si domandò con una strana sensazione di cedimento se l’avesse riconosciuto. I loro precedenti contatti erano stati così noncuranti, così impersonali. Con gli abiti nuovi era un uomo nuovo.

Elfane si girò e chiuse la porta. Joe proseguì fino al numero 14, dove lo steward lo chiuse con una rete nell’amaca per il decollo.

Joe si svegliò dal sonno ipnotico. Disse: «Qualunque cosa tu stia cercando, non ce l’ho. Hableyat ti ha dato una falsa dritta.»

L’uomo nella cabina restò immobile, con la schiena rivolta a Joe.

Joe disse ancora: «Non muoverti, ti ho puntato contro la pistola.»

Si alzò di scatto dall’amaca ma la rete lo trattenne. Al rumore dei suoi sforzi l’intruso si gettò uno sguardo al disopra della spalla, abbassò la testa, e scivolò fuori dalla cabina come un fantasma.

Joe protestò aspramente, ma non udì più alcun suono. Gettando da parte la rete corse alla porta, guardò fuori nel salone. Era deserto.

Tornò indietro e chiuse la porta. Essendosi appena svegliato dal sonno ipnotico non aveva avuto una chiara visione del suo visitatore: un uomo basso e tarchiato, che si muoveva su articolazioni disposte ad angoli insolitamente ottusi. Aveva scorto fugacemente la faccia dell’Uomo, ma tutto quello che Joe rammentava era un colore giallognolo, come se il sangue che scorreva sotto la pelle fosse giallo vivo. Un Mang.

Adesso si comincia, pensò Joe. Dannato Hableyat, farmi fare da specchietto per le allodole! Prese in considerazione di fare rapporto al capitano, che non essendo né Druido né Mang poteva non essere comprensivo nei riguardi di chi non rispettava la legge. Ma decise di no. Non aveva niente da riferire, soltanto un intruso nella sua cabina. Il capitano difficilmente avrebbe sottoposto tutti i passeggeri alla psicolettura per scoprire un ladruncolo.

Joe si sfregò la faccia, sbadigliò. Di nuovo fuori nello spazio, per l’ultima tappa del suo viaggio. A meno che, naturalmente, Harry non se ne fosse andato altrove.

Alzò la protezione antiraggi davanti al portello, e guardò nello spazio. Più avanti, in direzione del volo, uno schermo respingente assorbiva le radiazioni che la nave oltrepassava o incrociava. Altrimenti l’energia, aumentata in frequenza e durezza dall’azione Doppler dovuta alla velocità della nave, l’avrebbe ridotto istantaneamente in cenere.

La luce separata da un fascio gli mostrava le stelle più o meno alla loro grandezza normale, e la prospettiva cambiava e ruotava sotto i suoi occhi, mentre le stelle fluttuavano, vorticavano, andavano alla deriva come granellini di polvere in un raggio di luce. Verso poppa l’oscurità era totale: nessuna luce poteva raggiungere il vascello. Joe lasciò cadere lo scuretto. La scena gli era familiare a sufficienza. Adesso avrebbe fatto un bagno, si sarebbe vestito, avrebbe mangiato…

Guardandosi allo specchio notò un’ombra di barba ispida. Il rasoio era su uno scaffale di vetro sopra al lavabo smontabile. Joe allungò la mano, la fermò di scatto a un pollice dal rasoio. Quando era entrato per la prima volta nella cabina era appeso a un gancio sulla paratia.

Joe si allontanò piano dalla parete, con i nervi a fior di pelle. Di certo il suo visitatore non si era fatto la barba. Abbassò gli occhi sul pavimento, e vide un tappetino di ottone ritorto e intrecciato. Si chinò, e notò un pezzo di filo di rame che univa il tappetino al tubo di scolo.

Con cautela raccolse il rasoio in una scarpa, e lo portò alla cuccetta. Una fascia di metallo circondava l’impugnatura, con una punta che entrava nella scatola vicino all’unità che prendeva la corrente dal campo generale della nave.

A lungo andare, pensò Joe, doveva ringraziare Hableyat, che l’aveva così gentilmente salvato dal Tearca e l’aveva messo a bordo del Belsaurion con una pianta in un vaso.

Joe suonò per lo steward. Arrivò una giovane donna, coi capelli bianchi come gli altri membri dell’equipaggio. Indossava un indumento corto e multicolore arancione e azzurro che la copriva come uno strato di vernice. Joe buttò il rasoio nella fodera di un cuscino. Le disse: «Porta questo all’elettricista. È molto pericoloso, ha un corto circuito. Non toccarlo. Non lasciare che nessuno lo tocchi. E… vuoi per favore portarmi un altro rasoio?»

«Sì, Signore.» E se ne andò.

Finalmente lavato, rasato e ben vestito per quanto gli permetteva il suo limitato guardaroba, se ne andò a zonzo per il salone, a grandi passi nella gravità ridotta della nave. Quattro o cinque uomini e donne sedevano nel salottino lungo una parete, impegnati in una circospetta conversazione.

Joe restò un momento a guardare. Creature peculiari e artificiali, pensò, gli esseri umani dell’Era Spaziale, fragili e così completamente formali che la conversazione non era altro che uno scambio di levigate affettazioni. Così sofisticati che niente poteva scandalizzarli tanto quanto l’ingenua sincerità.

Tre Mang sedevano nel gruppo: due uomini, uno vecchio e l’altro giovane, entrambi nelle ricche uniformi della fazione Rossa di Mangtse; e una giovane donna Mang di una bellezza un po’ pesante, evidentemente la moglie del giovane ufficiale. L’altra coppia, come le creature che gestivano la nave, apparteneva a una razza di umani devianti che Joe non conosceva. Erano come le illustrazioni che aveva visto in un libro di fate, da bambino: creature fragili ed eteree, con gli occhi grandi, la pelle sottile, vestite di abiti strani e ampi.

Joe scese le scale fino al ponte principale e apparve un ufficiale della nave, presumibilmente il capo degli steward. Facendo un gesto cortese in direzione di Joe, parlò rivolgendosi a tutto il gruppo. «Vi presento il Signore Joe Smith del pianeta…» esitò, «…del pianeta Terra.»

Si girò verso gli altri del gruppo. «Erru Kametin» — il più vecchio dei due ufficiali Mang — «Erru Ex Amma e Erritu Thi Amma, di Mangtse.» Si girò verso le creature simili a fate. «Prater Luli Hassimassa e la sua signora Hermina di Cil.»

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