Il battello del delirio [Fevre Dream - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci Editore
- ISBN: 978-88-347-0400-4
- Переводчик: Ornella Ranieri Davide
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:
«Per quanto fossi giovanissimo a quell’epoca, serbo ancora vivide nella memoria le immagini della cella nella quale fummo imprigionati. Umida e fredda, di pietra nuda e scabra, era chiusa da una enorme porta di ferro, così massiccia e pesantemente sprangata che a nulla valse la pur titanica forza di mio padre. Un tanfo di urina ristagnava in quella cella, e vi dormimmo senza coperte, distesi sopra un giaciglio di sudicia paglia disseminata sul pavimento. Un’unica finestra, alta sopra di noi, si apriva obliqua nella solida parete di roccia il cui spessore era sicuramente non inferiore ai tre metri. Era piccolissima la nostra prigione, e il perimetro esterno era tutto solidamente sprangato. Credo che ci trovassimo al di sotto del livello del terreno, dentro una specie di cantina. Solamente un tenue lucore riusciva a penetrare laggiù, il che, ovviamente, costituiva per noi una circostanza provvidenziale.
«Quando ci ritrovammo soli, mio padre mi istruì su ciò che avrei dovuto fare. Egli non riusciva neppure a raggiungere la finestra, quell’angusta breccia nel muro, ma io sì. Potevo, ero ancora piccolo. E già possedevo la forza per neutralizzare le massicce sbarre. Mio padre mi ordinò di lasciarlo lì solo. E mi diede anche molti altri consigli. Mi disse di vestirmi di cenci e di comportarmi in modo da non attirare l’attenzione degli altri verso di me. Di nascondermi durante il giorno e rubacchiare cibo di notte. Non avrei mai dovuto far parola ad alcuno della mia diversità. Dovevo anche procurarmi una croce da portare sempre al collo. Non capii neppure la metà di tutto ciò che mi disse, e presto ne dimenticai la gran parte, ad ogni modo promisi obbedienza. Mi ordinò, tra l’altro, di lasciare la Francia e di mettermi sulle tracce dei due servitori scomparsi. Insistette con fermezza affinché io non tentassi di vendicarlo. Col tempo mi sarei saziato di vendetta — mi disse — perché tutta quella gente, i nostri persecutori, sarebbe morta, io, invece, avrei continuato a vivere. Poi aggiunse una cosa che non ho mai dimenticato. “Non possono farci nulla. La Sete Rossa tormenta la nazione, e solo il sangue può saziarla. Essa è la nostra rovina, la rovina di tutti noi.” Gli chiesi, allora, che cosa fosse la sete rossa. “Non passerà molto che tu stesso la conoscerai e capirai da te,” mi rispose. “Non. potrai sbagliarti, la riconoscerai.” Poi, ciò detto, mi pregò di andare. M’infilai nella stretta apertura della finestra. Le sbarre erano vecchie ed arrugginite; essendo praticamente impossibile a chiunque raggiungerle, esse non erano mai state sostituite. Mi si spezzarono tra le mani.
«Dopo quella volta non rividi mai più mio padre. In seguito, dopo la Restaurazione che seguì alle guerre di Napoleone, feci ricerche su di lui. La mia sparizione dalla cella era stato l’ultimo, definitivo sigillo del suo destino. Oltre ad essere un aristocratico, era certamente uno stregone. Fu processato e condannato. Una ghigliottina di provincia gli portò via la testa. Bruciarono il corpo, come voleva la prassi in caso di stregoneria.
«Tutto ciò avvenne a mia insaputa. Scappai dalla prigione e dalla provincia e vagabondando da un villaggio all’altro feci di Parigi la mia meta; in tempi come quelli, dove il caos dominava supremo, nella grande capitale era più facile garantirsi la sopravvivenza. Di giorno trovavo rifugio in qualche tenebrosa cantina, e quanto più essa era buia tanto meglio vi abitavo. La notte uscivo allo scoperto e rubavo cibo. La carne, principalmente. Non gradivo molto la frutta o le verdure. Man mano mi perfezionai fino a diventare un abile ladro. Ero lesto, silenzioso e incredibilmente forte. Mi sembrava che ad ogni nuovo giorno le unghie mi si facessero più affilate e robuste. Una porta di legno non costituiva una barriera per i miei artigli. Non destavo la curiosità di nessuno, e nessuno mi faceva domande. Parlavo un ottimo e colto francese, ed un corretto inglese, me la cavavo abbastanza col tedesco. A Parigi non tardai a far mio il gergo dei bassifondi. Mi misi alla ricerca dei nostri due servitori, gli unici appartenenti alla mia razza che avessi mai conosciuto, ma non avendo una minima traccia da seguire i miei sforzi risultarono vani.
«E così crebbi tra la tua gente. Il bestiame. Il popolo del giorno. Acuto e intelligente ne osservai con attenzione i modi e la condotta. E quanto più spiavo chi mi stava attorno, tanto più prendevo coscienza della mia radicale diversità da essi. Ero diverso, sì, esattamente come mi era stato insegnato, e superiore. Più forte, più veloce e — ebbi modo di convincermene — più longevo. La mia unica debolezza era la luce del giorno. Ma serbai gelosamente tale segreto.
«A Parigi, tuttavia, conducevo una vita misera, abietta, e tediosa. Volevo di più. Cominciai allora a rubare soldi oltre che cibo. Trovai chi mi insegnasse a leggere, dopodiché presi a rubare anche i libri ogni volta che mi fosse possibile. Una volta o due rischiai di esser scoperto, ma riuscii sempre a cavarmela. Sapevo confondermi tra le ombre, scalare muri in un battito di ciglia, muovermi con la felpata silenziosità di un gatto. Forse coloro che mi inseguivano credevano che riuscissi a dissolvermi in fumo. Tanta era la mia scattante rapidità che di certo, in talune occasioni, doveva sembrar così.
«Allo scoppio delle guerre napoleoniche fui ben accorto ad evitare l’esercito; sapevo che entrando nei suoi ranghi sarei stato costretto ad espormi alla luce diurna. Ma seguii egualmente le truppe nelle loro campagne; in tal modo viaggiai attraverso l’Europa arsa dal fuoco e dilaniata dal ferro, e dappertutto vidi morte. Là dove l’Imperatore andava, ivi c’era per me ghiotto bottino.
«Fu in Austria, nel 1805, che arrivò per me la grande occasione. Sulla strada a notte fonda mi imbattei in un ricco mercante viennese fuggito all’incipiente arrivo dell’esercito di Francia. Aveva con sé tutto quanto il suo danaro, convertito in oro ed argento — una somma favolosa. Lo seguii furtivamente fino alla locanda dove prese alloggio per la notte. Attesi fino a che mi convinsi che si fosse addormentato e m’introdussi nella stanza per far la mia fortuna. Ma il viennese non dormiva, sopraffatto com’era dalla paura della guerra. Mi stava aspettando, ed era armato. Estrasse una pistola da sotto la coperta e fece fuoco su di me.
«Crollai sotto il peso del dolore e della sorpresa. Il colpo mi scaraventò sul pavimento. Mi aveva colto in pieno stomaco e sanguinavo a profusione. Ma, tutto a un tratto, il flusso decrebbe e lo spasmo s’attuti. Mi alzai. Dovevo aver un aspetto terribile in quel momento, pallidissimo e coperto di sangue. Una strana sensazione m’invase in quell’istante, qualcosa di assolutamente nuovo, mai provato prima d’allora. La luna affacciatasi in cielo mandava i suoi raggi nella stanza attraverso la finestra, il mercante urlava e, prima ancora che mi rendessi conto di cosa stessi facendo, ero piombato su di lui. Volevo zittirlo, tappargli la bocca con la mano, ma… qualcosa s’impadronì di me. Le mie mani corsero su di lui, le mie unghie — lame forti, affilate. Gli squarciai la gola. Fu soffocato dal copioso sgorgare del suo stesso sangue.
«Io stetti lì, tremante, a guardare quel sangue nero fiottare da lui in pieni zampilli, mentre il suo corpo si dibatteva sul letto nel pallido lucore della luna. Stava morendo. Avevo visto molta gente morire prima di lui, a Parigi, in battaglia. Stavolta fu diverso. Io lo avevo ucciso. Un’onda impetuosa di intensa passione sembrò travolgermi, empirmi, e provai… desiderio. Sovente nei libri che avevo rubato avevo letto pagine sul desiderio, la brama e gli istinti carnali dei quali l’uomo è erede. Ma mai ne avevo provato alcuno. Più volte avevo spiato donne nude, uomini nudi, coppie avvinte nell’ardore di un amplesso sessuale, e nessuna di queste visioni mi aveva mai turbato. Non riuscivo a comprendere tutte quelle balordaggini che avevo letto sulla incontrollabilità delle passioni, sulle brame che bruciavano come fuoco il corpo dei mortali. Ma ora, conobbi anch’io il fuoco della passione. Il rosso fluire del sangue, quel corpo pingue che mi moriva tra le mani, gli strani suoni che emetteva, il concitato battere dei piedi sul letto. Tutto ciò eccitò qualcosa di bestiale celato nelle profondità della mia anima. Il sangue fiottava sulle mie mani. Era così scuro e caldo. Quasi fumava nel fuoruscire dalla gola del morente. E così mi chinai e lo assaggiai. Il sapore mi rese folle, accese in me una brama febbrile. Affondai il viso nel collo dell’uomo e strappando la carne con i denti presi a succhiare il sangue. E bevevo, strappavo lembi di pelle, inghiottivo avidamente. L’uomo cessò di dibattersi. Io seguitavo a cibarmi di lui. E poi all’improvviso la porta si aprì, ed apparvero uomini armati di coltelli e fucili. Alzai gli occhi, sussultando. Quanto dovetti terrorizzarli. Prima che avessero la forza di agire, avevo già scavalcato la finestra e volavo nella notte. Prima di volatilizzarmi, ebbi comunque la lucidità di accaparrarmi la cintura dell’uomo infarcita di danaro. Era solo una piccola parte del suo patrimonio, ma una somma egualmente considerevole.