I racconti inediti
- Автор: Вэнс Джек Холбрук
- Год: 1995
- Язык: итальянский
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:
La cifra apparentemente non sembrava esorbitante a nessuno dei due. Manaolo frugò in una tasca, poi in un’altra, trovò un rotolo di denaro, sfogliò un po’ di banconote, e le gettò sul pavimento.
«Ecco il tuo denaro.»
Senza guardarsi indietro, Elfane corse fuori, saltò nella Celta. Manaolo si avviò dietro a lei.
La Celta si alzò con uno scatto, scomparve nell’aria tersa di Kyril. Joe si ritrovò da solo nella stanza alta.
Raccolse i biglietti. Cinquemila stipule. Andò alla finestra, riuscì ancora a vedere l’aeromobile ridursi a un puntino.
Aveva come un fremito in gola, una fitta. Elfane era una creatura meravigliosa. Sulla Terra, se non fosse stato per Margaret, sarebbe andato in estasi. Ma quello era Kyril, dove la Terra era una favola. E Margaret, docile, morbida, bionda come un campo di giunchiglie, stava aspettando che lui ritornasse. O almeno sapeva che lui sperava che lo aspettasse. Con Margaret, pensò Joe mestamente, l’idea poteva non significare la stessa cosa. Dannato Harry Creath!
Divenne spiacevolmente consapevole dell’ambiente in cui si trovava. Una qualunque di una dozzina di persone poteva entrare e trovarlo lì. Avrebbe avuto qualche difficoltà a spiegare la sua presenza. Doveva ritornare ai suoi quartieri. Si immobilizzò a metà dei pensieri. Il rumore di una porta che scorreva gli fece istantaneamente accelerare le pulsazioni, e scendere un rivolo di sudore. Indietreggiò contro l’arazzo. Dei passi, lenti, senza fretta, stavano arrivando per il corridoio.
La porta si aprì. Un uomo entrò nella stanza, un uomo basso dalla pelle gialla, con un mantello di velluto azzurro: Hableyat.
Hableyat gettò una breve occhiata alla stanza, scosse la testa tristemente. «Un brutto affare. Rischioso, per tutti quelli che vi sono implicati.»
Joe, irrigidito contro la parete, si trovò prontamente d’accordo. Hableyat fece un paio di passi avanti, esaminò il pavimento. «Negligenti. C’è ancora molto sangue.»
Alzò gli occhi, si rese conto dell’atteggiamento di Joe. «Ma ad ogni modo stai tranquillo. Davvero, stai tranquillo.» Per un momento osservò Joe con fare distaccato. «Senza dubbio la tua bocca è stata riempita di soldi. Ha del meraviglioso che tu sia ancora vivo.»
Joe disse seccamente: «Sono stato chiamato qui dalla Sacerdotessa Elfane, che se n’è andata sulla Celta. Per il resto io mi dissocio da tutta la faccenda.»
Hableyat scosse la testa meditabondo. «Se vieni trovato qui con il sangue sul pavimento sarai interrogato. E poiché verrà fatto ogni sforzo per nascondere l’assassinio di Empoing, tu sarai indubbiamente ucciso per essere certi del tuo silenzio.»
Joe si umettò le labbra. «Ma non è a te che vogliono nascondere l’uccisione?»
Hableyat annuì. «Certo. Io rappresento il Potere e l’Estensione del Dail di Mangtse, cioè la fazione Acque Azzurre. Empoing fa parte delle Correnti Rosse, che seguono una diversa scuola di pensiero. Credono in un rapida successione degli eventi.»
Una strana idea si formò nella mente di Joe, e si rifiutò di essere accantonata. Hableyat notò il cambiamento di espressione. La sua bocca, una breve fessura carnosa in mezzo alle guance gialle, si ritirò agli angoli.
«Proprio così. L’ho ucciso io. Era necessario, credimi. Altrimenti avrebbe ammazzato Manaolo, che è impegnato in una missione molto importante. Se Manaolo venisse fermato, da un certo punto di vista sarebbe una tragedia.»
Le idee si accavallavano, passavano fuggenti nella mente di Joe come un branco di pesci in fuga da una rete. Era come se Hableyat stesse mostrando un vassoio colmo di splendide ceramiche, in attesa di vedere quale Joe avrebbe scelto.
«Perché mi stai dicendo tutto questo?» disse Joe diffidente.
Hableyat scrollò le spalle grassocce. «Chiunque tu sia, non sei un semplice autista.»
«Ah, ma lo sono!»
«Chi o cosa tu sia non è ancora stato stabilito. Questi sono tempi complessi, nei quali molte persone e molti mondi vogliono cose inconciliabili, e l’origine e le intenzioni di ogni uomo devono essere analizzate. Le mie informazioni ti fanno risalire a Tuban Nove, dove hai lavorato come istruttore di ingegneria civile all’Istituto Tecnico. Da Thuban sei andato ad Ardemizian, poi a Panapol, poi a Rosalinda, poi a Jamivetta, e infine a Kyril.
«Su ogni pianeta sei rimasto solo il tempo sufficiente per guadagnare il passaggio seguente. Qui c’è uno schema, e dove c’è uno schema c’è un piano. Dove c’è un piano c’è un’intenzione, e dove c’è un’intenzione ci sono delle mete da raggiungere. E quando le mete sono state raggiunte, qualcuno perde. Ma vedo che sei a disagio. Evidentemente temi di essere scoperto. Ho ragione?»
«Non mi va di essere ucciso.»
«Suggerisco che ripariamo nel mio appartamento, che è qui accanto, e lì forse faremo due chiacchiere. Io sono sempre ansioso di imparare, e sarò quanto mai grato di poter uscire sano e salvo da questo appartamento…»
Uno scampanio lo interruppe. Trasalì, andò rapidamente alla finestra, guardò in su, poi in giù. Dalla finestra corse alla porta, rimase in ascolto. Fece un cenno a Joe. «Mettiti da parte.»
La campanella suonò ancora, una nocca pesante batté alla porta. Hableyat sibilò sottovoce. Un grattare, un raspare. La porta scivolò di lato.
Un uomo alto con un’ampia faccia rossa e un piccolo naso a becco avanzò nella stanza. Indossava una veste bianca e fluente con un cappuccio, e un elmo verde scuro e oro in cima al cappuccio. Hableyat gli andò furtivamente alle spalle, eseguì un complesso movimento che comprendeva un calcio dietro le ginocchia dell’uomo, una presa sull’avambraccio, una torsione del polso… e il Druido cadde a faccia in giù sul pavimento.
«È il Tearca in persona!» boccheggiò Joe. «Verremo spellati vivi…»
«Vieni,» disse Hableyat, ritornando a essere il benevolente uomo d’affari. Percorsero in fretta il corridoio. Hableyat fece scorrere la sua porta. «Dentro!»
L’appartamento di Hableyat era più grande delle stanze della Sacerdotessa Elfane. Il salotto era dominato da un lungo tavolo rettangolare, la cui superficie era stata tagliata da un’unica asse di legno scuro e lucente intarsiato con foglie di rame arabescate.
Due guerrieri Mang erano seduti rigidamente a entrambi i lati della porta, uomini bassi e tarchiati, dai lineamenti scoscesi. Hableyat non prestò loro alcuna attenzione, li oltrepassò come se fossero inanimati. Notando lo sguardo interrogativo di Joe, parve osservarli per la prima volta.
«Ipnotizzati,» disse con disinvoltura. «Finché io sono nella stanza, o la stanza è vuota, non si muovono.»
Joe avanzò guardingo nella stanza dopo di lui, riflettendo che poteva essere sospettato lì come nell’appartamento della Sacerdotessa.
Hableyat si sedette con un grugnito, indicò una sedia a Joe. Piuttosto che avventurarsi in un labirinto di corridoi sconosciuti, Joe obbedì. Hableyat posò i palmi delle mani grassocce sul tavolo, e fissò Joe con occhi innocenti.
«Sembra che tu sia stato coinvolto in una situazione spiacevole, Joe Smith.»
«Non necessariamente,» disse Joe nel disperato tentativo di fare dello spirito. «Potrei andare dal Tearca e raccontargli la mia storia, e tutto sarebbe finito lì.»
La faccia di Hableyat tremolò mentre ridacchiava, aprendo la bocca come uno scoiattolo. «E poi?»
Joe non disse nulla.
Hableyat batté vigorosamente la mano sul tavolo. «Ragazzo mio, non hai ancora familiarità con la psicologia dei Druidi. Per loro uccidere è la risposta a quasi tutte le circostanze, un atto casuale come spegnere la luce uscendo da una stanza. Così, quando tu avessi raccontato la tua storia, saresti ucciso. Per nessun’altra ragione particolare oltre al fatto che è più semplice uccidere che non uccidere.» Hableyat tracciò pigramente il disegno di un viticcio con l’unghia gialla, e parlò come se stesse meditando a voce alta.