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I racconti inediti

Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:

L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».
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«I Druidi mantengono uno schermo di quelle navicelle alla distanza di un milione di miglia. Sono costruite rozzamente, ma sono molto veloci e agili. Ognuna è munita di una testata nucleare; in realtà sono navicelle suicide, e fino a oggi è comunemente riconosciuta la loro efficacia nella difesa dell’Albero.»

Joe restò un momento in silenzio. Poi disse: «Queste navicelle vengono costruite qui, su Kyril?»

«Sono piuttosto semplici,» disse Hableyat con velato disprezzo. «Un guscio, una propulsione, un serbatoio di ossigeno. Non ci si aspetta certo che i soldati Laici esigano o apprezzino la comodità. C’è un gran numero di queste navicelle. Perché no? Il lavoro è gratuito. L’idea del costo non ha significato per i Druidi. Credo che l’equipaggiamento dei comandi sia importato da Beland, e così il dispositivo di innesto. Per il resto le navicelle vengono costruite a mano qui su Kyril.»

Il campo pieno di navicelle grandi come scarafaggi si inclinò e svanì a poppa. Di fronte apparve il muro di trenta piedi che circondava il terminale. La lunga stazione di vetro si stendeva su un lato del rettangolo. Su un altro lato c’era una fila di palazzi sontuosi, gli uffici consolari degli altri pianeti.

Dall’altra parte del campo, nella quarta di cinque campate, era fermo un vascello di medie dimensioni adibito al doppio carico di merci e passeggeri, e Joe vide che era pronto al decollo. Il boccaporto di carico era stato chiuso con rinforzi, i vagoncini di carico stavano tornando indietro e solo una passerella collegava la nave alla terra.

Juliam sistemò l’aeromobile in un’area di parcheggio sul lato della stazione. Hableyat posò una mano sul braccio di Joe.

«Forse, per la tua stessa sicurezza, potrebbe essere più sensato che provveda io al tuo passaggio. Il Tearca potrebbe avere architettato qualche guaio. Non si sa mai di cosa si interessano questi imprevedibili Druidi.» Saltò giù dall’aeromobile. «Allora meglio che tu resti qui, fuori vista; io torno subito.»

«Ma il denaro per il passaggio…»

«Una sciocchezza, una sciocchezza,» disse Hableyat. «Il mio governo ha più denaro di quanto riesca a spenderne. Permettimi di investire duemila stipule in un fondo di buona volontà a favore della nostra leggendaria Madre Terra.»

Joe si rilassò dubbioso sul sedile. Duemila stipule erano duemila stipule e l’avrebbero aiutato a ritornare sulla Terra. Se pensava di farlo sentire obbligato, Hableyat si sbagliava. Si agitò sul sedile. Meglio scendere mentre la via era libera. Cose come quella non accadevano senza qualche spiacevole equivoco. Alzò una mano verso la porta e incontrò lo sguardo di Juliam. Juliam scosse la testa.

«No, no, signore. Il Signore Hableyat sarà subito di ritorno e i suoi desideri erano che tu rimanessi fuori vista.»

In uno spasmo di sfida, Joe disse: «Hableyat può attendere.»

Balzò giù dall’aeromobile e ignorando la voce querula di Juliam si diresse verso la stazione. La sua rabbia si placò camminando, e nella livrea verde bianca e nera si sentì eccessivamente appariscente. Hableyat aveva la scortese abitudine di avere costantemente ragione.

Un’insegna sul marciapiede diceva: Vestiti di tutti i mondi. Cambiati qui. Arriva alla tua destinazione abbigliato alla moda.

Joe entrò. Attraverso la vetrina avrebbe visto Hableyat lasciare la stazione per ritornare all’aeromobile. Il proprietario aspettava quietamente i suoi ordini, un uomo alto e ossuto di una razza imprecisata con una faccia ampia e cerulea e grandi occhi schietti azzurro pallido.

«Il Signore desidera?» chiese in un tono uniforme che ignorava la livrea da servitore che Joe si stava levando.

«Sbarazzarmi di questi. Dammi qualcosa di adatto per Ballenkarch.»

Il negoziante si inchinò. Osservò gravemente la figura di Joe, andò a un attaccapanni, e gli portò un completo che gli fece sbattere gli occhi: pantaloni rossi, una giacca azzurra attillata e senza maniche, una voluminosa blusa bianca. Dubbioso, Joe disse: «Non è esattamente… non è inferiore, vero?»

«È un abbigliamento tipico di Ballenkarch, Signore, tipico cioè tra i clan più civilizzati. I selvaggi indossano pelli e sacchi.» Rigirò il completo per mostrarglielo davanti e dietro. Per quanto semplice, non indica alcun rango particolare. Un valvassore porta una spada al fianco sinistro. Un grande della Corte di Vail-Alan indossa una fascia nera in aggiunta. Gli abiti di Ballenkarch, Signore, sono contraddistinti da una vistosità piuttosto barbarica.»

«Dammi un semplice completo da viaggio grigio,» disse Joe. «Mi cambierò nello stile di Ballenkarch quando arriverò.»

«Come desideri, Signore.»

Il completo da viaggio era più di suo gusto. Con profonda soddisfazione Joe chiuse le cerniere lampo lungo le cuciture, coprì le caviglie e i polsi, allacciò la cintura.

«E un elmo di che stile, Signore?»

Joe fece una smorfia. Gli elmi erano comme il faut nell’ordine sociale di Kyril. A laici, zotici, e servi era negata l’affettazione di un elmo complesso e luccicante. Indicò un copricapo basso, di metallo lucente, con una tesa vasta e inclinata. «Quello, se va bene.»

Il negoziante piegò il corpo quasi in una U capovolta. «Sì, tua Eminenza.»

Joe gli lanciò un’occhiataccia, poi osservò l’elmo che aveva scelto, un bell’elmetto luccicante, utile solo come copricapo decorativo. Era alquanto simile a quello indossato dall’Ecclesiarca Manaolo. Alzò le spalle, se lo calcò in testa, trasferì il contenuto delle tasche: pistola, denaro, portafogli con i documenti di identificazione. «Quanto ti devo?»

«Duecento stipule, tua Eminenza.»

Joe gli diede un paio di banconote, uscì sotto il portico. Mentre camminava si rese conto che il suo passo era più fermo, che in effetti si stava pavoneggiando. Il cambiamento dalla livrea con il completo grigio e il borioso elmo aveva trasformato il suo umore. Stato d’animo, fiducia in se stesso, voglia di vincere, erano distinzioni assolutamente intangibili, eppure in definitiva determinanti. E adesso doveva trovare Hableyat.

E Hableyat era proprio davanti a lui, e camminava sottobraccio a un Mang in uniforme verde azzurra e gialla; parlavano in modo molto serio ed espressivo. Joe desiderò di essere in grado di leggere sulle labbra. I due si fermarono alla rampa che scendeva nel campo. L’ufficiale Mang si inchinò brevemente, si girò, e tornò a passo di marcia sotto il portico. Hableyat scese lemme lemme la rampa, e cominciò ad attraversare il campo.

Joe si scoprì a pensare che gli sarebbe piaciuto sentire cosa avrebbe detto Juliam, e quali sarebbero stati i commenti di Hableyat sulla sua assenza. Se correva fino in fondo al portico, saltava oltre il muro, e faceva di corsa il giro de! parcheggio, sarebbe riuscito ad avvicinarsi all’aeromobile da dietro, probabilmente non visto.

Facendo seguire l’azione al pensiero si voltò e corse per tutta la lunghezza del terrazzo, incurante degli sguardi perplessi. Si calò su! tappeto erboso verde azzurro e proseguì nascosto vicino al muro, tenendo il maggior numero possibile di velivoli tra sé e il rilassato Hableyat. Raggiunse l’aeromobile, e si buttò carponi senza essere visto da Juliam, che stava invece fissando Hableyat.

Juliam fece scorrere indietro la porta. Hableyat disse allegramente: «E adesso, amico mio, ogni cosa è…» Si bloccò. Poi si rivolse aspramente a Juliam. «Dov’è? Dov’è andato?»

«È andato via,» disse Juliam, «poco dopo di te.»

Hableyat borbottò una sillaba mordace. «La confusa imprevedibilità dell’uomo! Gli ho dato precise istruzioni di rimanere qui.»

«Gli ho rammentato le tue istruzioni,» disse Juliam. «Mi ha ignorato.»

«È questa la difficoltà,» disse Hableyat, «nel trattare con uomini di intelletto limitato. Non ci si può fidare che agiscano logicamente. Mille volte preferirei lottare con un genio. I suoi metodi, almeno, sarebbero prevedibili… Se Erra Kametin lo vede tutti i miei piani falliranno. Oh,» gemette, «quello sciocco impetuoso e ostinato!»

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