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I racconti inediti

Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:

L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».
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Dall’altra parte dello spiazzo atterrò un’altra aeromobile, e ne scese una ragazza di diciotto o diciannove anni. Quando guardò verso di lui, Joe colse il lampo degli occhi in un volto sottile e vitale. Poi la ragazza lasciò subito il terreno.

Joe si fermò a guardare il figurino sottile come un alberello. Si rilassò e tornò al motore. Molto carina, le ragazze erano cosucce molto carine. Strinse le labbra, pensando a Margaret. Margaret era un tipo di ragazza completamente diverso. Bionda, innanzitutto, compiacente, flessibile, ma intimamente… Joe si distrasse un attimo dal suo lavoro. Cos’era, nel profondo del suo cuore, dove lui non era mai penetrato?

Quando le aveva detto dei suoi piani aveva riso, e gli aveva detto che era nato migliaia di anni troppo tardi. Erano ormai passati due anni, chissà se Margaret lo stava ancora aspettando? Pensava di stare via in tutto tre mesi, e poi era stato trascinato sempre più avanti, di pianeta in pianeta, fuori dallo spazio terrestre, attraverso il Golfo dell’Unicorno, lungo un turbine rado di stelle, arrancando da un mondo all’altro.

Su Jamivetta aveva coltivato muschio in una tundra brulla, e anche un passaggio di terza classe per Kyril gli era parso buono. Margaret, pensò Joe, spero che tu valga tutto questo peregrinare. Fissò il punto in cui la giovane Druida dai capelli scuri era corsa dentro il palazzo.

Una voce aspra disse: «Cosa stai facendo, stai smontando l’aeromobile? Verrai ucciso per un delitto simile.»

Era l’autista dell’aeromobile da cui era scesa la ragazza. Era un uomo dalla faccia volgare e dal corpo grosso, con naso e mascella animaleschi. Joe, in virtù della lunga e amara esperienza sui mondi esterni, tenne a freno la lingua, e si voltò a esaminare ulteriormente il meccanismo. Si chinò in avanti incredulo. Tre condensatori, agganciati assieme in successione, pendevano e ondeggiavano dai loro connettori. Infilò la mano, strappò via la coppia in eccesso, incuneò il condensatore restante in un incavo, e lo ricollegò.

«Attento! Bada a te!» mugghiò l’autista. «Togli le tue mani distruttive da quel delicato meccanismo!»

Era troppo. Joe alzò la testa. «Delicato meccanismo! È già un miracolo che quel miserevole groviglio di rottami riesca a volare.»

La faccia dell’autista si contorse in un’espressione furiosa. Avanzò di un passo pesante, poi si fermò mentre un Druido usciva impetuoso sullo spiazzo, un uomo grande e grosso con una faccia rossa e piatta, e sopracciglia impressionanti. Aveva un naso piccolo a becco d’aquila che gli sporgeva come un’aggiunta in mezzo alle guance, e una bocca sostenuta da forcelle di muscoli cocciuti e increspati.

Indossava una lunga veste vermiglia, con un cappuccio di folta pelliccia nera, e un bordo di pelliccia uguale girava intorno alla veste. Sopra il cappuccio portava un elmo di metallo nero e verde, con un sole raggiante di smalto rosso e giallo proprio su una tempia.

«Borandino!»

L’autista si fece piccolo in atteggiamento ossequiente. «Eminenza.»

«Vai. Metti via la Celta.»

«Sì, Eminenza.»

Il Druido si fermò davanti a Joe. Vide il mucchio di rottami scartati, e la faccia si fece congestionata. «Cosa stai facendo al mio velivolo più bello?»

«Sto eliminando un po’ di impedimenti.»

«Il miglior meccanico di Kyril si occupa di quel macchinario!»

Joe alzò le spalle. «Ha parecchio da imparare. Se vuoi rimetto dentro tutta quella roba. L’aeromobile non è mia.»

Il Druido lo guardò fisso. «Intendi dire che l’aeromobile volerà, dopo che hai tirato fuori tutto quel metallo?»

«Dovrebbe volare meglio.»

Il Druido guardò Joe da capo a piedi. Joe decise che quello doveva essere il Tearca del Distretto. Il Druido, con il più vago accenno di segretezza nei modi, si guardò alle spalle verso il palazzo, poi si rivolse di nuovo a Joe.

«Mi pare di capire che sei al servizio di Hableyat.»

«Il Mang? Ebbene… sì.»

«Tu non sei un Mang. Cosa sei?»

Joe si rammentò dell’incidente con il Druido al terminale. «Sono un Thubano.»

«Ah! Quanto ti paga Hableyat?»

Joe desiderò di sapere qualcosa della moneta locale e del suo valore. «Un bel po’,» disse.

«Trenta stipule alla settimana? Quaranta?»

«Cinquanta,» disse Joe.

«Te ne darò ottanta,» disse il Tearca. «Sarai il mio capo meccanico.»

Joe annuì. «Benissimo.»

«Verrai con me immediatamente. Informerò io Hableyat del cambiamento. Non avrai più alcun contatto con quel Mang assassino. Adesso sei un servitore del Tearca del Distretto.»

«Al tuo servizio, Eminenza,» disse Joe.

Il cicalino ronzò. Joe premette il tasto, disse: «Garage.»

Dalla piastra uscì la voce di una ragazza, la voce perentoria e ostinata della Sacerdotessa Elfane, la terza figlia del Tearca, squillante ora di una sfumatura che Joe non seppe identificare.

«Autista, ascolta molto attentamente. Fai esattamente come ti ordino.»

«Sì, Eminenza.»

«Porta fuori la Celta nera, sali al terzo livello, poi atterra sul mio appartamento. Sii discreto e ne trarrai vantaggio. Hai capito?»

«Sì, Eminenza,» disse Joe con voce di piombo.

«Muoviti.»

Joe infilò la livrea. Fretta… discrezione… segretezza? Un amante di Elfane? Era giovane, ma non troppo giovane. Joe aveva già eseguito commissioni simili per le sue sorelle, Esane e Phedran. Si strinse nelle spalle. Poteva sperare di guadagnarci. Cento stipule, forse di più.

Sogghignò mestamente facendo retrocedere la Celta da sotto il tettuccio. Una mancia da una ragazza di diciotto anni, ed era ben contento di riceverla. Un giorno, quando fosse ritornato sulla Terra e da Margaret, avrebbe rispolverato le sue pretese di orgoglio e dignità. Adesso erano inutili, erano un ostacolo per lui.

Il denaro era denaro. Il denaro l’aveva portato attraverso la galassia, e finalmente Ballenkarch era a portata di mano. Di notte, quando i riflettori del tempio abbandonavano il cielo, poteva vedere il sole Ballen, una stella luminosa in una costellazione che i Druidi chiamavano «Porfirite». Il passaggio più a buon mercato, ipnotizzato e imbarcato come un cadavere, costava duemila stipule.

Da un salario di ottanta stipule alla settimana riusciva a risparmiarne settantacinque. Tre settimane erano passate; altre ventiquattro gli avrebbero permesso di acquistare un passaggio per Ballenkarch. Troppo tempo, con la bionda, gaia, incantevole Margaret che lo aspettava sulla Terra. Il denaro era denaro. Le mance sarebbero state accettate con molti ringraziamenti.

Joe sollevò l’aeromobile fino all’alzata del palazzo, fluttuando lungo l’Albero, su verso il terzo livello. L’Albero incombeva su di lui come se non si fosse mai staccato dal suolo, e Joe sentì lo sgomento e la meraviglia che tre settimane all’ombra stessa dell’Albero non erano riuscite a diminuire.

Una massa enorme e respirante, ricca di linfa, un tronco di cinque miglia di diametro, dodici miglia dalle grandi radici nodose all’ultima gemma: la «Vitale Omniprescienza» nel canto dei Druidi. Il fogliame si apriva e digradava in ramoscelli flessibili, ognuno col diametro grosso quanto il palazzo del Tearca, sospeso come la copertura di paglia su un antiquato covone.

Le foglie erano rozzamente triangolari, lunghe tre piedi, gialle luminose nella parte superiore, e scurentisi in giallo limone, verde, rosa, scarlatto, nero notte, verso terra. L’Albero dominava gli orizzonti, allontanava le nubi con una spallata, portava tuoni e lampi come una ghirlanda di lamé. Era l’anima della vita, la vita nuda e cruda, che calpestava e soggiogava gli inerti. E Joe capiva bene come i primi stupiti coloni di Kyril si fossero messi ad adorarlo.

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