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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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Mentre la Myraham continuava ad avvicinarsi alla terraferma, Theon camminò nervosamente avanti e indietro sul ponte, scrutando la riva. Non pensava di trovare lord Balon in persona ad aspettarlo sul molo, era certo però che suo padre avesse mandato qualcuno a riceverlo. Sylas Bocca amara, l’attendente, o anche lord Botley, o addirittura Dagmer Mascella spaccata. Gli avrebbe fatto piacere rivedere quella sua brutta faccia. Non che il suo arrivo fosse stato tenuto segreto: Robb Stark aveva inviato corvi messaggeri da Delta delle Acque e, quando a Seagard non avevano trovato nessuna nave lunga delle isole ad attenderli, Jason Mallister aveva supposto che gli uccelli di Robb fossero andati dispersi e aveva inviato a Pyke altri corvi messaggeri.

Ma Theon non vide alcun viso noto ad accoglierlo sul molo, nessun picchetto d’onore pronto a scortarlo da porto dei Lord a Pyke. Tutto ciò che vide fu il popolino intento negli affari di tutti i giorni: scaricatori facevano rotolare botti di vino dal mercantile tiroshiano, pescivendoli offrivano il pescato della giornata, bambini si rincorrevano giocando. Un prete del culto del dio Abissale, con indosso gli abiti del suo culto, guidava una coppia di cavalli lungo la spiaggia sassosa. Non lontano, sporgendosi da una delle finestre della locanda, una puttana cercava di attirare l’attenzione di alcuni marinai di Ibben.

Un gruppo di mercanti di porto dei Lord si era raccolto per accogliere la Myraham. Cominciarono a urlare e a far domande che la nave stava ancora attraccando. «Veniamo da Vecchia Città» fece sapere il capitano. «Abbiamo mele, arance e vino di Arbor, piume delle isole dell’Estate. Abbiamo anche pepe, un rotolo di pizzo di Myr, specchi per le signore, un paio di arpe di Vecchia Città, dal suono più delicato che abbiate mai sentito.» La passerella arrivò a contatto delle pietre del molo con uno schianto secco. «E vi ho anche riportato il vostro erede.»

Gli uomini di porto dei Lord studiarono Theon Greyjoy con espressioni vuote, bovine: non avevano la minima idea di chi lui fosse, il che lo fece infuriare.

Mise un dragone d’oro nella mano del capitano: «Che i tuoi uomini mi portino le mie cose». Senza aspettare una risposta, Theon discese la passerella. «Locandiere, voglio un cavallo.»

«Come ordini, mio signore» ribatté l’uomo senza nemmeno accennare un inchino. Theon aveva dimenticato quanto potevano essere rustici gli uomini di ferro. «Ne ho uno che fa proprio al caso tuo. Dove sei diretto, milord?»

«Pyke.»

Quell’idiota si ostinava a non riconoscerlo. Theon si domandò se non avesse fatto meglio a indossare il farsetto buono, quello con la piovra ricamata sul petto.

«Allora è meglio che tu ti affretti, in modo da raggiungere Pyke prima di notte» disse il locandiere. «Il mio ragazzo verrà con te per mostrarti la strada.»

«Non c’è bisogno del tuo ragazzo» gridò una voce profonda. «E nemmeno del tuo cavallo. Penserò io ad accompagnare mio nipote alla casa di suo padre.»

Era il prete del dio Abissale che Theon aveva visto condurre i due cavalli sulla riva. Al vederlo, gli uomini sul molo si genuflessero. Theon udì il locandiere che mormorava: «Capelli umidi…».

Alto, magro, scintillanti occhi neri e naso a becco, il prete indossava le tonache verdi, azzurre e grigie, i colori cangianti della fede del dio Abissale. Sotto il braccio, aveva una sacca d’acqua appesa a una correggia di cuoio. I suoi capelli, lunghi fino alla vita, e i peli della sua barba fluente erano intrecciati con funi ritorte ricavate da alghe disseccate.

Un antico ricordo venne a riaffiorare nelle mente di Theon. In una delle sue rare, secche lettere, lord Balon aveva parlato di suo fratello più giovane, inghiottito dall’oceano durante una tempesta ma poi restituito alla terra sano e salvo, e tramutato in un uomo sacro.

«Zio… Aeron?» lo chiamò Theon dubbioso.

«Nipote Theon» annuì il prete. «Il lord tuo padre mi ha mandato a prenderti. Andiamo.»

«Un momento, zio.» Theon tornò a voltarsi verso la Myraham. «Capitano, le mie cose.»

Un marinaio scese a portargli il suo lungo arco da caccia di tasso e la faretra, ma fu la figlia del capitano ad apparire con la sacca dei suoi abiti buoni. «Milord…» La ragazza aveva gli occhi arrossati. Quando Theon prese la sacca, lei si fece avanti per abbracciarlo lì, davanti al padre, a suo zio sacrale e a metà dell’isola.

Theon si tirò indietro prontamente, evitando qualsiasi contatto: «I miei ringraziamenti».

«Per favore» piagnucolò la ragazza. «Hai il mio affetto, milord.»

«Devo andare, adesso.»

Theon si affrettò dietro lo zio, il quale era già a metà del molo. Lo raggiunse in una dozzina di passi rapidi. «Non mi aspettavo di trovare te, zio. Dopo dieci anni, avevo pensato che il lord mio padre e la lady mia madre sarebbero venuti di persona, o che avrebbero mandato Dagmer con una guardia d’onore.»

«Non spetta a te discutere i comandi di lord possessore di Pyke.» I modi del prete erano raggelanti, del tutto diversi da quelli dell’uomo che Theon ricordava. Fra tutti i suoi zii, Aeron Greyjoy era stato il più amabile: era arguto e sempre pronto alla risata, amante delle canzoni, della birra e delle donne. «Quanto a Dagmer, Mascella spaccata è andato a Vecchia Wyk per ordine di tuo padre, per radunare gli Stonehouse e i Drumm.»

«Ma a quale scopo? E perché tutte queste navi lunghe sono alla fonda?»

«Di solito, perché le navi lunghe sono alla fonda?» Aeron aveva lasciato i cavalli legati davanti alla locanda del porto. Nel raggiungerli, si girò verso Theon. «Ora dimmi la verità, nipote. Ti sei messo forse a pregare gli dei-lupo?»

Theon pregava molto di rado, ma non era cosa da rivelare a un prete, nemmeno se quel prete era il fratello di suo padre. «Ned Stark pregava un albero, io no. A me non sono mai interessati gli dei degli Stark.»

«Bene. In ginocchio.»

Il terreno era nient’altro che sassi e fango. «Zio, io…»

«Ho detto: in ginocchio. O forse sei troppo superbo per farlo, un signorino delle terre verdi capitato tra noi?»

Theon s’inginocchiò. Era venuto alle isole di Ferro con uno scopo preciso, e Aeron avrebbe potuto aiutarlo a raggiungerlo. Una corona valeva pure un paio di brache insozzate di terriccio e sterco di cavallo.

«China la testa.» Aeron sollevò la sacca di cuoio, tolse il tappo e irrorò il capo di Theon con un sottile getto di acqua di mare. Theon la sentì infradiciargli i capelli e scorrergli sulla fronte, colandogli negli occhi. Rigagnoli liquidi scesero lungo le sue guance, uno calò a insinuarsi dentro il colletto, un rivoletto gelido lungo la sua spina dorsale. Il sale gli fece bruciare gli occhi, al punto da costringerlo a imporsi di non urlare. Poteva sentire l’oceano sulle labbra.

«Lascia che il tuo servo Theon possa rinascere dal mare, come anche tu sei rinato» intonò Aeron Greyjoy. «Benedicilo con il sale, benedicilo con la pietra, benedicilo con l’acciaio. Nipote, ricordi ancora le parole?»

«Che ciò che è morto non muoia mai» rispose Theon, ricordando.

«Che ciò che è morto non muoia mai» fece eco suo zio. «Ma che possa risorgere, più duro e più forte. Puoi alzarti.»

Theon si rimise in piedi, cacciando indietro le lacrime dagli occhi incendiati dal sale. Senza un’altra parola, suo zio tornò a tappare la fiasca, slegò le redini del suo cavallo e montò in sella. Theon montò a sua volta. Si misero in viaggio lasciandosi alle spalle il porto e la locanda, superando il castello di lord Botley e inoltrandosi tra le colline pietrose. Il prete continuò a restare in silenzio.

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