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L'anno del contagio [Doomsday Book - it]

Электронная книга - «L'anno del contagio [Doomsday Book - it]». Краткое содержание книги:

Per la giovane Kivrin, che si prepare a studiare dal vivo una delle epoche più oscure della storia, regno della paura, della superstizione e di tremendi flagelli, viaggiare nel tempo è un'esperienza unica e affascinante, ma in fondo non troppo difficile: l'importante è prepararsi con cura e osservare scrupolosamente tutte le regole perché il suo improvviso arrivo nel XIV secolo risulti plausibile e, soprattutto, passi inosservato. Il resto è compito di una straordinaria tecnologia che rende possibile un simile trasferimento temporale. Tuttavia il suo viaggio nel Medioevo, dove l'esistenza quotidiana è un'avventura per la sopravvivenza e dove si sta scrivendo un nuovo libro dell'Apocalisse, sarà molto più che la realizzazione di un sogno.
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Agnes stava accarezzando le morbide coltri del letto, canticchiando sommessamente fra sé.

— Come ti chiami? — domandò Kivrin, tentando di permettere al traduttore di assumere il controllo più assoluto. Esso trasformò la sua frase in inglese moderno in qualcosa che suonava come «How are youe cleped?» e anche se lei non era sicura che fosse la formula giusta, la bambina rispose senza esitazione.

— Agnes — disse subito. — Mio padre afferma che potrò avere un falcone quando sarò abbastanza grande da poter cavalcare una giumenta. Per adesso ho un pony — aggiunse, poi smise di accarezzare il copriletto e puntellò i gomiti sul bordo del letto, appoggiando il mento fra le piccole mani. — Io conosco il tuo nome — dichiarò, in tono compiaciuto. — Ti chiami Katherine.

— Cosa? — esclamò Kivrin, senza capire. Come avevano fatto a stabilire che si chiamava Katherine? Il suo nome sarebbe dovuto essere Isabel… come potevano pensare di sapere chi lei fosse?

— Rosemund ha detto che nessuno sa il tuo nome — spiegò la bambina, sempre con aria compiaciuta, — ma io ho sentito Padre Roche dire a Gawyn che ti chiami Katherine. Rosemund ha detto anche che non puoi parlare, eppure lo sai fare.

Con l'occhio della mente Kivrin rivide d'un tratto il prete che si chinava su di lei, con il volto oscurato dalle fiamme che sembravano danzarle costantemente davanti agli occhi.

— Qual è il tuo nome, perché tu possa confessarti? — le aveva chiesto.

E ricordò anche come lei avesse cercato di formare la parola nonostante la sua bocca fosse tanto arida che non riusciva quasi a parlare, spronata dal timore che sarebbe morta e che a casa non avrebbero mai saputo che ne era stato di lei.

— Ti chiami Katherine? — stava intanto chiedendo Agnes, e lei poteva sentire con chiarezza la sua vocetta sotto la versione del traduttore: il nome suonava esattamente come Kivrin.

— Sì — rispose, sentendosi in gola il nodo del pianto.

— Blackie ha un… — le disse Agnes, ma il traduttore non colse l'ultima parola. Karette? Chavette? — È rosso. Lo vuoi vedere?

E prima che Kivrin potesse fermarla oltrepassò di corsa la porta ancora parzialmente aperta.

Kivrin attese nella speranza che lei tornasse e che un karette non fosse una cosa viva, desiderando di aver chiesto dove si trovava e da quanto tempo era lì, anche se probabilmente Agnes era troppo piccola per saperlo. Sembrava non avere più di tre anni, ma naturalmente in quel caso sarebbe apparsa molto più piccola di un bambino di tre anni dell'era moderna, quindi doveva averne cinque o forse sei.

Avrei dovuto domandarle quanti anni ha, si rimproverò, poi si rese conto che la bambina poteva ignorare anche la propria età. Giovanna D'Arco non aveva saputo dire quanti anni avesse quando l'Inquisitore glielo aveva chiesto, nel corso del processo.

Se non altro, adesso era in grado di fare domande. Il traduttore non era rotto, doveva essere stato messo in stallo temporaneo dalla strana pronuncia di quella gente o essere stato in qualche modo influenzato dalla sua febbre, ma adesso era a posto e Gawyn sapeva dove si trovava il sito, poteva accompagnarla là.

Si sollevò a sedere più eretta contro i cuscini in modo da vedere la porta, e lo sforzo le causò un'altra fitta al petto accompagnata da vertigini e da emicrania. Ansiosamente si portò una mano alla fronte, che sembrava calda… però poteva anche dipendere dal fatto che le sue mani erano fredde. La stanza era gelida, e durante la sua escursione fino al pitale lei non aveva visto traccia di un braciere o anche soltanto di uno scaldaletto.

Possibile che gli scaldaletto non fossero ancora stati inventati? Dovevano esistere di già, altrimenti in che modo la gente era potuta sopravvivere alla Piccola Era Glaciale? Il freddo era spaventoso.

Cominciò a rabbrividire… doveva essere la febbre che tornava a salire. Ma era previsto che lo facesse? Durante il corso di Storia della Medicina lei aveva studiato che il cadere della febbre lasciava il paziente indebolito, ma poi la febbre non tornava a salire, giusto? Certo che lo faceva, per esempio nel caso della malaria che comportava brividi, mal di testa, sudore, febbre ricorrente. Certo che la febbre tornava a salire.

Comunque, era evidente che lei non aveva la malaria, perché quella malattia non era mai stata endemica in Inghilterra e comunque le zanzare non potevano sopravvivere ad Oxford nel cuore dell'inverno, senza contare che i sintomi non erano quelli giusti in quanto non aveva sudato e i brividi erano dovuti esclusivamente alla febbre.

Il tifo causava emicrania e febbre alta, e veniva trasmesso dai pidocchi e dalle mosche dei topi, entrambi flagelli endemici nell'Inghilterra del medioevo e probabilmente anche nel letto su cui era sdraiata, ma il periodo di incubazione era troppo lungo… quasi due settimane.

L'incubazione della febbre tifoidea era di pochi giorni appena e quella malattia causava mal di testa, dolore agli arti e febbre alta; non le pareva che fosse una febbre ricorrente, però le sembrava di rammentare che raggiungesse i picchi più elevati di notte, il che significava che la temperatura scendeva durante il giorno per poi salire nelle ore notturne.

Si chiese che ore fossero. Eliwys aveva detto che stava facendo buio e la luce che filtrava dalla finestra coperta dal lino incerato si era fatta azzurrina, ma le giornate di dicembre erano corte ed era possibile che fosse soltanto metà pomeriggio. Anche il fatto che lei si sentisse assonnata non era un'indicazione attendibile, perché aveva continuato ad assopirsi a intervalli per tutto il giorno.

La sonnolenza era un sintomo della febbre tifoidea, e lei cercò di ricordare gli altri sulla base del «corso accelerato» di medicina medievale che le era stato impartito dalla Dottoressa Ahrens: emorragie dal naso, lingua impastata, eruzione cutanea di colore rosato. L'eruzione si presentava soltanto verso il settimo o ottavo giorno, ma Kivrin tirò lo stesso su la camicia per controllarsi lo stomaco e il torace: niente eruzione, quindi non poteva essere febbre tifoidea, e neppure vaiolo, visto che in quel caso le macchie apparivano entro il secondo o il terzo giorno.

Si chiese cosa fosse successo ad Agnes. Forse qualcuno aveva avuto tardivamente il buon senso di impedirle di accedere alla stanza di una malata, o forse l'inaffidabile Maisry la stava davvero sorvegliando. Oppure, più probabilmente, era passata a trovare il suo cucciolo nella stalla e si era dimenticata che aveva promesso di mostrarle lo chavotte.

La peste cominciava in effetti con emicrania e febbre, ma non poteva trattarsi di peste perché lei non aveva nessuno degli altri sintomi… bubboni che diventavano grandi come arance, la lingua che si gonfiava fino a riempire tutta la bocca, emorragie sottocutanee che tingevano di nero tutto il corpo. Non poteva avere la peste.

Doveva trattarsi di qualche forma di influenza: quello era il solo tipo di malattia che si presentava all'improvviso e la Dottoressa Ahrens si era agitata quando il Signor Gilchrist aveva anticipato la data della transizione, perché gli antivirali non avrebbero avuto effetto appieno fino al quindici e lei avrebbe goduto di un'immunità soltanto parziale. Doveva essere influenza. E qual era la cura per l'influenza? Antivirali, riposo e liquidi in abbondanza.

Allora riposa, disse a se stessa, e chiuse gli occhi.

Non si accorse di addormentarsi, ma dovette scivolare nel sonno perché quando riaprì gli occhi le due donne erano di nuovo nella stanza intente a parlare, e lei non ricordava di averle sentite entrare.

— Cos'ha detto Gawyn? — chiese la vecchia, che stava armeggiando con una ciotola e un cucchiaio, schiacciando qualcosa con esso contro i bordi della ciotola. Il cofanetto rinforzato in ferro era posato accanto a lei, aperto, e la donna vi infilò la mano, tirando fuori un sacchettino di stoffa e versandone una parte del contenuto nella ciotola per poi riprendere a mescolare.

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