Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
«Fortuna» mormorò Davos.
Verso il fondo della caotica sala comune, Salladhor Saan stava mangiando uva da un’ampia ciotola di legno. Quando riconobbe Davos, gli fece cenno di avvicinarsi: «Siedi con me, ser cavaliere. Assaggia un chicco, anzi due. Sono dolcissimi».
Il navigatore lyseniano era un uomo asciutto e sorridente, le cui stravaganze erano leggendarie su entrambe le sponde del mare Stretto. Quel giorno, indossava un’appariscente tunica di fili d’argento, le cui maniche estese a losanga erano talmente lunghe da arrivare a toccare il pavimento. I bottoni di giada dell’indumento erano intagliati a forma di scimmia. Sulla sua fitta capigliatura di riccioli bianchi era appoggiato un berretto a punta ornato di un ventaglio di piume di pavone.
Davos aggirò tavoli affollati di clienti vocianti e riuscì a conquistarsi una sedia libera. Quando ancora non era cavaliere, aveva spesso acquistato interi carichi da Salladhor Saan. Era anche lui un contrabbandiere, Salladhor Saan, oltre a essere un mercante, un banchiere e un celebre pirata, il tutto coronato dalla sua autoproclamazione quale principe del mare Stretto. “Quando un pirata diventa abbastanza ricco, fanno di lui un principe.” In effetti, era stato Davos a compiere la traversata fino a Lys per reclutare il vecchio filibustiere alla causa di lord Stannis.
«Non hai visto bruciare gli dei, mio lord?» esordì Davos.
«I preti rossi hanno un grande tempio a Lys. Oggi bruciano questo, domani bruciano quello, sempre ululando al loro R’hllor. Quanto mi tediano con i loro fuochi. Ben presto cominceranno a tediare anche Stannis, o almeno così si spera.» A Salladhor Saan sembrava non importare affatto che qualcuno potesse udirlo. Continuò a mangiare la sua uva, del tutto imperturbabile, facendo riaffiorare i semi sul labbro inferiore e quindi spazzandoli via con il polpastrello dell’indice. «La mia Uccello del paradiso è attraccata ieri, mio buon ser, ma non è una nave da guerra, è un vascello mercantile. E ha fatto scalo ad Approdo del Re. Sicuro di non volere un po’ di quest’uva?» Sorridendo, fece oscillare un piccolo grappolo sotto il naso di Davos. «Nella città, i bambini hanno fame, si dice.»
«È birra che voglio, e notizie.»
«Gli uomini della terra dell’Occidente vanno sempre di fretta» si lamentò Salladhor Saan. «E io ti domando, a che serve? Chi attraversa la vita di fretta, si affretta verso la tomba.» Ruttò. «Il lord di Castel Granito ha mandato quel suo nano a sorvegliare Approdo del Re. Forse spera che la sua brutta faccia metta paura agli assalitori, eh? O che forse noi si finisca a crepare dalle risate quando il Folletto farà la sua comparsa sui merli della Fortezza Rossa, chi può dire? Il nano ha cacciato il grasso idiota che comandava le cappe dorate e ha messo al suo posto un cavaliere con una mano di ferro.» Il pirata strinse un acino d’uva tra il pollice e l’indice fino a farlo scoppiare. La polpa colò lungo le sue dita.
Una serva si aprì la strada nella calca, cercando di evitare le mani che le s’infilavano da tutte le parti. Davos ordinò un boccale di birra al malto e tornò a volgersi verso Salladhor Saan: «Come è difesa la città?».
«Le mura sono alte e solide.» Il lyseniano scrollò le spalle. «Ma chi combatterà su di esse? Stanno costruendo scorpioni e sputafuoco, certo, ma gli uomini dalle cappe dorate sono troppo pochi e troppo inesperti. E non c’è nessun altro. Un rapido attacco, come quello di un falco che piomba su una lepre, e la città sarà nostra. Se il vento riempirà le nostre vele, il tuo re sarà seduto sul Trono di Spade dalla sera alla mattina. Potremmo far mettere al nano un berretto a sonagli e punzecchiargli le guance con le punte delle nostre spade per convincerlo a fare un bel balletto per noi. Chissà, il nostro benevolo sovrano porrebbe addirittura farmi dono della bella regina Cersei, affinché mi scaldi il letto per una notte. È da troppo tempo che sto lontano dalle mie mogli, e tutto per servire Stannis Baratheon.»
«Mogli? Tu non hai mogli, pirata» disse Davos. «Hai solamente concubine. Quanto a servire Stannis, sei stato profumatamente pagato per ogni giornata e per ogni nave.»
«Pagato in promesse» ribatté acidamente Salladhor Saan. «È oro che voglio, mio buon cavaliere.» Si mise in bocca un altro chicco d’uva. «Non parole scritte su pergamena.»
«Avrai il tuo oro quando avremo in pugno il tesoro di Approdo del Re. Nessun uomo dei Sette Regni è più onorevole di Stannis Baratheon. Manterrà la sua parola.» Mentre pronunciava quelle frasi, Davos rifletté: “Questo mondo è corrotto senza speranza, se contrabbandieri da sentina devono rendersi garanti dell’onore dei re”.
«Così Stannis ha detto e ripetuto» assentì Salladhor Saan. «Per cui io dico: facciamola, questa guerra. Nemmeno quest’ottima uva è più matura di Approdo del Re, vecchio amico mio.»
La serva tornò con la birra e Davos le diede una moneta di rame. «Noi potremmo anche conquistare Approdo del Re» bevve un sorso «ma quanto a lungo saremmo in grado di tenerla? Tywin Lannister è a Harrenhal con un grande esercito, quanto a lord Renly…»
«Ah, sì, il fratello più giovane» annuì Salladhor Saan. «La storia che lo riguarda non è troppo incoraggiante, amico mio. Re Renly ha grandi progetti. Mi correggo: qui lui è lord Renly, chiedo venia. Talmente tanti re, che sono stanco di pronunciare questa parola. Il fratello Renly ha lasciato Alto Giardino con la sua bella e giovane regina, con i suoi cavalieri di fiori e dell’arcobaleno, più un grande esercito di fanteria. Stanno risalendo a piedi la strada del Re, diretti alla stessa grande città di cui noi stiamo parlando.»
«Ha portato con sé la sua sposa?»
«Non mi è stato detto perché.» Salladhor Saan scrollò nuovamente le spalle. «Forse non sopporta di stare lontano dalla calda tana tra le cosce della fanciulla, sia pure per una notte. O forse è assolutamente certo della vittoria.»
«Di questo dev’essere informato il re.»
«Ho già provveduto, buon cavaliere. Per quanto, ogni volta che mi trovo al suo cospetto, sua maestà aggrotta la fronte in modo tanto minaccioso da indurre in me tremiti d’inquietudine. Cosa pensi, gli sarei forse più gradito se indossassi una rozza camicia e non sorridessi mai? Ebbene, non intendo farlo. Sono un uomo onesto, e lui dovrà quindi sopportarmi nelle mie sete e nel mio satin. Diversamente, porterò le mie navi dove sono meglio apprezzato. Quella spada, amico mio, non è la Portatrice di luce.»
«Spada?» L’improvviso cambio di argomento mise Davos a disagio. «Quale spada?»
«Quella estratta dalle fiamme, ricordi? Gli uomini mi raccontano tutto, forse sarà per il mio sorriso accattivante! In che modo una spada bruciata aiuterà l’ascesa di Stannis?»
«Non una spada bruciata, Salladhor» lo corresse Davos. «Una spada che brucia.»
«Bruciata» insistette Salladhor Saan. «E tu, mio buon amico, sii grato che sia così. Conosci la storia di come venne forgiata la Portatrice di luce? Permetti che t’illumini. Era un’epoca il cui il mondo era avvolto in profonde tenebre. Per opporsi all’oscurità, un eroe deve avere una spada degna di un eroe, oh sì, una spada come non ne è mai esistita l’eguale. E così, per trenta giorni e trenta notti, Azor Ahai si sfinì nella forgia del suo tempio, creando dai fuochi sacri una lama prodigiosa. Calore e martello e piegatura, calore e martello e piegatura, oh sì, fino a quando la spada non fu finalmente pronta. Eppure, quando Azor Ahai immerse l’acciaio nell’acqua per temprarlo, questo si spezzò in mille frammenti.