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I racconti inediti

Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:

L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».
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«Quel giardino laggiù… quelle sono piante terrestri, oppure io sono una scimmia con la coda ad anelli colorati.» Si alzò, andò alla ringhiera, e Elfane lo seguì. «Gerani, caprifogli, petunie, zinnie, rose, cipressi italiani, pioppi, salici piangenti. E un prato. E un ibisco…» Guardò la targhetta descrittiva. «Pianeta Gea. Ubicazione incerta.»

Ritornarono al tavolo. «Ti comporti come se avessi nostalgia di casa,» disse Elfane con voce offesa.

Joe sorrise. «Ne ho… molta nostalgia. Dimmi qualcosa di Ballenkarch.»

Elfane assaggiò la birra, la fissò sorpresa, fece una smorfia.

«A nessuno piace la birra la prima volta che la beve,» disse Joe.

«Dunque… non so davvero molto di Ballenkarch. Fino a pochi anni fa era completamente selvaggio. Nessuna nave ci si fermava perché gli autoctoni erano cannibali. Poi l’attuale principe ha unito tutti i continenti più piccoli in una nazione. È successo in una notte. Molta gente è stata uccisa.

«Ma adesso non ci sono più assassinii, e le navi possono atterrare in relativa sicurezza. Il Principe ha deciso di industrializzarlo, e ha importato molti macchinari da Beland, Mangtse e Grabo, oltre la corrente. A poco a poco sta estendendo il suo dominio sul continente principale, riportando vittorie sui capi, ipnotizzandoli o uccidendoli.

«Ora devi capire che i Ballenkart non hanno nessuna religione, e noi Druidi speriamo di legare a noi il loro nuovo potere industriale attraverso una fede comune. Allora non dipenderemo più da Mangtse per le merci confezionate. I Mang naturalmente non sono molto d’accordo, e allora…» Spalancò gli occhi. Allungò una mano, gli strinse il braccio. «Manaolo! Oh, Joe, spero che non ci veda!»

Il velo di cautela di Joe si lacerò. Era impossibile che riuscisse a essere umile, adesso che l’oggetto del suo amore temeva per la sua incolumità.

Si appoggiò allo schienale della sedia, osservò Manaolo arrivare a grandi passi sulla terrazza come un eroe di Demonlandia. Una donna dalla carnagione color tortora, con una calzamaglia arancione, babbucce a punta di stoffa azzurra e copricapo ugualmente di stoffa azzurra, era appesa al suo braccio. Nell’altro braccio aveva il pacchetto che aveva portato fuori dalla nave. Con un fremito dei suoi occhi smorti riconobbe Elfane e Joe, cambiò direzione senza cambiare espressione, sembrò continuare a passeggiare, e con noncuranza estrasse uno stiletto dalla cintura.

«Ci siamo,» mormorò Joe. «Ci siamo!» Si alzò in piedi.

Gli avventori seduti a bere o a pranzare si sparpagliarono. Manaolo si fermò a una iarda di distanza, sulla faccia scura c’era lo spettro di un sorriso. Appoggiò il pacchetto sul tavolo, poi avanzò con disinvoltura e affondò lo stiletto con una semplicità quasi ingenua, come se si aspettasse che Joe restasse fermo a farsi accoltellare. Joe gli gettò in faccia la birra, gli colpì il polso con il boccale e lo stiletto cadde a terra tintinnando.

«E adesso,» disse Joe, «ho intenzione di picchiarti fino a lasciarti con un briciolo di vita.»

Manaolo giaceva a terra. Joe, ansimando, gli si mise a cavalcioni. La fasciatura sul naso si era rotta, e il sangue gli colava dal naso e sul mento. La mano di Manaolo cadde sullo stiletto. Con un grugnito represso fece per colpire. Joe gli afferrò il braccio e diresse l’arma lontano da sé e nella spalla di Manaolo.

Manaolo grugnì ancora, si strappò la lama dalla spalla. Joe gliela tolse di mano, trapassò l’orecchio di Manaolo conficcandola nel pavimento di legno, dove la fece affondare tempestandola di pugni; poi si alzò in piedi e rimase a guardarlo.

Manaolo si mosse un po’ in modo sgraziato, come un pesce, poi giacque immobile, esausto. Una squadra di uomini impassibili con una lettiga si fecero strada tra la folla, rimosse lo stiletto, caricarono Manaolo, e lo portarono via. La donna dalla pelle color tortora gli corse accanto. Manaolo le parlò. Lei si volse, corse al tavolo, prese il pacchetto, ritornò sempre di corsa dove gli inservienti stavano mettendo Manaolo su un veicolo a ruote, e gli depose il pacchetto sul petto.

Joe si lasciò cadere sulla sedia, prese la birra di Elfane, bevve a lungo.

«Joe,» sussurrò Elfane. «Sei… ferito?»

«Sono blu e nero dappertutto,» disse Joe. «Manaolo è un tipo manesco. Se non ci fossi stata tu me la sarei svignata. Ma,» disse con un sorriso impastato di sangue, «non potevo farmi vedere da te che me la svignavo davanti al mio rivale.»

«Rivale?» Sembrava sorpresa. «Rivale?»

«Per te.»

«Oh,» disse in tono incolore.

«Adesso non dire ‘Io sono la Reale Sacerdotessa Druida Divina Onnipotente’!»

Elfane alzò lo sguardo stupita. «Non stavo pensando a questo. Stavo pensando che Manaolo non è mai stato il tuo… rivale.»

Joe disse: «Devo darmi una ripulita e cambiarmi d’abito. Vuoi venire con me oppure…»

«No,» disse Elfane, con la stessa voce incolore. «Resterò qui nel frattempo. Voglio… voglio pensare.»

Trentuno ore. Il Belsaurion stava per decollare. I passeggeri tornarono a bordo alla spicciolata per essere registrati dal commissario di bordo.

Trentuno ore e mezzo. «Dov’è Manaolo?» chiese Elfane al commissario. «È tornato a bordo?»

«No, Eminenza.»

Elfane si morsicò un labbro, torcendosi le mani. «È meglio che controlli all’ospedale. Non partirete senza di me, vero?»

«No, Eminenza, certamente no.»

Joe la seguì fino a un telefono. «Ospedale,» disse Elfane alla voce meccanica. Poi: «Voglio avere informazioni sull’Ecclesiarca Manaolo, che è stato ricoverato ieri. È stato dimesso?… Va bene ma in fretta. La sua nave sta aspettando per decollare…» Si girò a dire due parole di commento a Joe. «Sono andati a controllare nella sua stanza.»

Trascorse un momento; poi Elfane si chinò sul ricevitore. «Cosa! No!»

«Cosa succede?»

«È morto. È stato assassinato.»

Il capitano accettò di trattenere la nave fino a quando Elfane fosse ritornata dall’ospedale. Corse all’ascensore con Joe alle calcagna. All’ospedale venne indirizzata a un’infermiera di Beland, magra e con i capelli bianchi stretti in una crocchia severa.

«Sei sua moglie?» chiese l’infermiera. «Se è così vuoi prendere accordi per disporre del corpo?»

«Non sono sua moglie. Non mi importa cosa fate con il corpo. Dimmi, cosa ne è stato del pacchetto che aveva con sé?»

«Nella sua stanza non ci sono pacchetti. Ricordo che ne aveva uno quando è arrivato, ma adesso non c’è più.»

«Che visite ha avuto?» chiese Joe.

«Non lo so con certezza. Ma suppongo di poterlo scoprire.»

Gli ultimi visitatori di Manaolo erano tre Mang, che avevano firmato sul registro con nomi sconosciuti. L’inserviente di corsia aveva notato che uno di essi, un uomo anziano dall’atteggiamento rigidamente militare, era uscito dalla stanza con un pacchetto.

Elfane si appoggiò alla spalla di Joe. «Quello era il vaso con dentro la pianta.» Joe la strinse fra le braccia, le accarezzò la testa bruna. «E adesso ce l’hanno i Mang,» disse disperata.

«Scusami se sono eccessivamente curioso,» disse Joe. «Ma cosa c’è in quel vaso che lo rende tanto importante?»

Elfane lo guardò, prossima alle lacrime, e infine disse: «La seconda creatura vivente più importante dell’universo. L’unico germoglio vivente dell’Albero della Vita.»

Lentamente ripercorsero il corridoio, piastrellato di azzurro, verso la nave. Joe disse: «Non sono solo curioso, sono anche stupido. Perché prendersi il disturbo di portare un germoglio dell’Albero della Vita in giro per tutto il creato? A meno che, naturalmente…»

Elfane annuì. «Come ti ho detto volevamo costituire un vincolo con i Ballenkart, un vincolo religioso. Questo germoglio, il Figlio dell’Albero, sarebbe stato il simbolo vitale.»

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