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I racconti inediti

Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:

L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».
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«Con gli avvertimenti ho finito. Non desidero allarmarvi. Ci sono parecchi piaceri legittimi nei quali potete indulgere. I Diciannove Giardini sono rinomati in tutto l’Universo. Nel Celestium potete pranzare col cibo del vostro pianeta, ascoltando la musica di casa vostra. I negozi lungo l’Esplanade vendono qualsiasi cosa possiate desiderare a prezzi davvero ragionevoli.

«E così con queste parole vi lascio a voi. stessi. Trentadue ore da adesso e partiamo per Ballenkarch.»

Si ritirò. Ci fu un generale tramestio di piedi. Joe notò che Manaolo seguiva Elfane alla sua cabina. I due missionari Druidi ritornarono al loro altare portatile, apparentemente senza nessuna intenzione di sbarcare. L’ufficiale Mang, Erri Kametin, scese a passo di marcia con la giovane vedova alle calcagna, e dietro a loro andarono i due Mang in abiti civili.

La vecchia smunta e calva non si mosse di un pollice dalla sua poltrona, e restò seduta a fissare il pavimento. I Cil, ridacchiando e saltellando, si precipitarono giù dalla nave. Hableyat si fermò davanti a Joe, con le mani grassocce allacciate dietro la schiena. «Ebbene, amico mio, intendi scendere a terra?»

«Sì,» disse Joe. «Probabilmente lo farò. Sto aspettando di vedere cosa fanno la Sacerdotessa e Manaolo.»

Hableyat dondolò sui talloni. «Stai lontano da quel tipo, è il consiglio migliore che posso darti. È un esempio vizioso di megalomania, spinta — posso aggiungere — al massimo dall’ambiente che lo circonda. Manaolo considera se stesso divino e consacrato, letteralmente e realmente, a un grado che nessuno di noi due può immaginare. Manaolo non conosce né giusto né sbagliato. Conosce soltanto pro e contro Manaolo.»

La porta della cabina 13 si aprì. Manaolo e Elfane uscirono sulla balconata. Manaolo, davanti a Elfane, portava un pacchetto. Indossava una corazza cesellata d’oro e di lucente metallo, e un lungo mantello verde, ricamato a foglie gialle, gli scendeva dietro le spalle. Senza guardare né a destra né a sinistra scese le scale, attraversò il salone e uscì dal portello.

Elfane si fermò in fondo alle scale, lo seguì con lo sguardo, scosse la testa in un gesto di evidente fastidio. Poi si girò e raggiunse Joe e Hableyat dall’altra parte del salone.

Hableyat inclinò rispettosamente la testa, gesto che Elfane ricambiò freddamente. Poi disse a Joe: «Voglio che tu mi conduca a terra.»

«È un invito oppure un ordine?»

Elfane sollevò le sopracciglia perplessa. «Significa che voglio che tu mi porti a terra.»

«Benissimo,» disse Joe alzandosi in piedi. «Ne sarò felice.»

Hableyat sospirò. «Se soltanto fossi giovane e bello…»

Joe sbuffò. «Bello?»

«…nessuna giovane signora così incantevole dovrebbe chiedermelo due volte.»

Elfane, con voce contratta, disse: «Credo sia giusto farti sapere che Manaolo ha promesso di ucciderti se ti scopre a parlare con me.»

Ci fu silenzio. Poi Joe disse in una voce che risuonò strana alle sue stesse orecchie: «E così la primissima cosa che fai è di venire qui a chiedermi di portarti a terra.»

«Hai paura?»

«Non sono un temerario.»

Elfane si girò di scatto e si diresse al portello. Hableyat disse incuriosito: «Perché l’hai fatto?»

Joe sbuffò esasperato. «È una sobillatrice. Ha la ridicola convinzione che io rischierò di farmi abbattere da un Druido pazzo furioso soltanto per il privilegio di accompagnarla in giro.» La guardò lasciare la nave, sottile come una betulla nella mantellina blu. «Ha ragione,» disse Joe. «Io sono proprio quel tipo di dannato sciocco.»

E partì correndo al suo inseguimento. Hableyat li guardò andarsene assieme, sorrise tristemente, si fregò le mani. Poi, slacciando la fibbia che gli opprimeva la pancia, si sedette di nuovo sul divano, e con aria sognante seguì le devozioni dei due Druidi al loro altare.

Stavano percorrendo un corridoio fiancheggiato da piccoli negozi. «Ascolta,» disse Joe, «sei una Sacerdotessa Druida, che mozzerebbe con indifferenza la testa a un cittadino, oppure sei una bella ragazza che è uscita per un appuntamento?»

Elfane scosse altezzosamente la testa, tentò di darsi un contegno dignitoso e mondano. «Sono una persona molto importante e un giorno sarò Supplicante per l’intera Contea di Kelminester. Una piccola contea, è vero, ma la guida di tre milioni di anime di fronte all’Albero sarà nelle mie mani.»

Joe le rivolse uno sguardo disgustato. «E non si troveranno bene lo stesso anche senza di te?»

Elfane rise, si rilassò per un istante e divenne un’allegra ragazza dai capelli scuri. «Oh… probabilmente. Ma sono costretta a mantenere le apparenze.»

«Il guaio è che dopo un poco comincerai a credere a tutta quella roba.»

Elfane per un attimo non disse nulla. Poi, maliziosamente: «Perché ti stai guardando in giro con tanta attenzione? Questo corridoio è davvero così interessante?»

«Sto cercando quel demonio di Manaolo,» disse Joe. «Sarebbe proprio da lui appostarsi in una di queste zone d’ombra e poi saltare fuori e pugnalarmi.»

Elfane scosse la testa. «Manaolo è andato giù all’Ordine Tre. Ha tentato di fare di me la sua amante ogni notte del viaggio, ma non ho alcun desiderio di lui. Questa mattina ha minacciato che a meno che non mi arrendessi si sarebbe dato alla dissolutezza all’Ordine Tre. Gli ho detto chiaro e tondo di farlo, che forse allora la sua virilità non sarebbe stata così ardentemente diretta contro di me. Se n’è andato tutto stizzito.»

«Manaolo sembra sempre essere in uno stato di dignità offesa.»

«È un uomo che esalta molto il suo rango,» disse Elfane. «Adesso scendiamo qui. Voglio…»

Joe la prese per un braccio, la fece voltare, la fissò negli occhi sbigottiti col naso a un pollice dal suo.

«Ascolta, signorina. Non ho intenzione di cercare di affermare la mia virilità, ma nemmeno di trotterellare di qua e di là dietro a te, portandoti i pacchettini come un autista.»

Sapeva che era la parola sbagliata.

«Autista, ah! Allora…»

«Se non ti piace la mia compagnia,» disse Joe, «adesso è il momento di andartene.»

Dopo un momento, gli chiese: «Come ti chiami, oltre a Smith?»

«Il mio nome è Joe.»

«Joe… sei un uomo notevole. Molto strano. Tu mi stupisci, Joe.»

«Se vuoi venire con me — un autista, un meccanico, un ingegnere civile, un piantatore di muschio, un barista, un istruttore di tennis, uno scaricatore di porto, una dozzina di altre cose — allora andiamo ai Diciannove Giardini a vedere se vendono una birra terrestre.»

I Diciannove Giardini occupavano una fetta proprio in mezzo alla costruzione, composta da diciannove sezioni a forma di cuneo intorno a una piattaforma centrale che serviva da ristorante.

Trovarono un tavolo libero, e con grande sorpresa di Joe venne loro servita birra in boccali ghiacciati da un quarto senza alcun commento.

«Se così piace a tua Divinità,» disse Elfane umilmente.

Joe sogghignò imbarazzato. «Non hai bisogno di esagerare. Dev’essere un tratto druidico, essere una valanga che travolge ogni cosa in un modo, nel modo opposto, in tutti i modi. Ebbene, cosa volevi?»

«Niente.» Si girò sulla sedia, guardò verso i giardini. A quel punto Joe si rese conto che volente o nolente, bene o male che fosse, era follemente innamorato. Margaret? Sospirò. Era lontanissima, un migliaio di anni luce.

Anche lui guardò verso i diciannove giardini, con la flora di diciannove pianeti diversi, ognuno con le sue caratteristiche sfumature di colore: nero, grigio e bianco di Kelce; arancioni, gialli, intenso verde limone di Zarjus; i soffici rosa, verde, azzurro e giallo pastello dei boccioli che crescevano sui pianeti piccoli e tranquilli di Jonapah; cento ricchi toni di verde, rosso vivo, azzurro cielo… Joe trasalì, quasi scattò in piedi.

«Cosa succede?» chiese Elfane.

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