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I racconti inediti

Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:

L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».
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Hableyat avanzò sollecito, tutto costernazione e spavento. «Tua Eminenza, cosa succede?»

L’espressione del Tearca era di ampio disprezzo. «Fatti da parte, Mang, richiama i tuoi demoni elettrici. Voglio quell’uomo.»

«Ma Eminenza, Eminenza,» esclamò Hableyat, «tu mi sgomenti. Può mai essere che io abbia preso un criminale al mio servizio?»

«Tuo servizio?»

«Sicuramente tua Eminenza sa che al fine di perseguire una politica realista il mio governo impiega un certo numero di osservatori non ufficiali?»

«Spie tagliagola!» ruggì il Tearca.

Hableyat si accarezzò il mento. «Se è questo il caso, tua Eminenza, sono disilluso, poiché le spie dei Druidi su Mangtse si tengono uniformemente in ombra. Esattamente di cosa è accusato il mio servitore?»

Il Tearca sporse la testa e disse con amabile fervore: «Te lo dico io cosa ha fatto: ha ucciso uno dei tuoi stessi uomini, un Mang! C’è sangue giallo dappertutto sul pavimento della camera di mia figlia. E dove c’è sangue, c’è morte.»

«Tua Eminenza!» esclamò Hableyat. «Questa è una grave notizia! Chi è morto?»

«Come faccio a saperlo? Ti basti che un uomo è stato ucciso e che questo…»

«Ma tua Eminenza! Quest’uomo è stato in mia compagnia tutto il giorno. La notizia che mi rechi è allarmante. Significa che un rappresentante del mio governo è stato aggredito. Temo che ci saranno dei disordini nel Lathbon. Dove hai visto questo sangue? Nella camera di tua figlia, la Sacerdotessa? E lei dov’è? Forse può fare un po’ di luce sulla faccenda.»

«Non so dove sia.» Il Tearca si girò e puntò un dito. «Alamaina, trova la Sacerdotessa Elfane. Desidero parlarle.» Poi rivolto ad Hableyat: «Devo capire che prendi questo fellone di una spia sotto la tua protezione?»

Hableyat rispose con cortesia. «I nostri ufficiali della sicurezza sono stati solleciti nel provvedere alla sicurezza dei Druidi rappresentanti di tua Eminenza su Mangtse.»

Il Tearca girò sui tacchi e se ne andò a grandi passi in mezzo alle sagome incappucciate dei Druidi.

«E così adesso sono una spia Mang,» disse Joe.

«Cosa avesti preferito?» gli chiese Hableyat.

Joe ritornò al suo posto. «Per qualche motivo che non riesco a immaginare sei determinato ad aggregarmi alla tua squadra.»

Hableyat fece un gesto di disapprovazione.

Joe lo fissò un momento. «Assassini i tuoi stessi uomini, abbatti il Tearca nel salotto di sua figlia, e in qualche modo scopro che sono ritenuto responsabile. Non è possibile che tu abbia programmato tutto?»

«Su, su, su,» mormorò Hableyat.

«Posso contare ulteriormente sulla tua cortesia?» chiese Joe educatamente.

«Certamente. Nel modo più assoluto.» Hableyat aspettava sollecito.

Audacemente, senza contare davvero sull’assenso di Hableyat, Joe disse: «Portami al terminale. Fammi salire sul postale per Ballenkarch che parte oggi.»

Hableyat, sollevando saggiamente le sopracciglia, annuì. «Una richiesta molto ragionevole, e che io sarei poco gentile a respingere. Sei pronto a partire subito?»

«Sì,» disse Joe seccamente, «sono pronto.»

«E hai fondi sufficienti?»

«Ho cinquemila stipule datemi dalla Sacerdotessa Elfane e da Manaolo.»

«Ah! capisco. Allora erano proprio ansiosi di andarsene.»

«Mi hanno fatto quell’impressione.»

Hableyat alzò bruscamente gli occhi. «C’è un’emozione repressa nella tua voce.»

«Il Druido Manaolo suscita in me una grandissima avversione.»

«Ah!» disse Hableyat strizzandogli maliziosamente l’occhio. «E la Sacerdotessa Elfane suscita sentimenti del tutto opposti? Oh, giovincelli! Se solo potessi riavere la mia giovinezza, allora sì che mi divertirei!»

Con toni precisi, Joe disse: «I miei piani futuri non prevedono né Manaolo né Elfane.»

«Solo il futuro può dirlo,» intonò Hableyat. «Adesso allora… al terminale.»

Non ci fu alcun segnale che Joe potesse percepire, ma dopo tre minuti, durante i quali Hableyat se ne stette appollaiato in silenzio sulla sedia, un’aeromobile pesante e bene equipaggiata scivolò lungo l’appezzamento di terreno. Joe andò cautamente alla finestra e guardò la fiancata del palazzo. Il sole era basso. Le ombre delle varie balconate, dei piani di atterraggio, e degli intagli, correvano oblique sulla pietra, creando una confusione di forme nella quale avrebbe potuto nascondersi qualsiasi cosa.

Sotto c’era il garage, e il suo cubicolo. Non c’era niente di valore là dentro; le poche centinaia di stipule che aveva risparmiato dal suo salario di autista poteva lasciarle dov’erano. Più oltre sorgeva l’Albero, una massa gigantesca che la sua vista non poteva comprendere in un solo sguardo. Per vederlo da un’estremità all’altra doveva girare la testa da destra a sinistra. La forma era incerta da quella distanza ravvicinata di circa un miglio. Alcuni rami ondeggianti carichi di foglie sovrastavano il palazzo.

Hableyat lo raggiunse alla finestra. «Continua a crescere. Un giorno crescerà oltre la sua forza, o forse oltre la forza del suolo. Si piegherà e cadrà con il rumore più terribile mai udito sul pianeta. E il suo crollo sarà il giorno del giudizio per i Druidi.»

Guardò attentamente la facciata del palazzo dall’alto in basso. «Adesso cammina in fretta. Una volta sull’aeromobile sei al sicuro da qualunque tiratore nascosto.»

Di nuovo Joe frugò le ombre con lo sguardo. Poi cautamente uscì sul terreno. Sembrava molto vasto, molto vuoto. Lo attraversò fino all’aeromobile, con un prurito sotto la pelle. Entrò dalla porta e l’aeromobile vacillò sotto il suo peso. Hableyat balzò dentro accanto a lui.

«Molto bene, Juliam,» disse Hableyat all’autista, un vecchissimo Mang con gli occhi tristi, la faccia piena di rughe, e i capelli ormai chiazzati di marrone per l’età. «Partiamo per il terminale. Piattaforma Quattro, credo. Il Belsaurion per Giunzione e Ballenkarch.»

Juliam schiacciò il pedale elevatore. L’aeromobile si sollevò e partì. Il palazzo si rimpicciolì sotto di loro, e si alzarono lungo il tronco bigio dell’Albero, fin sotto il primo ombrello di fronde.

L’aria di Kyril di solito era densa di caligine fumosa, ma quel giorno il sole obliquo splendeva frizzante attraverso un’atmosfera perfettamente limpida. La città di Divinal — un’eterogeneità di palazzi, uffici amministrativi, templi, alcuni magazzini bassi — era completamente raccolta tra le radici dell’Albero, e lasciò subito spazio a una pianura dolcemente ondulata, affollata di fattorie e villaggi.

Le strade convergevano da ogni direzione verso l’Albero, e lungo queste strade camminavano scialbi Laici, uomini e donne, in pellegrinaggio. Joe li aveva osservati una volta entrare nella Fenditura Ordinale, una breccia tra due grandi radici arcuate. Figure minuscole, come formiche, si soffermavano, si voltavano a guardare ancora una volta la terra grigia prima di proseguire all’interno dell’Albero. Ogni giorno arrivavano a migliaia da tutti gli angoli di Kyril, vecchi e giovani. Uomini smunti dagli occhi scuri, infiammati per la pace dell’Albero.

Attraversarono una pianura coperta di piccole capsule nere. Su un lato un gruppo di uomini nudi eseguiva esercizi di callistenia, saltando e ruotando in perfetto tempismo.

«Lì puoi vedere la flotta spaziale dei Druidi,» disse Hableyat.

Joe lo guardò bruscamente per vedere se stesse indulgendo al sarcasmo, ma la faccia grassoccia era immobile.

«Sono ben addestrati per la difesa di Kyril, che significa per la difesa dell’Albero. Naturalmente chiunque desideri distruggere i Druidi con la forza penserebbe di distruggere l’Albero, demolendo così il morale dei nativi. Ma per distruggere l’Albero una flotta dovrebbe arrivare relativamente vicina a Kyril, diciamo entro centomila miglia, per un bombardamento appena accurato.

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