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L'anno del contagio [Doomsday Book - it]

Электронная книга - «L'anno del contagio [Doomsday Book - it]». Краткое содержание книги:

Per la giovane Kivrin, che si prepare a studiare dal vivo una delle epoche più oscure della storia, regno della paura, della superstizione e di tremendi flagelli, viaggiare nel tempo è un'esperienza unica e affascinante, ma in fondo non troppo difficile: l'importante è prepararsi con cura e osservare scrupolosamente tutte le regole perché il suo improvviso arrivo nel XIV secolo risulti plausibile e, soprattutto, passi inosservato. Il resto è compito di una straordinaria tecnologia che rende possibile un simile trasferimento temporale. Tuttavia il suo viaggio nel Medioevo, dove l'esistenza quotidiana è un'avventura per la sopravvivenza e dove si sta scrivendo un nuovo libro dell'Apocalisse, sarà molto più che la realizzazione di un sogno.
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Kivrin sentì le vertigini aumentare ad ogni passo e si rese conto che non ce l'avrebbe mai fatta ad arrivare all'esterno, ma le due donne la fecero fermare ai piedi del letto, dove c'era una bassa cassapanca di legno con un uccello o forse un angelo intagliato rozzamente sulla sommità; sulla cassapanca erano posate una bacinella di legno piena d'acqua, le bende sporche di sangue che avevano fasciato la fronte di Kivrin e una bacinella più piccola, vuota. Impegnata a lottare per non cadere a terra, Kivrin non si rese conto dello scopo di quella bacinella finché la vecchia non mimo l'atto di sollevare le pesanti gonne e di sedersi, dicendo:

— Swoune nawmaydar oupondre yorsette.

Un pitale, pensò con gratitudine Kivrin. Signor Dunworthy, i pitali erano un oggetto usato nelle case di campagna nobiliari del 1320.

Annuì per segnalare che aveva capito e si lasciò adagiare sul pitale, anche se la testa le girava al punto che dovette aggrapparsi ai pesanti tendaggi del letto per non cadere; quando cercò di rialzarsi avvertì poi una fitta di dolore al torace tanto intensa che si piegò in avanti su se stessa.

— Maisry! — gridò la vecchia, in direzione della porta. — Maisry, com undtvae holpoon!

L'inflessione indicava senza ombra di dubbio che stava chiamando qualcuno… Marjorie? Mary?… perché le aiutasse, ma siccome non apparve nessuno Kivrin pensò di essersi sbagliata.

Si raddrizzò un poco, valutando l'intensità del dolore, poi cercò di risollevarsi del tutto e scoprì che la fitta si era attenuata… ma le due donne dovettero comunque riportarla a letto quasi di peso e quando infine si ritrovò sotto le coltri lei si sentì esausta. Chiuse gli occhi.

— Slaeponpon donu paw daton — disse la donna giovane, e Kivrin suppose che le stesse consigliando di riposare o di dormire, ma ancora non riuscì a decifrare le sue parole.

Il traduttore si è rotto, pensò, e il piccolo nodo di panico cominciò a formarsi di nuovo, più intenso del dolore al petto.

Non può essersi rotto perché non è una macchina, rifletté poi. È un intensificatore chimico di sintassi e di memoria e non può essersi rotto. Però il traduttore poteva funzionare basandosi soltanto sulle parole contenute nella sua memoria, ed era evidente che l'inglese medievale del Signor Latimer era peggio che inutile. La sua pronuncia era talmente sbagliata che il traduttore non riusciva a riconoscere in ciò che sentiva le stesse parole presenti nella sua memoria ma questo non voleva dire che fosse rotto… significava soltanto che stava raccogliendo nuovi dati e che le poche frasi da lei udite finora non erano sufficienti. Però il traduttore aveva riconosciuto il latino, ricordò, e il panico tornò ad assalirla ma lei vi resistette. Il traduttore aveva potuto riconoscere il latino perché il rito dell'estrema unzione era un brano convenzionale di cui lei già conosceva le parole, mentre le frasi pronunciate dalle donne non erano state parti convenzionali di un rito pur essendo comunque decifrabili in quanto al loro interno nomi propri, appellativi, sostantivi, verbi e preposizioni erano certo comparsi in posizioni prestabilite ed erano stati ripetuti più volte. Il traduttore li avrebbe separati in fretta e se ne sarebbe servito come chiave per ottenere il resto del codice, quindi tutto quello che doveva fare era raccogliere dati, ascoltare ciò che veniva detto intorno a lei senza neppure cercare di capirlo e lasciare che il traduttore facesse il suo lavoro.

— Thin keowre hoorwoun desmoortale? — domandò la donna giovane.

— Got tallon wottes — rispose l'altra.

Lontano una campana cominciò a rintoccare e Kivrin aprì gli occhi. Entrambe le donne si erano girate per guardare verso la finestra anche se attraverso il panno di lino non potevano scorgere nulla.

— Bere wichebay gansanon — mormorò la donna più giovane.

La vecchia non rispose e continuò a fissare la finestra come se potesse vedere oltre il rigido panno di lino, con le mani serrate davanti a sé in atteggiamento di preghiera.

— Aydreddit ister fayve riblaun — aggiunse la nuora, e nonostante la sua risoluzione di poco prima Kivrin cercò di interpretare le sue parole come un «è ora dei vespri» oppure «è la campana dei vespri», però quelli non erano i vespri. Infatti i rintocchi continuarono ad echeggiare senza che nessun'altra campana si unisse ad essi, e Kivrin si chiese se era quella che al suo arrivo aveva sentito suonare isolata nel tardo pomeriggio.

La vecchia volse le spalle alla finestra.

— Nay, Elwiss, ithahn diwolffin — replicò, prelevando il pitale dalla cassapanca. — Gawynha thesspyd…

Fuori della porta si udì un rumore improvviso di passi che correvano su per una scala, accompagnati da una voce infantile che gridava:

— Modder! Eysmertemay!

Una bambina fece irruzione nella stanza con le trecce bionde che le sobbalzavano sulle spalle e i lacci della cuffietta che svolazzavano intorno al viso, e per poco non andò a sbattere contro la vecchia che reggeva il pitale. Il volto della bambina era arrossato e rigato di lacrime.

— Wol yadothoos forshame ahnyous! — le ringhiò la vecchia, sollevando il pericoloso pitale in modo da toglierlo di mezzo. — Yowe mauri naroons inbus.

La bambina però non le prestò attenzione e corse dritta verso la donna più giovane.

— Rawzamun hattmay smerte, Modder! — singhiozzò.

Kivrin sussultò. Modder. Quella parola doveva significare «madre».

La bambina protese le braccia e sua madre… oh, sì, non c'erano dubbi che fosse sua madre… la sollevò; serrando le mani dietro il collo materno, la piccola cominciò a strillare.

— Shh, ahnyous, shh. — la consolò sua madre.

Quella gutturale è una G, pensò Kivrin, una secca G tedesca. Agnes.

Continuando a tenere la bambina in braccio, la donna più giovane sedette sotto la finestra e asciugò le lacrime della figlia con un angolo della propria cuffia.

— Spekenaw dothass bifel, Agnes.

Sì, il nome era decisamente Agnes, e speken significava parlare… la frase completa era quindi «dimmi cosa è successo».

— Shayoss mayswerte! — strillò Agnes, indicando un'altra bambina che era appena entrata nella stanza e che era decisamente più grande di lei… doveva infatti avere almeno nove o dieci anni. I suoi lunghi capelli erano castani e le ricadevano liberi sulla schiena, tenuti a posto da un fazzoletto blu scuro.

— Itgan naso, ahnyous — disse la seconda bambina. — Tha pighte rennin gawn derstayres. — Era impossibile fraintendere la mescolanza di affetto e di disprezzo nel suo tono… anche se non somigliava ad Agnes, Kivrin si sentì pronta a scommettere che quella ragazzina dai capelli scuri era la sua sorella maggiore. — Shay pighte renninge ahndist eyres, Modder.

«Madre» di nuovo, e shay doveva significare «lei» mentre pighte doveva voler dire «cadere». Questa lingua sembrava francese, ma la chiave per comprenderla era invece il tedesco: pronunce e costruzioni erano tutte tedesche. Kivrin poté quasi sentire lo scatto con cui i pezzi combaciarono nella sua mente.

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