Il battello del delirio [Fevre Dream - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci Editore
- ISBN: 978-88-347-0400-4
- Переводчик: Ornella Ranieri Davide
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:
«Corsi l’intera notte lasciandomi chilometri alle spalle, e trascorsi la giornata successiva nel chiuso di una cantina sotterranea nella cinta di una fattoria incendiata e abbandonata.
«Avevo vent’anni. Un bambino ancora tra la gente della notte, ma giunto sulla soglia della maturità. Quando quella notte mi risvegliai nella cantina, tutto imbrattato di sangue secco e con la cintura di danaro stretta a me, rammentai le parole di mio padre. Adesso, finalmente, sapevo cosa fosse la Sete Rossa. Solamente il sangue poteva saziarla — così m’aveva detto. Ed io ero sazio. Mai nella mia vita avevo sentito in me tanto vigore e tanto benessere. Mi sentivo fisicamente forte e sano, però, in cuor mio, ero disgustato e orripilato. Ero cresciuto tra la tua gente, capisci, e come la tua gente concepivo il mondo, la vita. Non ero un animale, non ero un mostro. Immediatamente, in quello stesso istante, decisi di cambiare il mio modo di vivere: mai più sarebbe accaduta una cosa così orribile. Mi lavai, rubai dei vestiti, i più belli ed eleganti che riuscii a trovare. Mi diressi ad occidente, lontano dalla guerra. Poi risalii verso nord. Alloggiavo in locande di giorno, noleggiavo carrozze per viaggiare da una città all’altra di notte. Infine, pur con le grandi difficoltà dovute alla guerra, riuscii a raggiungere l’Inghilterra. Assunsi un nuovo nome, determinato com’ero a fare di me stesso un gentiluomo. Avevo i soldi. Il resto potevo impararlo.
«Avevo impiegato circa un mese per giungere lì. La terza notte che trascorsi a Londra mi sentii strano, fiaccato da un malessere fisico che mai avevo provato prima d’allora. In tutta la mia vita non mi ero mai ammalato. La notte seguente mi sentii peggio. E infine, la terza notte, riconobbi quella sensazione per ciò che realmente era. La Sete Rossa era dentro di me. Urlai e diedi sfogo alla mia rabbia. Ordinai un gustoso pranzo, una rossa e ricca bistecca di carne che contavo potesse spegnere il desiderio. La mangiai, e mi disposi con le migliori intenzioni alla calma. Inutile. Non era trascorsa un’intera ora che già mi trovavo fuori a battere le strade della città. Trovai un vicolo appartato, attesi. Una giovane donna fu la prima a passarvi. Una parte di me ne ammirò la bellezza; un ardore di fiamma si accese alla vista di lei. Un’altra parte di me provò semplicemente fame. Quasi le strappai la testa dal collo, ma, se non altro, lo scempio non durò a lungo. Dopo piansi.
«Per mesi e mesi fui preda della disperazione. Grazie alle mie letture avevo capito quale fosse la mia natura. Avevo imparato quelle parole. Per vent’anni mi ero considerato un essere superiore. Adesso mi scoprivo una creatura innaturale, una belva, un mostro privo d’anima. Non sapevo decidere se fossi un vampiro o un licantropo, e ciò mi sconcertava. Né io né mio padre avevamo il potere di trasformarci in qualcosa, ma la Sete Rossa si ripresentava in me ogni mese, in una sorta di ciclo lunare — sebbene non sempre coincidesse con il plenilunio. E questa, a quanto avevo letto, era una peculiarità dei licantropi. Cercai di istruirmi il più possibile su questi argomenti attraverso numerosissime letture, al fine di comprendere me stesso. Come i licantropi delle leggende, anch’io spesso dilaniavo la gola delle mie vittime e mangiavo una piccola quantità di carne, specie quando la sete era molto violenta. E, quando la sete non era in me, apparivo come una persona del tutto normale, e anche questo particolare corrispondeva alle caratteristiche dei licantropi che popolavano le leggende. Per altri versi, tuttavia, vi erano delle differenze; l’argento non aveva alcun potere su di me, né tantomeno l’aconito. Inoltre non avevo il potere di mutare la mia forma, né il corpo mi si ricopriva di peli. Quanto alle affinità con i vampiri, come questi potevo andare in giro solamente di notte. E, oltre a ciò, mi sembrava che fosse il sangue, e non la carne, a suscitare la mia ferale brama. Per contro, dormivo normalmente nei letti e non nelle bare, e avevo superato senza la minima difficoltà centinaia di fiumi, torrenti ed acque in movimento. Ero sicuramente vivo e gli oggetti religiosi non mi disturbavano affatto. Una volta, per essere sicuro, portai via il cadavere di una vittima: volevo scoprire se per caso si sarebbe trasformato in un lupo o in un vampiro. Restò un cadavere. Dopo un po’ di tempo cominciò ad esalare un cattivo odore, così lo seppellii.
«Puoi immaginare il mio terrore. Non ero umano, ma non ero neppure una di quelle leggendarie creature. Ne conclusi che i libri non servivano a nulla. Avrei dovuto cavarmela da solo.
«Mese dopo mese la Sete Rossa si appropriava della mia vita. Un’ignobile esultanza riempiva quelle notti, Abner. Nel ghermire la vita altrui, io stesso vivevo come mai prima. Ma c’era sempre un dopo, ed allora sprofondavo nella palude dell’orrore e della ripugnanza per me stesso, per ciò che ero diventato. La gioventù, l’innocenza, la bellezza: era tra queste che preferivo mietere le mie vittime. Sembravano possedere una luce interiore che infiammava la mia sete, uno splendore che individui vecchi e malati non irradiavano. Eppure, in altri momenti, amavo quelle stesse qualità che ero inevitabilmente chiamato a distruggere.
«Cercai di cambiare, di dominare i miei istinti. Disperatamente. Ma la mia volontà, così forte in condizioni normali, nulla poteva allorché la Sete Rossa s’impadroniva di me. Una volta, non appena percepii il primo tocco dei tentacoli che mi attanagliavano accendendo in me la febbre, cercai una chiesa, e confessai ogni cosa al sacerdote che mi aprì la porta. Non volle credermi, ma accettò di sedersi a pregare insieme a me. Portavo al collo un crocifisso, mi inginocchiai davanti all’altare, pregai con fervore, attorniato dalle sante statue e dal luccichio delle candele, al sicuro nella casa di Dio, con uno dei suoi ministri lì al mio fianco. Non erano ancora passate tre ore quando mi avventai su di lui e lo uccisi lì stesso, nella chiesa. Vi fu un certo clamore quando il giorno dopo fu rinvenuto il corpo.
«Allora provai con l’intelletto. Se la religione non aveva saputo darmi una risposta, allora ciò che mi dominava non doveva appartenere al regno del sovrannaturale. Presi ad uccidere animali al posto degli uomini. Rubai sangue umano dal laboratorio di un medico. Mi introdussi nell’ufficio di un impresario di pompe funebri dove sapevo trovarsi un cadavere fresco. Tutto ciò valse ad alleviare la sete, a placarla un poco, ma non a spegnerla del tutto. La migliore di queste soluzioni alternative si rivelò l’uccisione di un animale vivo, e l’immediato trangugiare del suo sangue ancora caldo. Era la vita, capisci, la vita a saziarmi oltre che il sangue stesso.
«Durante l’intero corso di queste vicende, non mancai di prendere le dovute precauzioni. Mi spostai all’interno dell’Inghilterra più volte, di modo che le morti e le sparizioni delle mie vittime non si concentrassero in un’unica regione. Sotterrai il maggior numero possibile dei corpi. E infine cominciai a sfruttare la mia intelligenza al fine di rendere la mia caccia quanto più sicura possibile. Mi occorreva danaro, e così preferii vittime facoltose. Divenni ricco, sempre più ricco. Il danaro genera altro danaro, e una volta posseduto un buon capitale, lo feci fruttare in maniera pulita e onesta. Ormai mi esprimevo fluentemente in lingua inglese, Cambiai di nuovo nome, feci di me, nell’aspetto e nella condotta, un vero gentiluomo, acquistai una casa isolata nella brughiera scozzese, dove il mio comportamento non avrebbe attirato grande attenzione, e presi al mio servizio domestici dal carattere riservato. Ogni mese lasciavo la proprietà per attendere ai miei affari, partivo sempre di notte. Nessuna delle mie prede abitava nei paraggi. I miei servitori non sospettavano nulla.