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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

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Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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Aegon il Drago aveva annientato la Vecchia legge nel rogo di Harren il Nero, consegnando il suo regno a quei deboli lord dei fiumi, riducendo le isole di Ferro a nient’altro che un’insignificante propaggine periferica di un regno ben più grande, dispersa nell’oceano. Eppure, attorno ai falò alimentati con il legno trascinato dal mare, davanti ai fumosi focolari sparsi su ciascuna delle isole, perfino tra le alte mura di pietra di Pyke, le storie della gloria perduta continuavano a essere narrate. Fra i suoi molti titoli, il padre di Theon vantava anche quello di lord possessore, e il motto dei Greyjoy era: “Noi non seminiamo”.

Ed era stato proprio per restaurare la Vecchia legge, non certo per vuota vanità di avere una corona, che lord Balon aveva organizzato la grande ribellione. Una speranza soffocata nel sangue da Robert Baratheon, con il valido aiuto del suo caro amico Eddard Stark. Ora entrambi quegli uomini erano morti. Al loro posto, governavano stolidi ragazzini, e il reame che Aegon il Conquistatore aveva forgiato era sfasciato e ridotto in frantumi.

“E questa è la stagione” rifletté Theon, mentre le labbra della fanciulla scivolavano avanti e indietro attorno alla sua virilità eretta. “La stagione, l’anno, il mese, il giorno. E io sono l’uomo.” Ebbe un sorriso sarcastico, chiedendosi che cosa suo padre avrebbe detto di fronte alla realtà dei fatti. Lui, Theon, l’ultimo nato, l’infante, l’ostaggio, aveva trionfato là dove lord Balon in persona aveva fallito.

L’orgasmo lo travolse come lo scatenarsi di una tempesta improvvisa. Il suo seme riempì la bocca della ragazza che, impressionata, cercò di ritrarsi, ma Theon l’immobilizzò afferrandola per i capelli. Dopo, lei si sdraiò accanto a lui.

«Ti ho dato piacere, milord?»

«Quanto basta» replicò lui.

«Aveva un sapore salato» mormorò lei.

«Come il mare?»

La ragazza annuì. «Ho sempre amato il mare, milord.».

«Pure io.» Theon continuò a giocherellare con uno dei suoi capezzoli.

E questo era vero: amava il mare. Per gli uomini delle isole di Ferro, il mare rappresentava la libertà. Qualcosa che aveva dimenticato, fino a quando la Myraham non aveva alzato le vele, allontanandosi da Seagard. La memoria era tornata con i suoni della navigazione: lo scricchiolare del fasciame e delle funi, gli ordini perentori del capitano, lo schioccare delle vele che si riempivano di vento. Suoni a lui noti come il battito del suo cuore, e altrettanto confortanti. “Devo ricordare tutto questo” giurò a se stesso. “Non devo più restare tanto lontano dal mare, mai più.”

«Portami con te, milord» implorò la figlia del capitano. «Non c’è bisogno che venga nel tuo castello. Posso stare in città ed essere la tua moglie del sale.» Fece per accarezzargli una guancia.

«Il mio posto è a Pyke.» Theon allontanò la sua mano e scese dal pagliericcio. «Il tuo è su questa nave.»

«Non posso più stare qui.»

«Perché no?» Theon si tirò su le brache.

«Mio padre» spiegò la ragazza. «Una volta che tu sarai andato, lui mi punirà. Mi dirà parole brutte e mi picchierà.»

Theon raccolse la cappa e se la sistemò sulle spalle. «I padri ne fanno, di cose così» ammise chiudendo il mantello con un fermaglio d’argento. «Digli che invece dovrebbe essere contento. Ti ho chiavata tante di quelle volte che probabilmente c’è un bambino dentro di te. Non tutti gli uomini possono vantare l’onore di allevare il bastardo di un re.»

Lei rimase a fissarlo con uno sguardo stupido, e così Theon la lasciò.

La Myraham superò un promontorio coperto d’alberi. Sotto le scogliere ammantate di pini, una dozzina di barche da pesca stavano ritirando le reti. Il grosso vascello continuò a rimanere a distanza, virando. Theon si spostò a prora per avere una vista migliore. Per primo, vide il castello, la piazzaforte dei Botley. Da ragazzo, ricordava una struttura di tronchi e di canne. Una struttura che Robert Baratheon aveva raso letteralmente al suolo. Lord Sawane doveva averla ricostruita, questa volta in pietra, poiché ora c’era una piccola fortezza squadrata a troneggiare sulla collina. Bandiere verde pallido, ciascuna che recava il simbolo di un branco di pesci argentei, sventolavano sulle tozze torri a ciascuno dei quattro angoli.

Sotto l’incerta protezione del piccolo castello, si stendeva il villaggio di porto dei Lord, i moli affollati di navi. L’ultima volta che Theon aveva visto porto dei Lord, era ridotto a una devastazione fumante, i resti delle navi lunghe date alle fiamme e delle galee distrutte ammassati sulla spiaggia pietrosa come scheletri di morti leviatani, le case ridotte a un labirinto di muri sventrati e di ceneri fredde. Dopo dieci anni, erano rimaste poche tracce della guerra. Gli abitanti avevano eretto le loro nuove case usando i materiali di quelle distrutte, ritagliando nuove zolle erbose per ricoprirei tetti. Una nuova locanda, grande il doppio della vecchia, era sorta in prossimità dei moli, il piano terreno fatto di pietra, i due superiori di tronchi. Il tempio, invece, non era più stato ricostruito, di esso rimanevano solamente le fondazioni a sette lati. A quanto pareva, la furia distruttrice di Robert Baratheon aveva tolto agli uomini di ferro qualsiasi infatuazione per i nuovi dei.

Theon era molto più interessato alle navi che non alle divinità. Tra i pennoni di infinite barche da pesca, individuò un mercantile dalla città libera di Tirosh che scaricava di fianco a un galea proveniente dal porto di Ibben, con la caratteristica chiglia nera calafatata di catrame. Numerosissime navi lunghe, almeno cinquanta o sessanta, erano alla fonda al largo o arenate sulla spiaggia a nord. Alcune di esse esibivano i vessilli di altre isole: la luna insanguinata di Wynch, il corno da guerra a strisce nere di lord Goodbrother, la falce argentata di Harlaw. Theon cercò con lo sguardo la nave di suo zio Euron, la Silenzio. Ma di quello scafo affusolato, rosso e terribile, non c’era traccia. C’era invece la galea di suo padre, la Grande piovra, la prua dotata di un minaccioso ariete di sfondamento di ferro grigio a forma di piovra.

Che lord Balon lo avesse anticipato chiamando a raccolta i vessilli dei Greyjoy? Di nuovo, Theon fece scivolare la mano all’interno del mantello, in modo da tastare la sacca di cuoio. Robb Stark era l’unico a essere al corrente di quella lettera e gli Stark non erano degli sciocchi: non avrebbero mai affidato un tale segreto a un corvo. Ma neppure lord Balon era uno sciocco. Quasi certamente aveva intuito per quale ragione suo figlio, dopo così tanti anni, stava tornando a casa. E si era regolato di conseguenza.

Un pensiero che a Theon non piacque. La guerra che suo padre aveva combattuto era finita e lui era stato sconfitto. Questo era il momento di Theon: il suo piano, la sua gloria e, col tempo, la sua corona. “Eppure, se le navi lunghe sono qui…”

A pensarci bene, però, forse era soltanto una misura precauzionale. Una manovra difensiva, nel caso in cui la guerra si fosse estesa anche al mare. I vecchi erano prudenti per natura, e suo padre era diventato vecchio; lo stesso valeva anche per suo zio Victarion, che comandava la flotta del Ferro. Suo zio Euron, invece, era tutt’altro tipo d’uomo, indubbiamente, però la Silenzio non sembrava essere in porto. “Sta andando tutto per il meglio” si disse Theon. “In questo modo, potrò colpire ancora più all’improvviso.”

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