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I racconti inediti

Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:

L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».
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«Talvolta gli organismi più strani sono i più efficienti. Kyril opera in una maniera notevole per la sua assoluta semplicità. Cinque bilioni di vite dedicate a nutrire e vezzeggiare due milioni di Druidi e un Albero. Ma il sistema funziona, si perpetua, e questa è la prova della vitalità economica.

«Kyril è il grottesco apice della devozione religiosa. Laici, Druidi, Albero. I Laici lavorano, i Druidi officiano i rituali, l’Albero è… è immanente. Stupefacente! L’umanità crea dallo stesso protoplasma i corpi dei Laici e dei Druidi di nobile indole.»

Joe si agitò sulla sedia, inquieto. «Cosa significa per me tutto questo?»

«Mi limito a sottolineare,» disse Hableyat gentilmente, «che la tua vita non vale il punto umido dove sputo, per nessuno che non sia tu stesso. Cosa significa la vita per un Druido? Vedi questa lavorazione? Le vite di dieci uomini sono state spese su questo tavolo. Le lastre di marmo alle pareti sono state levigate e tagliate a mano. Costo? I Druidi non conoscono il concetto. Il lavoro è gratuito, la manodopera illimitata.

«Persino l’elettricità che dà energia e luce al palazzo è generata manualmente nelle cantine, nel nome dell’Albero della Vita, dove le povere anime cieche sperano alla fine di risiedere, serene al vento e alla luce del sole. I Druidi giustificano con ciò il sistema davanti alla loro coscienza, e davanti agli altri mondi.

«I Laici non conoscono nulla di meglio. Un’oncia di carne, un pesce, una ciotola di verdure; così sopravvivono. Non conoscono il rito del matrimonio, la famiglia, la tradizione, nemmeno il folclore. Sono bestiame al pascolo libero. Figliano senza passione né grazia.

«Controversie? La formula dei Druidi è semplice. Uccidono entrambe le parti e così la controversia è spenta. Inattaccabile… e l’Albero della Vita incombe sul pianeta, la più possente promessa di vita eterna che la galassia abbia mai conosciuto. Vitalità pura e massiccia!»

Joe si spostò in avanti sull’orlo della sedia, guardò alla sua destra i guerrieri Mang, immobili, e alla sua sinistra, dall’altra parte del tappeto arancione, fuori dalla finestra. Hableyat seguì il suo sguardo increspando le labbra in un’espressione curiosa.

Con voce concisa, Joe disse: «Perché mi stai tenendo qui? Cosa stai aspettando?»

Hableyat sbatté rapidamente gli occhi, con un’espressione di rimprovero. «Non sono consapevole di alcuna intenzione di trattenerti. Sei libero di andartene in qualsiasi momento tu desideri.»

«Perché mi hai portato qui, prima di tutto?» domandò Joe.

Hableyat si strinse nelle spalle. «Forse per puro altruismo. Se ritorni ai tuoi quartieri adesso sei buono solo morto. Specialmente dopo la riprovevole intrusione del Tearca.»

Joe si rilassò sulla sedia. «Questo non è per forza vero.»

Hableyat annuì vigorosamente. «Temo invece che lo sia. Considera un momento: si sa, oppure si saprà, che hai portato su la Celta nera, la quale è stata poi condotta via dalla Sacerdotessa Elfane e dall’Ecclesiarca Manaolo. Il Tearca, recatosi negli appartamenti di sua figlia, forse per indagare, o forse in risposta a una sua chiamata, viene aggredito. Subito dopo l’autista ritorna ai suoi quartieri.» Fece una pausa, allargò le mani grassocce in un gesto significativo.

«D’accordo, allora,» disse Joe. «Cos’hai in mente?»

Hableyat picchiettò sul tavolo con l’unghia. «Questi sono tempi difficili, tempi difficili. Vedi,» aggiunse in tono confidenziale, «Kyril si sta sovrappopolando di Druidi.»

Joe corrugò la fronte. «Sovrappopolando? Con due milioni di Druidi?»

Hableyat rise. «Cinque bilioni di Laici non sono in grado di provvedere a un’esistenza dignitosa per un numero maggiore. Devi capire che quei poveri disgraziati non hanno alcun interesse a produrre. La loro unica aspirazione è passare attraverso la vita il più rapidamente possibile per poter prendere il loro posto come foglie sull’Albero.

«I Druidi sono alle prese con un dilemma. Per aumentare la produzione devono o istruire e industrializzare — ammettendo quindi di fronte ai Laici che la vita offre altri piaceri oltre alla contemplazione — oppure devono trovare altre fonti di ricchezza e di produzione. A questo scopo i Druidi hanno deciso di gestire una serie di industrie su Ballenkarch. Così noi Mang e il nostro mondo altamente industrializzato veniamo coinvolti. Vediamo nel piano dei Druidi una minaccia al nostro benessere.»

«E come tutto questo coinvolge me?» chiese Joe con esasperata pazienza.

«In generale, il mio lavoro di emissario,» disse Hableyat, «è di promuovere gli interessi del mio mondo. A questo fine ho bisogno di una grande quantità di informazioni. Quando sei arrivato qui un mese fa sei stato oggetto di un’indagine. Abbiamo seguito le tue tracce fino a un lontano pianeta del lontano sole Thuban. Prima di allora, le tue tracce si perdono.»

Con incredula rabbia, Joe disse: «Ma tu conosci il mio pianeta natio! Te l’ho detto la prima volta che ti ho visto. La Terra. E hai detto di avere parlato con un altro Terrestre, Harry Creath.»

Hableyat annuì con foga. «Esattamente. Ma mi è venuto in mente che la «Terra» come luogo di origine offre un comodo anonimato.» Sbirciò scaltramente Joe. «Sia per te che per Harry Creath.»

Joe tirò un respiro profondo. «Sai di Harry Creath più di quanto mi hai fatto credere.»

Hableyat parve sorpreso che Joe considerasse il fatto eccezionale. «Certo. È necessario che io conosca molte cose. Ora questa «Terra» di cui parli, la sua identità, è davvero più che verbale?» E fissò Joe con fare inquisitore.

«Ti assicuro che lo è,» disse Joe con pesante sarcasmo. «Siete così lontani su questo ciuffo di stelle che avete dimenticato il resto dell’universo.»

Hableyat annuì, tamburellò con le dita sul tavolo. «Interessante, interessante. Questo porta alla luce un risvolto piuttosto nuovo.»

Impaziente, Joe disse: «Io non vedo nessun risvolto, né vecchio né nuovo. Il mio problema, così com’è, è personale. Io non ho nessun interesse nelle vostre imprese, e ancora meno voglio esservi coinvolto.»

C fu un aspro bussare alla porta. Hableyat si alzò in piedi con un grugnito di soddisfazione. Ecco cosa stava aspettando, pensò Joe.

«Ti ripeto,» disse Hableyat, «che non hai scelta. Sei coinvolto malgrado tu desideri il contrario. Vuoi vivere?»

«Certo che voglio vivere.» Joe quasi balzò in piedi quando il bussare si ripeté.

«Allora conferma tutto quello che dico, per quanto possa sembrarti inverosimile. Hai capito?»

«Sì,» disse Joe rassegnato.

Hableyat pronunciò una parola brusca. I due guerrieri scattarono in piedi come uomini meccanici. «Aprite la porta.»

La porta si aprì. Sulla soglia c’era il Tearca con espressione adirata. Dietro di lui stavano una mezza dozzina di Druidi in vesti di differenti colori: Ecclesiarchi, Suttearchi, Presbiteri, Gerofanti.

Hableyat si era trasformato. Il suo comportamento si accentuò. La sua benignità si addolcì in ossequiosità, le buone maniere divennero una levigata untuosità. Avanzò trotterellando come se la visita del Tearca lo colmasse di immenso orgoglio e delizia.

Il Tearca torreggiava sulla porta, girando per la stanza gli occhi fiammeggianti, che passarono sopra ai due guerrieri e si posarono su Joe.

Sollevò una mano, puntò solennemente un dito. «Ecco l’uomo! Un fellone assassino! Prendetelo, vedremo la sua fine prima che sia passata un’ora.»

I Druidi incedettero con portamento altero in un rapido fruscio di vesti. Joe allungò la mano per prendere l’arma. Ma i due guerrieri Mang, muovendosi così destramente e agilmente che sembrarono non essersi mossi affatto, bloccarono lo specchio della porta. Un Druido dagli occhi brucianti in una veste verde e marrone tese la mano per scostarli.

Ci fu un guizzo di luce azzurra, un crepitio, una sbigottita esclamazione, e il Druido fece un salto indietro, tremando per l’indignazione. «È caricato di elettricità statica!»

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