I racconti inediti
- Автор: Вэнс Джек Холбрук
- Год: 1995
- Язык: итальянский
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:
Il terzo livello. Giù di nuovo, con la Celta nera, fino al terreno accanto agli appartamenti della Sacerdotessa Elfane. Joe atterrò, saltò fuori dall’aeromobile, percorse gli intarsi d’oro e avorio. Elfane in persona aprì la porta scorrevole, una creatura vivida, col volto sottile, la carnagione scura, vitale come un uccello. Indossava un abito semplice di tessuto bianchissimo, senza alcun ornamento, ed era a piedi nudi. Joe, che l’aveva vista solo nell’abbigliamento ufficiale, sbatté le palpebre e la guardò di nuovo con interesse.
La ragazza gli fece un cenno. «Da questa parte. Svelto.» Tenne aperto il pannello e Joe entrò in una camera alta, elegante ma poco calda. Strisce di marmo bianco e dumortierite blu rivestivano due pareti, strisce intarsiate con tavolozze di rame sulle quali erano scolpiti uccelli esotici. La terza parete era coperta da un arazzo raffigurante un gruppo di giovanette che correvano su un pendio erboso, e lungo questa parete c’era un basso divano imbottito.
Sul divano era seduto un giovane con la veste di Suttearca, una veste azzurra ricamata con i fregi rossi e grigi del suo rango. Un elmo intarsiato di foglie d’oro era accanto a lui sul divano, e un bastone tornito dal Sacro Legno — un onore concesso solo agli Ecclesiarchi — gli pendeva alla cintura. Aveva i fianchi sottili, le spalle larghe e quadrate, e la faccia più sconvolgente di cui Joe avesse mai fatto esperienza.
Era una faccia letteralmente passionale, larga all’altezza degli zigomi, con guance piatte che scendevano oblique fino alla punta del mento. Il naso era lungo e diritto, la fronte ampia. Gli occhi erano neri dischi piatti in orbite strette e inespressive, le sopracciglia nere come l’inchiostro, i capelli dello stesso colore, acconciati ad arte in minuscoli anelli. Era una faccia furba e crudele, piena di fascinazione, troppo ricca, troppo matura, senza senso dell’umorismo né simpatia, la faccia di un animale feroce solo incidentalmente umana.
Joe si fermò nel mezzo di un passo, fissò quella faccia con immediata avversione, quindi guardò il cadavere ai piedi dell’Ecclesiarca, una forma rigida scomposta in modo grottesco, dalla quale il sangue giallo acceso stillava a macchiare il mantello cremisi.
Elfane disse a Joe: «Questo è il corpo di un ambasciatore di Mangtse. Una spia, ma ciò nondimeno un ambasciatore d’alto rango. Qualcuno l’ha ammazzato qui, oppure ci ha portato il suo corpo. Non deve essere scoperto. Non deve esserci scalpore. Mi fido di te come di un servitore leale. Sono in corso negoziati molto delicati con il Governo Mang. Un incidente come questo può rovinare tutto. Mi segui?»
Gli intrighi di palazzo non erano cosa che riguardasse Joe. «Qualunque ordine tu possa impartirmi, Eminenza, io lo seguirò, subordinatamente al permesso del Tearca.»
Elfane gli rispose con impazienza. «Il Tearca è troppo occupato per essere consultato. L’Ecclesiarca Manaolo ti assisterà nel caricare il cadavere sulla Celta. Poi ci porterai fuori sull’oceano, e ce ne sbarazzeremo.»
«Porterò l’aeromobile più vicino possibile,» disse Joe con voce legnosa.
Manaolo si alzò in piedi, lo seguì fino alla porta. Joe lo udì borbottare da sopra la spalla: «Staremo stretti in quella piccola cabina.»
«È l’unica che so guidare,» rispose Elfane impaziente.
Joe si prese tutto il tempo per sistemare l’aeromobile contro la porta, corrucciato in profondi pensieri. L’unico velivolo che sapesse guidare… Percorse con lo sguardo cinquanta piedi di spazio fino al terreno adiacente lungo il lato del palazzo. Un uomo basso con un mantello azzurro se ne stava con le mani intrecciate dietro la schiena a osservare benignamente Joe.
Joe rientrò nella stanza. «C’è un Mang sulla balconata qui a fianco.»
«Hableyat!» esclamò Manaolo. Andò alla porta, guardò fuori senza mostrarsi. «Soprattutto lui non deve scoprirlo!»
«Hableyat sa tutto,» disse Elfane cupamente. «Talvolta credo che possegga una seconda vista.»
Joe si inginocchiò accanto al cadavere. La bocca era aperta, e mostrava una lingua color ruggine. Una borsa gonfia gli pendeva al fianco, seminascosta dal mantello. Joe la aprì. Alle sue spalle sentì una parola rabbiosa. Elfane disse: «No, lascia che si soddisfi.»
Il suo tono, e la sua accondiscendenza sprezzante, colpirono Joe. Ma il denaro era denaro. Con le orecchie che gli bruciavano infilò una mano nella borsa, tirò fuori un rotolo di banconote da cento stipule, almeno una dozzina. Rimise la mano nella borsa, e trovò una piccola arma manuale che non conosceva. La nascose nella blusa. Poi avvolse il cadavere in una veste scarlatta, e alzandosi lo prese sotto le ascelle.
Manaolo prese le caviglie. Elfane andò alla porta. «È andato via! Svelti!»
Dopo cinque secondi il cadavere era a posto dietro l’aeromobile. Elfane disse a Joe: «Vieni con me.»
Joe la seguì, usando molta cautela nel volgere le spalle a Manaolo. Elfane lo condusse in uno spogliatoio, indicò un paio di valige. «Prendile, e caricale dietro la Celta.»
Bagaglio, pensò Joe, e obbedì. Con la code dell’occhio vide che Hableyat era ritornato fuori sulla balconata, e sorrideva blandamente nella sua direzione. Joe rientrò.
Elfane stava indossando dei sandali e una veste blu come una ragazza Laica. L’abbigliamento accentuava l’aspetto pieno di spirito, l’aroma e la fragranza che sembravano una parte essenziale di lei. Joe distolse gli occhi. Margaret non avrebbe trattato un cadavere con tanta indifferenza.
«La Celta è pronta a partire, Eminenza,» disse.
«Guiderai tu,» disse Elfane. «La nostra rotta sarà in alto fino al quinto livello, a sud oltre Divinai, attraverso la baia e fuori in mare.»
Joe scosse la testa. «Io non guiderò. A dire il vero io non vengo.»
Il senso delle sue parole non fu subito chiaro. Poi Elfane e Manaolo girarono assieme la testa. Elfane era sorpresa, e il suo volto denotava più mancanza di comprensione che rabbia. Manaolo era inespressivo, gli occhi ottusi, opachi.
Con voce più acuta, come se Joe non avesse capito, Elfane disse: «Avanti, esci; guiderai tu.»
Joe fece scivolare casualmente la mano all’interno della blusa, dove riposava la piccola arma. Gli occhi di Manaolo tremolarono, l’unico movimento del volto, ma Joe sapeva che la sua mente era agile e sprezzante.
«Non ho intenzione di guidare,» disse Joe. «Potete facilmente buttare a mare quel cadavere senza di me. Io non so dove state andando, né perché. So solo che non verrò con voi.»
«Te lo ordino!» esclamò Elfane. Era irreale, pazzesco, contrario agli assiomi della sua esistenza.
Joe scosse la testa, fissandoli con prudenza. «Spiacente.»
Elfane scacciò il paradosso dalla propria mente. Si rivolse a Manaolo. «Uccidilo qui, allora. Il suo cadavere, almeno, non provocherà congetture.»
Manaolo espresse con un ghigno il suo rammarico. «Temo che quell’arraffone ci stia puntando contro una pistola. Si rifiuterà di lasciarsi uccidere.»
Elfane strinse le labbra. «Questo è ridicolo.» Si girò di scatto. Joe estrasse la pistola. Elfane si fermò, paralizzata, e le mancarono le parole.
«Bene,» disse con voce sommessa. «Ti darò del denaro per il tuo silenzio. Sei soddisfatto?»
«Moltissimo,» disse Joe con un sorriso storto. Orgoglio? Cos’era l’orgoglio? Se non fosse stato per Margaret gli sarebbe piaciuto… Ma no, era chiaro che stava scappando con il brillante e pericoloso Manaolo. Chi avrebbe voluto una donna dopo che lui le aveva messo le mani addosso?
«Quanto?» chiese indolente Manaolo.
Joe fece un rapido calcolo. Aveva quattrocento stipule nella sua stanza, circa un migliaio le aveva prese dal cadavere. Mise da parte i suoi calcoli. Meglio esagerare. «Cinquemila stipule e ho dimenticato tutto quello che visto oggi.»