L'anno del contagio [Doomsday Book - it]
- Автор: Уиллис Конни
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0772-3
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'anno del contagio [Doomsday Book - it]». Краткое содержание книги:
— Adesso? — chiese Eliwys, sollevando lo sguardo su di lui. — Si sta facendo buio.
— Mostrami il luogo dove sono stata assalita — tentò ancora Kivrin.
— Non temo il buio, Lady Eliwys — rispose Gawyn, e uscì a grandi passi dalla stanza, con la spada che tintinnava.
— Portatemi con voi — gridò loro dietro Kivrin, ma fu inutile perché se n'erano già andati e il traduttore era guasto. Si era ingannata a pensare che stesse funzionando: aveva capito ciò che quella gente diceva grazie alle lezioni che il Signor Dunworthy le aveva impartito e non a causa del traduttore, e forse si stava ingannando anche quando pensava di comprendere le loro parole.
Forse la conversazione non aveva avuto nulla a che vedere con la sua identità, forse aveva riguardato un argomento del tutto diverso… ritrovare una pecora perduta o sottoporre lei ad un processo.
Nel lasciare la stanza Lady Eliwys si era richiusa la porta alle spalle e adesso Kivrin non riusciva a sentire più nulla; anche i rintocchi della campana erano cessati e la luce che trapelava dalla pezza di lino incerata era tinta di blu. Si stava facendo buio.
Gawyn aveva detto che era sua intenzione tornare fino al sito della transizione, e se la finestra si affacciava sul cortile lei avrebbe almeno potuto vedere in quale direzione si stava avviando. L'uomo aveva affermato che il posto non era lontano e se fosse riuscita a vedere da quale parte andava forse avrebbe potuto ritrovare il sito da sola.
Sulla scia di quelle riflessioni si sollevò a sedere sul letto, ma quel semplice sforzo fu già sufficiente a causarle un'altra fitta di dolore al petto e quando tentò di abbassare i piedi sul pavimento fu assalita dalle vertigini e dovette riadagiarsi contro i cuscini, con gli occhi chiusi.
Vertigini, febbre e dolori al petto… quale malattia dava questi sintomi? Il vaiolo cominciava con la febbre e i brividi, e le macchie non apparivano se non verso il secondo o il terzo giorno. Sollevò un braccio per vedere se su di esso si vedevano i primi segni di vaiolo, ma dubitava che fosse questa la sua malattia. Certo, non aveva idea di quanto tempo fosse stata male, ma sapeva che il vaiolo aveva un periodo di incubazione che andava da dieci a ventuno giorni, e dieci giorni prima lei si era trovata nell'ospedale di Oxford, dove il virus del vaiolo era estinto da quasi cento anni… quindi non poteva averlo contratto.
Durante la degenza in ospedale era stata vaccinata contro ogni possibile malattia: vaiolo, febbre tifoidea, colera, peste, quindi come poteva aver contratto una di esse? E se non si trattava di questo, qual era allora il suo male? Il Ballo di San Vito? Era già giunta in precedenza alla conclusione che questa doveva essere qualche malattia contro cui non era stata vaccinata, ma in ogni caso il suo sistema immunitario era stato potenziato proprio allo scopo di combattere qualsiasi infezione.
Sulle scale echeggiò un rumore di piedi in corsa.
— Madre! — gridò una voce che lei aveva già imparato a riconoscere come quella di Agnes. — Rosemund non ha aspettato!
La bambina non fece irruzione nella stanza con la stessa violenza di prima perché questa volta la porta era chiusa e lei dovette spingere il battente, ma non appena ebbe superato la soglia corse verso il sedile posto sotto la finestra, continuando a piangere.
— Madre! Dovevo dirlo io a Gawyn! — singhiozzò, poi si arrestò quando si accorse che sua madre non era nella stanza, e Kivrin notò che al tempo stesso smise anche di piangere.
Agnes rimase ferma vicino alla finestra per un intero minuto, come se stesse cercando di decidere se tentare o meno di ripetere la scena più tardi, poi tornò di corsa verso la porta, ma a metà strada il suo sguardo si posò su Kivrin e lei si fermò nuovamente.
— So chi sei… sei la signora che Gawyn ha trovato nel bosco — disse, aggirando il letto; era alta appena quanto bastava per vedere sopra il letto, e i lacci della sua cuffietta si erano slacciati di nuovo.
Temendo che la sua risposta, confusa come apparentemente scaturiva dal traduttore, potesse spaventare la piccola, Kivrin si limitò a spingersi un po' più contro i cuscini e ad annuire.
— Cosa è successo ai tuoi capelli? — domandò Agnes. — I ladri li hanno portati via?
Kivrin scosse il capo, sorridendo all'idea.
— Maisry dice che i ladri ti hanno rubato la lingua — continuò Agnes, poi indicò la fronte di Kivrin e aggiunse. — Ti hanno ferita alla testa?
Lei annuì.
— Io mi sono ferita al ginocchio — spiegò la bambina, cercando di sollevare la gamba con entrambe le mani in modo che Kivrin potesse vedere la fasciatura sporca. La vecchia aveva avuto ragione: la benda era troppo lenta e stava già scivolando via, permettendo di vedere la ferita sottostante. Kivrin aveva supposto che si trattasse soltanto di una sbucciatura, ma adesso si accorse che la lacerazione sembrava piuttosto profonda.
Agnes barcollo, lasciò andare il ginocchio e si appoggiò di nuovo al letto.
— Morirai? — domandò.
Non lo so, pensò Kivrin, consapevole dell'intenso dolore al petto. Nel 1320 la percentuale di mortalità del vaiolo era stata del settantacinque per cento, e il suo sistema immunitario potenziato non stava funzionando.
— Fratello Hubard è morto — proseguì Agnes, in tono d'importanza, — e anche Gilbert. Io l'ho visto quando è caduto da cavallo: la sua testa era tutta rossa. Rosemund ha detto che Fratello Hubard è stato ucciso dal male azzurro.
Kivrin si chiese cosa potesse essere il male azzurro… soffocamento, forse, o apoplessia… e se quel Fratello Hubard fosse il cappellano che la suocera di Eliwys era tanto ansiosa di rimpiazzare. Era consuetudine che le famiglie nobiliari si portassero dietro in viaggio il proprio prete, mentre pareva che Padre Roche fosse il prete del villaggio, probabilmente ignorante e forse addirittura illetterato, anche se lei aveva capito benissimo il suo latino. Il prete era stato gentile, le aveva tenuto la mano e le aveva detto di non aver paura.
Ci sono persone gentili anche nel medioevo, Signor Dunworthy, pensò. Padre Roche ed Eliwys e Agnes.
— Mio padre mi ha detto che quando arriverà da Bath mi porterà una gazza — aggiunse Agnes. — Adeliza possiede un falcone, e qualche volta mi permette di tenerlo — spiegò poi, e protese il braccio piegato con il pugnetto pieno di fossette chiuso a reggere il falcone appollaiato su un guanto immaginario. — Io ho un cane.
— Come si chiama? — chiese Kivrin.
— Io lo chiamo Blackie — rispose la bambina, anche se Kivrin era certa che quella fosse la versione del nome fornita dal traduttore… più probabilmente lei aveva detto qualcosa come Blackamon o Blakkin. — Lo chiamo così perché è nero. Tu hai un cane?
Kivrin era troppo sorpresa per rispondere: aveva parlato ed era stata compresa… e Agnes non stava mostrando neppure di trovare strana la sua pronuncia. Aveva parlato senza pensare al traduttore e senza aspettare che questo traducesse le sue parole, e forse il segreto era tutto qui.
— No, non ho un cane — rispose, cercando di ripetere ciò che aveva fatto poco prima.
— Insegnerò alla mia gazza a parlare, le insegnerò a dire: «Buon Giorno, Agnes»
— Dov'è il tuo cane? — chiese Kivrin, per fare un altro tentativo. Le parole le sembravano diverse, più lievi e con quella sommessa inflessione francese che aveva colto nel modo di esprimersi delle due donne.
— Vuoi vedere Blackie? È nella stalla — spiegò Agnes.
Sembrava una risposta diretta, ma era difficile stabilirlo a causa del modo in cui parlava la bambina, che poteva aver soltanto fornito un'informazione spontanea. Per essere sicura, Kivrin avrebbe dovuto porre una domanda su un argomento del tutto diverso e che prevedesse soltanto una risposta.