Il nemico dei Vor [Brothers in Arms - es]
- Автор: Буджолд Лоис Макмастер
- Серия: Barrayar (it) #12
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0786-3
- Переводчик: Maria Cristina Pietri
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Il nemico dei Vor [Brothers in Arms - es]». Краткое содержание книги:
«E mi avete resuscitato?»
«Oh, no: sei andato a male… il peggior caso di ustioni da gelo mai visto.»
«Oh» Miles tacque, sconcertato e poi aggiunse con voce flebile, «Allora sono ancora morto? Posso avere i cavalli, al mio funerale, come il Nonno?»
«No, no, no, naturalmente no» starnazzò il dottor Galen sollecito come una chioccia, «non puoi morire, i tuoi genitori non lo permetterebbero mai. Abbiamo trapiantato il tuo cervello in un corpo di ricambio. Fortunatamente ce n’era uno a portata di mano. Aveva già un proprietario, ma non era quasi mai stato usato. Congratulazioni, sei di nuovo vergine. Sono stato in gamba ad avere già pronto il tuo clone, vero?»
«Il mio clo… mio fratello? Mark?» Miles balzò a sedere di colpo, staccando tutti i tubicini, tirò fuori il vassoio dal comodino e girandolo, si guardò in quella superficie di metallo lucido: una linea di grossi punti di sutura neri gli correva lungo la fronte. Si guardò le mani, voltandole inorridito. «Mio Dio, sono dentro un cadavere.»
«Se io sono qui, cosa ne avete fatto di Mark?» chiese a Galen. «Dove avete messo il cervello che stava in questa testa?»
Galen indicò accanto al letto.
Sul comodino c’era un grosso vaso di vetro, dentro il quale, come un fungo attaccato al gambo, galleggiava un cervello gommoso, morto e maligno, immerso in un liquido di conservazione denso e verdastro.
«No!» gridò Miles. «No, no, no!» Scese a fatica dal letto e afferrò il vaso; il liquido traboccò e gli bagnò le mani. Corse in corridoio, a piedi nudi, con le falde del camice da ospedale che svolazzavano dietro di lui. Ci dovevano essere dei corpi di ricambio, lì, quello era il Mil-Imp. E di colpo gli venne in mente dove ne aveva lasciato uno.
Si precipitò dentro una porta e si ritrovò nella sua navetta da combattimento che orbitava attorno a Dagoola IV. Il portello era spalancato e scardinato e fuori ribollivano nuvole nere striate da lampi gialli. La navetta sobbalzava e uomini e donne, feriti e coperti di fango, con uniformi da combattimento dendarii bruciacchiate e strappate, scivolavano, urlavano e imprecavano. Trascinandosi con passo incerto, sempre tenendo stretto il vaso, Miles uscì dal portello.
Per un po’ galleggiò e per un po’ cadde. Un donna precipitò accanto a lui, urlando e agitando le mani, ma Miles non poteva afferrarla, non poteva mollare il vaso. La donna si schiantò al suolo.
Miles atterrò in piedi, con le ginocchia che tremavano e per poco non fece cadere il vaso. Il fango era spesso, nero e gli arrivava alle ginocchia.
La testa e il corpo del tenente Murka giacevano dove lui li aveva lasciati sul campo di battaglia. Con mani fredde e tremanti, Miles estrasse il cervello dal vaso e cercò di infilare il midollo allungato nel buco aperto nel collo dal fucile al plasma, ma questo rifiutava caparbiamente di entrare.
«Tanto non ha lo stesso una faccia» commentò in tono critico la testa del tenente Murka, pochi passi più in là. «Sarà brutto come il peccato, se andrà in giro con quell’affare che sporge dal mio corpo.»
«Sta zitto, tu non hai diritto di voto, sei morto» sbraitò Miles. Il cervello viscido gli scivolò tra le dita e finì nel fango. Miles lo raccattò e cercò goffamente di togliere quella mota nera strofinandola con la manica dell’uniforme da ammiraglio dendarii, ma il tessuto ruvido graffiò le circonvoluzioni del cervello di Mark, danneggiandolo. Senza farsi vedere, rimise a posto il tessuto cerebrale, sperando che nessuno se ne accorgesse e tentò di nuovo di infilare il midollo allungato nel collo.
Miles aprì gli occhi di colpo, con il fiato corto. Tremava ed era sudato da capo a piedi. La lampada brillava impietosa e immutata dal soffitto della cella, la panca era dura e fredda contro la sua schiena. «Oh, Dio, grazie» esalò con un filo di voce.
In piedi accanto a lui, con un’espressione preoccupata in volto, c’era Galeni, che si appoggiava alla parete per sostenersi. «Si sente bene?»
Miles deglutì e trasse un profondo respiro. «Se svegliarsi in questo posto è un sollievo, allora ho fatto proprio un brutto sogno.»
Con una mano accarezzò la panca solida e fredda, mentre con l’altra si toccava la fronte: non c’erano punti di sutura, anche se la sensazione era quella che qualche interno del primo anno avesse fatto pratica di chirurgia con la sua testa. Sbatté le palpebre, chiuse gli occhi, li riaprì e con un sforzo si sollevò su un gomito. Aveva la mano sinistra gonfia e dolorante. «Cosa è successo?»
«È stato un pareggio. Una delle guardie e io ci siamo storditi a vicenda, ma sfortunatamente restava ancora l’altra. Mi sono svegliato circa un’ora fa, l’ho preso a carica massima. Non so quanto tempo sia passato.»
«Troppo. Però valeva la pena provare. Maledizione.» Si trattenne appena in tempo dal battere il pugno sulla panca per la frustrazione. «C’ero così vicino, lo avevo quasi.»
«La guardia? A me sembrava che fosse il contrario.»
«No, il mio clone. Mio fratello. O quello che è.» Gli tornarono in mente le immagini del sogno e rabbrividì. «Un tipo ombroso. Credo che abbia paura di finire in un vaso.»
«Eh?»
«Ohi!» Cercò di mettersi a sedere, ma la carica dello storditore gli aveva lasciato una sensazione di nausea, e i muscoli delle braccia e delle gambe si contraevano a scatti. Galeni, in condizioni non certo migliori delle sue, si trascinò di nuovo sulla sua panca.
Qualche tempo dopo, la porta si aprì. Il pranzo, pensò Miles.
«Fuori, tutti i due» disse la guardia indicando con lo storditore. Alle sue spalle, ma fuori portata, una seconda guardia armata. A Miles non piacquero le espressioni sui loro volti: una era pallida e severa, l’altro sorrideva nervoso.
«Capitano Galeni» disse Miles con voce un po’ più stridula di quanto avrebbe voluto, «credo che sarebbe il momento buono per parlare a suo padre, adesso.»
Una vasta gamma di espressioni passò sul volto di Galeni: rabbia, ostinazione, ammirazione, dubbio.
«Da questa parte» disse una delle due guardie indicando con il fucile il tunnel di discesa. Scesero fino al garage.
«Lei lo può fare, io no» lo incitò Miles in un sussurro pressante.
Galeni emise un sibilo che era di frustrazione, acquiescenza, determinazione e mentre entravano nel garage, si rivolse di colpo alla più vicina delle guardie e sbottò di malavoglia: «Desidero parlare con mio padre.»
«Non può.»
«Credo che le convenga portarmi da lui.» La voce di Galeni era decisa e pericolosa.
«Non sta a me deciderlo: ci ha dato degli ordini e se n’è andato. Non è qui.»
«Chiamatelo.»
«Non mi ha detto dove andava» rispose la guardia con voce tesa e seccata. «E anche se lo avesse fatto, non lo chiamerei comunque. Mettetevi lì, vicino a quel velivolo.»
«Come avete intenzione di farci fuori?» chiese Miles all’improvviso. «Sono davvero curioso di saperlo. Fate conto che sia il mio ultimo desiderio.» Si avvicinò lentamente al velivolo, mentre con gli occhi cercava un posto, qualunque posto, in cui potersi riparare. Se fosse riuscito a girare intorno, a mettersi al riparo prima che sparassero…
«Dobbiamo stordirvi, portarvi in volo sulla costa meridionale e lasciarvi cadere in acqua» spiegò la guardia. «Se per caso i pesi si slegassero, e tornaste a riva, l’autopsia mostrerebbe solo che siete annegati.»
«Non proprio un sistema pratico» commentò Miles. «Però immagino che per voi sia il modo più facile.» Quegli uomini non erano degli assassini professionisti, Miles ne era certo. Però c’è una prima volta per tutto. Quel pilastro là in fondo non era abbastanza largo per bloccare una scarica di storditore.
Quei ferri e quegli strumenti sulla parete là in fondo presentavano delle possibilità… sentì le gambe tendersi spasmodiche…