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Il nemico dei Vor [Brothers in Arms - es]

Электронная книга - «Il nemico dei Vor [Brothers in Arms - es]». Краткое содержание книги:

Miles e i suoi Dendarii hanno appena portato a termine con successo una missione di salvataggio in un campo di prigionia, suscitando le ire dell’impero di Cetaganda (come raccontato in L’eroe dei Vor); la flotta cerca allora rifugio sulla Terra, dove Miles dovrà barcamenarsi tra le sue due identità, quella di Tenete Lord Miles Vorkosigan di Barrayar e quella di Ammiraglio Naismith, comandante dei mercenari Dendarii. A complicare il tutto (come se ce ne fosse bisogno) ci si metterà un complotto Komarrano volto a prendere il comando di Barrayar sostituendo Miles con un clone.
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Il clone aprì la bocca, la richiuse e restò in silenzio arrossendo un po’.

Miles si lasciò quasi sfuggire un sorriso. «Adesso lo vedi il bivio, eh?» disse piano. «La pecca nella logica? Chi parte dal presupposto che tutto è bugia, sbaglia almeno quanto chi crede che tutto sia vero. Se non ci sono garanzie che ti soddisfanno, forse il problema non è nella garanzia, ma in te. E tu sei il solo che possa farci qualcosa.»

«Cosa posso fare?» mormorò il clone, mentre un dubbio angoscioso gli balenava per un attimo nello sguardo.

«Fai una prova» sussurrò Miles.

Il clone era immobile. Miles dilatò le narici: era vicino, era così vicino… l’aveva quasi…

La porta si spalancò con violenza e Galen, furibondo e scuro in volto, entrò a precipizio seguito dalle due guardie sorprese.

«Maledizione, il tempo…!» sibilò il clone, sollevando il mento e raddrizzando la schiena con aria colpevole.

Maledizione al tempismo! gridò Miles dentro di sé. Se avesse avuto ancora un paio di minuti…

«Cosa diavolo credi di fare?» domandò Galen, con voce stridula di rabbia.

«Di migliorare le mie probabilità di sopravvivere su Barrayar per più di cinque minuti, spero» rispose gelido il clone. «Anche per i tuoi scopi hai bisogno che resti in vita per un certo periodo, no?»

«Ti avevo detto che era pericoloso, troppo maledettamente pericoloso!» Galen stava quasi urlando. «È una vita che combatto i Vorkosigan: sono i più subdoli propagandisti che mai abbiano ammantato la cupidigia personale con lo pseudopatriottismo. E anche questo è uscito dallo stesso stampo. Le sue menzogne ti confonderanno, ti intrappoleranno… è un subdolo piccolo bastardo, che non perde mai di vista il suo scopo.»

«Ma il genere di bugie che ha scelto è stato molto interessante.» Il clone passeggiava nervoso, tirando calci al tappeto, con un’espressione che era a metà tra la sfida e le scuse. «Tu mi hai fatto studiare come si muove, come parla, come scrive, ma non ho mai capito fino in fondo come pensa.»

«E adesso?» chiese Galen con voce pericolosamente dolce.

Il clone scrollò le spalle. «È un pazzo. Penso che creda veramente alla sua propaganda.»

«La domanda è: tu ci credi?»

Tu ci credi, vero? pensò Miles disperato.

«Certo che no.» Il clone sbuffò e sollevò il mento. Twang.

Galen fece un cenno del capo in direzione di Miles, richiamando le guardie con un’occhiata. «Riportatelo in cella.» E rimase a guardare diffidente mentre i due lo slegavano e lo trascinavano via. Miles vide il clone, dietro le spalle di Galen, che fissava il pavimento, continuando a strisciare uno stivale sul tappeto.

«Tu ti chiami Mark!» gli gridò Miles prima che la porta si chiudesse. «Mark!»

Galen digrignò i denti e lo colpì, un pugno istintivo, non scientifico, diretto. Tenuto fermo dalle due guardie, Miles non poté schivarlo, ma riuscì a girare la testa quel tanto che bastava perché Galen non gli frantumasse la mascella e per sua fortuna Galen, riguadagnata una parvenza di controllo, scosse la mano dolorante e non lo colpì ancora.

«Quello era per me o per lui?» si informò dolcemente Miles, mentre il dolore si estendeva su tutto il volto.

«Chiudetelo a chiave» ringhiò Galen, «e non lasciatelo più uscire fino a quando io personalmente non ve lo ordinerò.» Girò su se stesso e rientrò nello studio.

Due contro due fu il pensiero di Miles mentre le guardie lo facevano scendere al livello inferiore. O per lo meno, due contro uno e mezzo. Non avrò mai più una possibilità come questa e ormai il margine di tempo si è ridotto.

Quando la porta della cella si aprì, Miles vide Galeni addormentato sulla panca, nell’atteggiamento disperato, cupo e rinunciatario dell’uomo che sfugge al dolore nell’unico modo che gli resta. Aveva passato quasi tutta la notte precedente a camminare su e giù per la cella, in silenzio, in preda ad un’agitazione quasi frenetica… e il sonno che allora lo aveva eluso lo aveva reclamato adesso. Stupendo. Adesso, proprio nel momento in cui Miles aveva bisogno che fosse in piedi e pronto a scattare come una molla.

Ma doveva provare lo stesso. «Galeni!» gridò. «Adesso, Galeni! Forza!»

E al tempo stesso si tuffò in avanti, per colpire la mano che teneva lo storditore. Sentì una delle sue dita spezzarsi, ma riuscì ugualmente a far cadere lo storditore e a spingerlo sul pavimento verso Galeni, che si era alzato dalla panca e veniva verso di lui con passo incerto e pesante. Nonostante fosse ancora mezzo addormentato, il capitano reagì in fretta e con precisione, gettandosi verso lo storditore, afferrandolo e rotolando su se stesso fuori dalla linea di tiro.

La guardia che teneva Miles gli mise un braccio attorno al collo e lo sollevò da terra, voltandolo verso l’altra guardia. Il piccolo rettangolo grigio della bocca dell’arma era così vicino alla sua faccia che Miles dovette storcere gli occhi per metterlo a fuoco. Quando il dito della guardia komarrana si strinse sul grilletto, la bocca dello storditore esplose in mille frammenti e la testa di Miles parve esplodere in un’ondata di dolore e di luci colorate.

CAPITOLO UNDICESIMO

Si svegliò in un letto di ospedale, ambiente sgradevole, ma purtroppo familiare. Fuori dalla finestra, in lontananza, le torri di Vorbarr Sultana, la capitale di Barrayar, emanavano uno strano scintillio verde nell’oscurità. Quindi si trovava al Mil-Imp allora, l’ospedale Militare Imperiale, in una stanza disadorna nello stesso stile severo di quelle che aveva conosciuto da bambino, quando non faceva che entrare e uscire dai laboratori clinici e dalla chirurgia per le sue dolorose terapie, tanto che il Mil-Imp era diventato per lui quasi una seconda casa.

Entrò un medico sulla sessantina, con i capelli grigi, il volto pallido solcato da rughe, il corpo appesantito dall’età. Sulla targhetta c’era scritto Dr. Galen e mentre camminava, nella tasca del camice le siringhe ipodermiche sbattevano tra loro.

«Ah, sei sveglio» esclamò contento il dottore. «Questa volta non ci scapperai via di nuovo, vero?»

«Scappare?» Era collegato a tubicini, fleboclisi e fili di sensori, gli sembrava difficile poter andare da qualche parte.

«Catatonia, il mondo delle nuvole, dei sogni. Per farla breve, pazzia. D’altra parte, immagino che tu non possa che andare là, no? È il male di famiglia, ce l’avete nel sangue.»

Nelle orecchie, Miles udì i suoi globuli rossi che si sussurravano l’un l’altro migliaia di segreti militari, piroettando ubriachi in una danza campestre con le molecole di penta-rapido che sventolavano verso di lui i gruppi di ossidrili come sottovesti di pizzo. Sbatté le palpebre e quell’immagine svanì.

Galen frugò nella tasca con una mano e il suo viso cambiò espressione. «Ahi!» strillò, ritraendo di scatto la mano e scrollando via una siringa. «Questo stupido pidocchietto ha punto me» esclamò succhiandosi il pollice. Guardò il pavimento dove la giovane siringa ipodermica si aggirava incerta e confusa sulle sue zampette di metallo e la schiacciò sotto un piede. Con un flebile squittio, la siringa morì.

«Questi episodi di instabilità mentale non sono insoliti in un criocadavere rianimato, naturalmente. Lo supererai» lo rassicurò il dottor Galen.

«Ero morto?»

«Ammazzato, sulla Terra. Sei rimasto un anno in animazione sospesa.»

Per quanto fosse strano, Miles ricordava perfettamente quella parte: sdraiato in una bara di vetro, come la principessa delle favole vittima di un crudele incantesimo, mentre figure spettrali scivolavano silenziose al di là dei pannelli congelati.

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