Il battello del delirio [Fevre Dream - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci Editore
- ISBN: 978-88-347-0400-4
- Переводчик: Ornella Ranieri Davide
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:
Jeffers leggeva e leggeva senza posa, ed il male si sommava al male in una macabra danza, finché, ad un certo punto, egli concluse:
Jeffers richiuse il libro.
«Vaneggiamenti,» commentò Marsh. «Sembra il delirio di un febbricitante.»
Jonathan Jeffers abbozzò un pallido sorriso. «Del Signore qui non c’è neppure l’ombra,» sospirò. «A mio avviso, Byron possedeva due concezioni diverse dell’oscurità. In quella poesia s’avverte una preziosa, lieve innocenza. Mi domando se il Capitano York la conosce.»
«Naturale,» disse Marsh, sporgendosi in avanti dalla poltrona. «Date un po’ qua.» Protese la mano.
Jeffers gli porse il libro. «Cominciate ad interessarvi di poesia, Capitano?»
«Questo non vi riguarda.» Marsh fece scivolare in tasca il libro di poesie. «Non avete nulla di cui occuparvi nel vostro ufficio?»
«Certamente,» replicò Jeffers, e prese congedo.
Per tre o quattro minuti, Abner Marsh restò immobile, lì nella biblioteca, pervaso da una stranissima sensazione; quella poesia aveva avuto il potere di turbarlo profondamente. Dopotutto, pensò, questa faccenda delle poesie poteva avere un qualche significato. Decise così di dare un’occhiata a quel libro a tempo perso, e scoprirlo da solo.
Buona parte del pomeriggio e della prima serata impegnarono il Capitano Marsh in una serie di incombenze che gli tolsero dalla mente quel proposito, sicché il libro finì dimenticato in tasca. Karl Framm aveva in programma una cena al St. Charles di New Orleans, e Marsh decise di fargli compagnia. Era quasi mezzanotte quando fecero ritorno al Fevre Dream. Fu allora che il libro gli capitò di nuovo tra le mani, mentre si svestiva nella sua cabina. Lo appoggiò con delicatezza sul comodino, indossò la camicia da notte e si dispose ad una breve lettura al lume di candela.
Letta di notte, nella penombra solitaria dell’angusta cabina, Tenebre gli sembrò ancor più sinistra, sebbene le parole sulla pagina avessero ormai perduto in buona parte quella fredda aura di minaccia di cui Jeffers le aveva avvolte. Tuttavia, esse furono egualmente inquietanti. Il Capitano girò alcune pagine e lesse Sennacherib ed Ella in bellezza incede, e poi altre poesie ancora, ma i suoi pensieri ritornavano oziosamente ad errare nel cupo reame di Tenebre. Nulla poté la calura della notte contro il gelo che fece accaponar la pelle delle braccia di Abner Marsh.
Sul frontespizio del libro vi era un ritratto di Byron. Marsh lo esaminò attentamente. Sembrava decisamente attraente, bruno e sensuale come un creolo; era più che comprensibile che ottenesse tanto successo con le donne nonostante fosse presumibilmente zoppo. Naturalmente era anche un nobile. Lo si leggeva sotto la sua immagine:
Abner Marsh si soffermò su quel volto, studiandolo per un po’, e si scoprì invidioso dei bei tratti del poeta. La bellezza era qualcosa che non aveva mai vissuto dal di dentro; sognare battelli grandiosi, magnifici, compensava forse la cospicua carenza di bellezza ch’egli sapeva in sé. Con quella sua mole mastodontica, le sue verruche, quel naso spiaccicato sulla faccia, Marsh non s’era mai dato troppa pena per le donne. Da giovane, quando discendeva il fiume a bordo di chiatte e zattere, frequentava certi posti a Natchez-sotto-la-collina e a New Orleans dove un marinaio poteva assicurarsi una notte di sollazzo ad un prezzo ragionevole. E in seguito, quando la Fevre River Packets andava a gonfie vele, c’era stata qualche donna di Galena, di Dubuque o di St. Paul che avrebbero acconsentito a sposarlo; rispettabili vedove dai corpi tozzi e dai volti marcati, consapevoli di qual buon partito fosse un uomo come lui, grande e grosso, forte e sano, e proprietario di tutti quei battelli. Ma l’interesse per lui non aveva tardato a svanire dopo la rovinosa gelata che aveva decimato la sua flotta; ad ogni buon conto, non era quello il genere di donne che suscitava i desideri di Marsh. Questi, infatti, quando si concedeva tali pensieri, il che non accadeva di frequente, sognava donne leggiadre, fiere ed eleganti come i suoi battelli, non dissimili dalle brune bellezze creole e meticce di New Orleans.
Marsh sbuffò sonoramente e spense la candela. Cercò di dormire. Ma inquietanti presenze infestavano i suoi sogni; fievoli parole echeggiavano minacciose nei recessi ottenebrati della sua mente.
…Il mattino giungeva e se n’andava — e ritornava senza recar mai giorno.
…Ingozzandosi avido nelle tenebre celato: Nulla più dell’amor era rimasto.
…E gli uomini dimenticaron le loro passioni nel terrore della loro desolazione.
…Un pasto fu col Sangue portato.
…un uomo straordinario.
Abner Marsh si drizzò a sedere nel letto. Era perfettamente sveglio, e nelle orecchie rimbombavano i tonfi martellanti del suo cuore. «Dannazione,» mormorò. Trovò un fiammifero, accese la candela sul comodino ed aprì il libro di poesie alla pagina che riportava il ritratto di Byron. «Dannazione,» ripeté.
Marsh si vestì in un lampo. Provava il desiderio ardente di una compagnia gagliarda, qualcosa di possente, come i muscoli di Mike e la sua spranga di ferro, o Jonathan Jeffers con il suo bastone. Ma quella era una faccenda privata tra lui e Joshua, e si era impegnato a non farne parola ad alcuno.
Si gettò un po’ d’acqua sulla faccia, s’armò del bastone di noce e uscì sul ponte, desiderando come non mai d’avere un prete a bordo o magari Un crocifisso. In tasca aveva il libro di poesie. Laggiù, presso il pontile d’imbarco, un altro battello cominciava a fumare mentre si procedeva a caricarvi le merci; Marsh sentì il canto sommesso e melanconico dei manovali che trasportavano i colli lungo le passerelle.
Giunto alla porta della cabina di Joshua, Abner Marsh sollevò il bastone per bussare, poi un’ondata improvvisa di dubbi lo sommerse, facendolo esitare. Joshua aveva lasciato il preciso ordine di non essere disturbato. E ciò che Marsh aveva intenzione di dirgli lo avrebbe di certo contrariato enormemente. Chissà, forse era tutta una colossale cretinata … quella poesia doveva averlo tormentato procurandogli insulsi incubi, o forse aveva mangiato qualcosa di indigesto. Eppure… eppure…
Era ancora piantato là davanti con il bastone sollevato, la fronte corrugata da dubbi e incertezze, quando la porta della cabina si aprì silenziosamente.
All’interno della cabina era buio come nel ventre di una vacca. Le stelle e la luna scagliavano radi barlumi attraverso lo squarcio della porta, ma oltre la soglia tutto era avvolto da una vellutata, compatta oscurità. A pochi passi di distanza dalla porta s’indovinava la sagoma ombrosa di una figura eretta. La luna lambì i piedi nudi e la vaga forma dell’uomo si materializzò confusamente alla percezione visiva. «Entrate, Abner,» si udì dalle tenebre la voce di Joshua, un aspro sussurro.
Abner Marsh varcò la soglia.
L’ombra si mosse, e d’improvviso la porta si chiuse. Marsh sentì la chiave girare nella serratura. Ora il buio fu totale. Non riusciva più a distinguere la minima parvenza d’un oggetto. Una mano possente lo afferrò fermamente per un braccio e lo trasse in avanti. Poi lo sospinse all’indietro, e, per un istante, il Capitano fu preda della paura, finché non sentì la rassicurante consistenza della sedia sotto di lui.