I racconti inediti
- Автор: Вэнс Джек Холбрук
- Год: 1995
- Язык: итальянский
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:
Joe si inchinò educatamente, si sedette a un’estremità del salottino. Il giovane ufficiale Mang, Erru Ex Amma, chiese incuriosito: «Ho capito bene che rivendichi la Terra come tuo pianeta madre?»
«Sì,» disse Joe quasi con violenza. «Io sono nato nel continente conosciuto come Nord America, dove è stata costruita la prima nave che ha lasciato la Terra.»
«Strano,» mormorò il Mang, studiando Joe con un’espressione prossima all’incredulità. «Ho sempre considerato le chiacchiere sulla Terra una superstizione nata nello spazio, come le Lune del Paradiso e la Stella Drago.»
«Posso assicurarvi che la Terra non è una leggenda,» disse Joe.
«In qualche modo nel corso delle migrazioni verso altri pianeti, tra le guerre e i programmi planetari di propaganda, l’esistenza reale della Terra è stata messa in discussione. E noi viaggiamo molto raramente in questa parte esterna della galassia.»
La donna fata parlò con un’acuta voce musicale che ben si addiceva al suo aspetto fragile come una farfalla notturna. «E sostieni che noi tutti — tu, i Mang, noi Cil, i Beland che gestiscono la nave, i Druidi, i Frunsan, i Thabliti — che tutti noi in definitiva siamo derivati dal ceppo terrestre?»
«Questa è la verità.»
Una voce metallica disse: «Ciò non è completamente vero. I Druidi sono stati il primo frutto dell’Albero della Vita. Questa è la dottrina stabilita, e ogni altra asserzione non accompagnata da prove è falsa.»
Con voce attenta, Joe disse: «Hai diritto alla tua credenza.»
Lo steward si fece avanti. «Ecclesiarca Manaolo kia Benlodieth di Kyril.»
Ci fu un momento di silenzio dopo le presentazioni. Poi Manaolo disse: «Non solo ho il diritto alla mia credenza, ma devo protestare contro la propagazione di idee erronee.»
«Anche questo è un tuo privilegio,» disse Joe. «Protesta quanto ti pare.»
Incontrò gli occhi neri di Manaolo, e dietro a quegli occhi gli parve di non vedere alcuna umana comprensione, alcun pensiero, solo emozione e volontà ostinata.
Alle spalle di Manaolo notò un movimento; era la Sacerdotessa Elfane. Venne presentata alla compagnia, e senza parlare si sedette accanto a Hermina di Cil. L’atmosfera adesso era cambiata, e sebbene non facesse altro che mormorare arguzie con Hermina, la sua presenza dava un gusto piccante, una scintilla, un aroma speziato…
Joe contò: otto con lui, quattordici cabine, mancavano ancora sei passeggeri. Uno degli altri tredici aveva cercato di ucciderlo — un Mang.
Due Druidi uscirono dalle cabine 2 e 3, e vennero presentati: uomini anziani, con la faccia da pecore, in viaggio per compiere una missione su Ballenkarch. Si portavano appresso un altare portatile, che subito rizzarono in un angolo del salone, e cominciarono una serie di riti silenziosi davanti a una piccola rappresentazione dell’Albero. Manaolo li osservò senza interesse per un momento o due, poi distolse lo sguardo.
Ne mancano quattro, pensò Joe.
Lo steward annunciò il primo pasto del giorno, e in quel momento un’altra coppia uscì dalle cabine, due Mang in abbigliamento non militare, avvolti in ampie vesti di seta colorata, con leggeri mantelli e corsaletti ingioiellati. Si inchinarono formalmente alla compagnia, e poiché lo steward stava preparando il tavolo pieghevole, presero posto senza venire presentati. Cinque Mang, pensò Joe. Due soldati, due civili, una donna. Due cabine ancora celavano i loro occupanti.
La cabina numero 10 si aprì, e una donna anziana estremamente alta uscì lentamente sulla balconata. Era calva come un uovo, e la sommità della testa era piatta. Aveva un naso grande e ossuto, occhi neri e sporgenti. Indossava una mantellina nera, e su ogni dito di entrambe le mani portava un gioiello enorme.
Uno in meno. La porta della cabina numero 6 rimaneva chiusa.
Il pasto venne servito da un menu sorprendentemente vario, per accontentare i palati di molte razze. Joe, nel suo viaggio di pianeta in pianeta attraverso la galassia, aveva necessariamente smesso di fare lo schizzinoso. Aveva mangiato materia organica di ogni concepibile colore, consistenza, odore e sapore.
Ad alcuni elementi familiari sapeva dare un nome — felci, frutti, funghi, radici, rettili, insetti, pesci, molluschi, lumache, uova, sacchi sporiferi, mammiferi e uccelli — ma non era in grado di definire né di riconoscere almeno altrettanti elementi, la cui unica pretesa sul suo appetito stava nell’esempio altrui.
Il suo posto a tavola era proprio di fronte a Manaolo e Elfane. Notò che non parlavano, e più di una volta sentì su di sé gli occhi di lei, che interrogavano e analizzavano, a metà furtivi. È sicura di avermi già visto, pensò Joe, ma non si ricorda dove.
Dopo il pasto i passeggeri si separarono. Manaolo si ritirò nella palestra dietro il salone. I cinque Mang si sedettero a giocare con bastoncini di diversi colori. I Cil salirono alla passeggiata lungo la nera nervatura della nave. L’alta diavolessa si sedette in poltrona, fissando inespressiva nel vuoto.
Anche a Joe sarebbe piaciuto fare un po’ di esercizio in palestra, ma la presenza di Manaolo era un deterrente. Scelse una pellicola dalla biblioteca della nave e si preparò a ritornare nella sua stanza.
La Sacerdotessa Elfane gli disse con voce sommessa: «Signore Smith, vorrei parlarti.»
«Certamente.»
«Vuoi venire nella mia stanza?»
Joe si guardò sopra la spalla. «Tuo marito non ne sarà infastidito?»
«Marito?» Riuscì a mettere nella voce un’enorme quantità di disprezzo e adirato disgusto. «La relazione è puramente nominale.» Si fermò e guardò altrove, apparentemente rammaricandosi delle parole appena dette. Poi continuò con voce fredda: «Vorrei parlarti.» Si voltò e si diresse verso la sua cabina.
Joe ridacchiò piano. Quella bisbetica non conosceva altro mondo al di fuori di quello nel suo cervello, non concepiva che potessero esistere altre volontà opposte alla sua. Adesso era divertente, ma che demonio quando fosse invecchiata! Gli venne in mente che sarebbe stata un’esperienza piacevole perdersi con lei su un pianeta disabitato, domare la sua pervicacia, schiudere la sua coscienza.
La seguì con comodo nella sua cabina. Elfane si sedette sulla cuccetta. Joe prese posto sulla panca. «Allora?»
«Hai detto che la tua patria è il pianeta Terra, la mitica Terra. È vero?»
«Sì, è vero.»
«Dov’è la Terra?»
«Verso il Centro, forse a un migliaio di anni luce.»
«Com’è la Terra?» Elfane si sporse in avanti, con un gomito sul ginocchio, il mento nell’incavo della mano, osservandolo con occhi colmi di interesse.
Joe, improvvisamente turbato, alzò le spalle. «Mi fai una domanda alla quale non posso rispondere con una parola. La Terra è un mondo molto vecchio. Ovunque ci sono edifici antichi, città antiche, tradizioni. In Egitto sorgono ancora le grandi piramidi, costruite dai primi uomini civilizzati. In Inghilterra un circolo di pietre scheggiate, Stonehenge, è la reliquia di una razza quasi altrettanto vecchia. Nelle caverne di Francia e Spagna, in lunghi cunicoli sottoterra, ci sono disegni di animali, graffiati da uomini a malapena usciti dalla stessa condizione delle bestie che cacciavano.»
Elfane trasse un profondo respiro. «Ma le vostre città, la vostra civiltà, sono diverse dalle nostre?»
Joe assunse un’espressione saggia. «Naturalmente sono diverse. Non esistono due pianeti uguali. La nostra è una cultura antica, stabile, stagionata, benevola. Le nostre razze si sono fuse, e io sono il risultato della loro fusione. In queste regioni esterne gli uomini sono stati esclusi e separati, e si sono differenziati di nuovo. Voi Druidi, che fisicamente siete molto vicini a noi, corrispondete all’antica razza caucasica del ramo mediterraneo.»
«Ma non avete un Grande Dio, un Albero della Vita?» «Attualmente,» disse Joe, «sulla Terra non c’è una religione organizzata. Siamo liberi di esprimere la nostra gioia di essere vivi in qualunque modo ci piaccia. Alcuni riveriscono un creatore cosmico, altri riconoscono semplicemente le leggi fisiche che controllano l’universo, ma il risultato è quasi identico. L’adorazione di feticci, antropoidi, animali o vegetali — come il vostro Albero — si è estinta da molto tempo.»