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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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«Deve tirare molto vento qui» osservò la figlia del capitano.

«Ventoso e freddo e umido…» Theon rise. «Un posto maledettamente duro… Ma il lord mio padre una volta mi disse che i posti duri generano uomini duri. E che gli uomini duri dominano il mondo.»

La faccia del capitano aveva la medesima sfumatura verde dell’acqua di mare quando l’uomo si accostò a Theon con un inchino: «Possiamo procedere in porto, milord?».

«Procedi, capitano, procedi pure» acconsentì Theon con un mezzo sorriso.

La promessa di una ricompensa in oro aveva tramutato il mercante di Vecchia Città in un ignobile leccapiedi. Sarebbe stato un viaggio molto diverso se a Seagard, come Theon aveva sperato, ci fosse stata una nave lunga delle isole ad attenderlo. I comandanti di ferro erano uomini orgogliosi e inflessibili, che non si facevano intimorire dal sangue blu. Le isole erano troppo piccole per farsi intimorire, e le navi lunghe ancora più piccole. Se, come si diceva spesso, a bordo della sua nave ogni capitano era re non c’era da meravigliarsi se l’aspro arcipelago veniva chiamato “la terra dei diecimila re”. E dopo aver visto i propri re cacare oltre la murata o vomitarsi le viscere durante una tempesta, diventava piuttosto difficile genuflettersi e fare finta che fossero dei. «È il dio Abissale a fare gli uomini» aveva sentenziato il vecchio re Urron Manorossa, migliaia di anni prima. «Ma sono gli uomini a fare le corone.»

Inoltre, una nave lunga avrebbe compiuto il viaggio in metà tempo. La Myraham, a essere sinceri, non era altro che una grossa tinozza, e a Theon non sarebbe piaciuto affatto trovarsi a bordo di essa durante una tempesta. Eppure, non aveva ragione di essere scontento. Era arrivato a destinazione senza annegare, e il viaggio aveva anche offerto particolari divertimenti. Theon passò un braccio attorno alle spalle della figlia del capitano.

«Avvertimi quanto avremo attraccato al porto dei Lord» ordinò al padre della fanciulla. «Noi saremo sotto, nella mia cabina.»

Condusse via la ragazza, mentre l’uomo li seguiva con lo sguardo in un silenzio ostile.

In realtà, la cabina in questione era quella del capitano. Era stata concessa a Theon nel momento in cui erano salpati da Seagard. La figlia del capitano invece non era stata concessa a Theon, ma era comunque andata nel suo letto di sua spontanea volontà. Una coppa di vino, qualche parolina dolce, ed eccola lì. La ragazza era un filo troppo abbondante per i suoi gusti, e aveva la pelle imperfetta come farina d’avena, ma i seni erano proprio della misura giusta per le sue mani. Inoltre, era vergine la prima volta che la prese, cosa insolita per una ragazza di quell’età ma che Theon aveva trovato divertente. Non riteneva che il capitano approvasse, e lui aveva trovato divertente anche questo: guardare il grasso imbecille da un lato ingoiare l’oltraggio e dall’altro profondersi in salamelecchi verso l’alto lord, la sacca di monete d’oro che gli era stata promessa sempre presente nei suoi pensieri.

«Devi essere così felice di rivedere la tua casa, milord» la ragazza disse mentre Theon si sfilava la cappa fradicia d’acqua di mare. «Da quanti anni sei lontano?»

«Dieci, mese più mese meno non ha importanza» le rispose. «Ero un ragazzino di dieci anni quando mi portarono a Grande Inverno quale protetto di Eddard Stark…» Protetto di nome, ostaggio di fatto, e da ostaggio aveva trascorso metà dei suoi giorni… ma ora non più. La sua vita era tornata ad appartenergli, e non c’erano Stark in vista. Attirò a sé la figlia del capitano e le baciò un orecchio: «Togliti il mantello».

Lei abbassò gli occhi, improvvisamente timida, ma fece come lui le aveva chiesto. Nel momento in cui il pesante indumento, intriso d’acqua per gli spruzzi, le cadde dalle spalle e andò ad afflosciarsi sulle assi, la ragazza fece un lieve inchino e un sorriso ansioso. Aveva un’aria piuttosto stupida quando sorrideva, ma Theon non aveva mai preteso che le donne fossero intelligenti.

«Vieni qui» le disse.

«Non ho mai visto le isole di Ferro» rispose lei, avvicinandosi.

«Allora puoi considerarti fortunata.» Theon le accarezzò i capelli scuri e sottili, arruffati dal vento salmastro. «Le isole di Ferro sono luoghi austeri e rocciosi, scarsi nelle comodità e miseri nelle prospettive. La morte è sempre presente, e la vita è dura e tetra. Gli uomini passano la maggior parte del tempo a bere birra di malto e a litigare su chi sta peggio, se i pescatori che combattono contro il mare o i contadini che si spezzano le mani per far crescere qualcosa dalla terra arida. Ma per dirla in modo chiaro, sono i minatori a stare peggio di tutti, a spezzarsi la schiena laggiù nel buio. E per che cosa, poi? Ferro, piombo, latta, sono quelli i nostri tesori. Non c’è da meravigliarsi se gli uomini di ferro in passato si siano dati alle razzie.»

«Posso scendere a terra con te» la ragazza stupida non sembrava averlo neppure udito. «Lo farò, se ti compiace…»

«Certo, tu scendi pure a terra» le concesse Theon e intanto le palpava il seno, «ma non con me, temo.»

«Potrei lavorare nel tuo castello, milord. Pulire il pesce e mettere il pane nel forno e scremare il burro. Mio padre dice che la mia zuppa di granchio al pepe è la migliore che ha mai mangiato. Mi puoi trovare un posto nelle tue cucine, e io la farò anche a te, la zuppa di granchio.»

«E mi terrai anche il letto caldo la notte?» Con movimenti rapidi, esperti, Theon cominciò ad aprirle i lacci del corpetto. «Un tempo avrei potuto portarti a casa come mio trofeo e tenerti per moglie, che la cosa ti fosse piaciuta o no. Gli uomini di ferro di una volta le facevano, cose di quel genere. Avevano le loro mogli della roccia, che erano le loro vere mogli, nate dalle isole, ma avevano anche mogli del sale, donne catturate durante le scorrerie.»

La ragazza spalancò gli occhi, e non perché lui le avesse scoperto i seni: «Posso essere la tua moglie del sale, milord».

«Temo che quell’epoca sia finita.» Con l’indice, Theon seguì la curva di una delle mammelle pesanti di lei, accostandosi a spirale verso il grosso capezzolo scuro. «Non possiamo più cavalcare il vento con il fuoco e la spada, prendendo quello che vogliamo. Ora siamo costretti a raspare il suolo e a gettare reti nel mare come tutti gli altri uomini, considerandoci fortunati ad avere abbastanza merluzzo sotto sale e porridge da superare l’inverno.» Le morse il capezzolo fino a quando lei emise un gemito.

«Puoi metterlo ancora dentro di me, se ti compiace» gli sussurrò la ragazza all’orecchio mentre lui continuava a succhiare.

Theon sollevò la testa: i suoi denti avevano lasciato tracce rosse dove l’aveva morsicata. «Quello che mi compiacerebbe è insegnarti qualcosa di nuovo. Aprimi le brache e fammi godere con la bocca.»

«Con la bocca?»

«È ciò per cui è fatta questa tua bella bocca, dolcezza.» Le passò il pollice sulle labbra piene. «E se tu fossi una delle mogli del sale, faresti come ti comando.»

All’inizio, era timida, ma non ci mise molto a imparare, per essere una ragazza stupida, la qual cosa gli fece piacere. La bocca di lei era umida e morbida come la sua fica. Così almeno Theon non doveva stare a sentire quel suo insulso ciarlare. “Un tempo l’avrei veramente tenuta come mia moglie del sale” ripeté a se stesso, affondando le dita tra i capelli arruffati di lei. “Un tempo, quando seguivamo ancora la Vecchia legge, quando vivevamo ancora dell’ascia invece che della zappa, prendendo ciò che volevamo, che fossero ricchezza, donne o gloria.” In quei giorni, gli uomini di ferro non si massacravano nelle miniere: quello era lavoro per i prigionieri condotti alle isole dopo le razzie, e lo stesso valeva per la trista impresa di arare la terra e pascolare pecore e capre. Era la guerra il giusto mestiere per gli uomini di ferro. Il dio Abissale permetteva loro di depredare e di stuprare, di conquistarsi regni, di scolpire i loro nomi con il fuoco, con il sangue e con le leggende.

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