I racconti inediti
- Автор: Вэнс Джек Холбрук
- Год: 1995
- Язык: итальянский
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:
«Ragioni personali.»
«Hai l’aspetto di un Thubano. Qual è il tuo mondo natio, allora?»
«La Terra.»
Il Druido piegò la testa, lo guardò obliquamente, fece per parlare, si fermò, strinse gli occhi e finalmente parlò. «Allora tu ti beffi di me con un mito infantile, il paradiso degli sciocchi?»
Joe scrollò le spalle. «Mi hai fatto una domanda. Io ho risposto.»
«Con un’insolente inosservanza della mia dignità e del mio rango.»
Un uomo basso e grassottello, con una pelle color giallo limone, si avvicinò incedendo con andatura tronfia e solenne. Aveva grandi occhi innocenti, un paio di mascelle ben sviluppate, e indossava un ampio mantello di pesante velluto azzurro.
«Un Terrestre qui?» Guardò Joe. «Tu, signore?»
«Esatto.»
«Allora la Terra esiste.»
«Certamente.»
L’uomo dalla pelle gialla si rivolse al Druido. «Questo è il secondo Terrestre che vedo, Eminenza. Evidentemente…»
«Il secondo?» chiese Joe. «Chi era l’altro?»
L’uomo dalla pelle gialla alzò gli occhi al cielo. «Ho scordato il suo nome. Perry… Larry… Barry…»
«Harry? Harry Creath?»
«Proprio quello, ne sono sicuro. Ho scambiato due parole con lui su Giunzione, un anno o due fa. Un tipo davvero simpatico.»
Il Druido girò sui tacchi e se ne andò. L’uomo grassottello lo seguì con volto impassibile, poi si girò verso Joe. «Sembra che tu sia uno straniero, qui.»
«Sono appena arrivato.»
«Lascia che ti dia un consiglio su questi Druidi. Sono una razza emotiva, pronta alla collera, inquieta, usa agli eccessi. E sono assolutamente provinciali, assolutamente convinti che Kyril sia il centro di tutto lo spazio e di tutto il tempo. È saggio parlare sommessamente in loro presenza. Posso chiedere per curiosità cosa ci fai qui?»
«Non potevo permettermi di acquistare un passaggio più lontano.»
«E allora?»
Joe scrollò le spalle. «Andrò a lavorare, guadagnerò un po’ di soldi.»
L’uomo grassottello aggrottò la fronte pensieroso. «Esattamente quali talenti e quali abilità userai a questo scopo?»
«Sono un buon meccanico, macchinista, dinamista, elettricista. So fare rilevamenti, analisi delle sollecitazioni, e altri strani lavori. Dico di essere un ingegnere.»
La sua nuova conoscenza parve riflettere. Finalmente, con voce dubbiosa, disse: «C’è una copiosa offerta di manodopera a basso prezzo tra i Laici.»
Joe volse lo sguardo per il terminale. «Dall’aspetto di quella travatura reticolare direi che sono piuttosto traballanti nell’uso del regolo calcolatore.»
L’altro contrasse le labbra in dubbioso accordo. «E ovviamente i Druidi sono xenofobi a un altissimo livello. Una faccia nuova rappresenta una spia.»
Joe annuì, sogghignò. «L’ho notato. Il primo Druido che ho visto mi ha inveito contro aspramente. Mi ha chiamato spia Mang, qualunque cosa sia.»
L’uomo grassottello annuì. «È quello che sono io.»
«Un Mang… oppure una spia?»
«Entrambi. Ci sono ben pochi tentativi di segretezza. È dichiarato. Ogni Mang su Kyril è una spia. E la stessa cosa vale per i Druidi su Mangtse. I due mondi stanno lottando per la supremazia, economica al momento, e c’è grande rancore tra di noi.» Si sfregò il mento. «Vuoi un impiego, allora, con una remunerazione?»
«Corretto,» disse Joe. «Ma escluso lo spionaggio. Non intendo immischiarmi nella politica. Niente da fare. La vita è già troppo breve.»
Il Mang fece un gesto rassicurante. «Naturalmente. Ora come dicevo i Druidi sono una razza emotiva. Tortuosa. Forse possiamo giocare su queste qualità. Supponi di venire con me a Divinai. Ho un appuntamento con il Tearca del Distretto, e se mi vanto con lui del tecnico efficiente che ho preso al mio servizio…» Lasciò il resto della frase in sospeso, e ammiccò a Joe con occhi da gufo. «Da questa parte, allora.»
Joe lo seguì attraverso il terminale, lungo un’arcata fiancheggiata da botteghe fino all’area di parcheggio. Joe guardò la fila di aeromobili. Antichi modelli, pensò, costruzione imprecisa.
Il Mang gli fece cenno di salire sull’aeromobile più grande. «A Divinai,» disse all’autista che aspettava.
L’aeromobile si sollevò, inclinandosi sul paesaggio grigioverde. Nonostante l’apparente produttività della terra, la regione aveva su Joe un effetto sgradevole. I villaggi erano piccoli e rattrappiti, e strade e vicoli luccicavano di acqua stagnante. Nei campi si vedevano squadre di uomini — sei, dieci, venti — che tiravano l’aratro. Un paesaggio tetro e prosaico.
«Cinque bilioni di contadini,» disse il Mang, «i Laici. Due milioni di Druidi. E un Albero.»
Joe emise un suono non compromettente. Il Mang tacque. Sotto di loro le fattorie, caseggiati interminabili, quadrati, rettangoli, ognuno di un diverso tono di verde, di marrone o di grigio. Miriadi di capanne coniche dalle quali saliva un filo di fumo erano acquattate negli angoli dei campi. E più avanti l’Albero si levava grande e importante, sempre più alto, più nero, più massiccio.
Poi apparvero palazzi di pietra bianca riccamente decorati, annidati tra le radici sostenute da pilastri, e l’aeromobile scese sui tetti robusti. Joe scorse una foresta di balaustre traforate, intricati pannelli, lucernari a più luci con colonnine divisorie, grondoni, colonne, stipiti infiorati.
L’aeromobile atterrò su un piccolo appezzamento di terreno davanti a una struttura lunga e alta che ricordò vagamente a Joe il Palazzo di Versailles. Su ogni lato c’erano giardini ben curati, sentieri decorati a mosaico, fontane, statue. E dietro si levava l’Albero, con il fogliame che si apriva a un’altezza di diverse miglia.
Il Mang scese, si girò verso Joe. «Se togli il pannello laterale che racchiude il generatore di questo velivolo, e ti comporti come se stessi eseguendo una riparazione minore, credo che presto riceverai l’offerta per un impiego lucrativo.»
Joe disse, a disagio: «Ti stai prendendo un gran disturbo per uno straniero. Sei forse un… filantropo?»
Il Mang rispose allegramente: «Oh no. No, no! Agisco come se fossi spinto dal capriccio, ma non sono completamente disinteressato nelle mie azioni. Lascia che mi esprima così: se fossi chiamato a effettuare una riparazione non specificata, mi porterei appresso una varietà di attrezzi più ampia possibile.
«Perciò, nella mia… ah… missione trovo che molte persone hanno talenti speciali o conoscenze che si rivelano inestimabili. Ecco perché coltivo amicizie quanto mai vaste e cordiali.»
Joe sorrise a labbra strette. «È un’attività che ripaga?»
«Oh, certamente. E poi,» disse blandamente l’uomo grassottello, «la cortesia è di per sé una ricompensa. C’è una soddisfazione incalcolabile in una condotta servizievole. Ti prego di non considerarti vittima di obbligo alcuno.»
Senza esprimersi ad alta voce, Joe pensò: «Non mancherò.»
L’uomo grassottello si allontanò, e attraversò lo spiazzo fino a una grande porta di bronzo scolpito.
Joe esitò un momento. Poi, decidendo che non aveva nulla da perdere a seguire le istruzioni, smontò il pannello laterale. Una fascia di piombo lo fissava come un sigillo. Joe esitò un altro istante, poi spezzò la fascia e sollevò il pannello.
Si ritrovò a guardare in un meccanismo sorprendente. Era stato messo insieme con pezzi di recupero, fissato con viti isolanti su blocchi di legno, legato alla struttura con pezzi di corda. I fili elettrici erano esposti e non isolati. L’aggiustaggio del campo di forza era stato fatto con un cuneo di legno. Joe scosse la testa, stupito. Poi ripensando al volo dal terminale, sudò freddo.
L’uomo grassottello dalla pelle gialla gli aveva detto di comportarsi come se stesse riparando il motore. Joe vide che la finzione non sarebbe stata necessaria. La scatola elettrica era connessa alla metadina tramite una tubazione frettolosa e confusionaria. Joe sbrogliò il pasticcio, riorientò i poli, e unì i due gruppi con un collegamento corto e diretto.