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I racconti inediti

Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:

L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».
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Improvvisamente comprese la funzione del gioiello. Era il punto focale del dio, accentrava miriadi di forze. Senza il gioiello, il dio era un tumulto di volontà conflittuali, di impulsi errabondi.

Kelly sentì i pensieri trionfanti dell’Antagonista. E lui stesso sentì un’esultanza mai conosciuta prima. Il freddo commento del Leader lo riportò in sé.

«Sembra che tu abbia vinto la contesa.» Ci fu una pausa. «In assenza di opposizione esaudiremo ogni tua richiesta.» Nei suoi pensieri non c’era interesse alcuno per il decentralizzato Han. Il fumo nero si stava dissipando, Han non era altro che un ricordo. «Già ci hai provocato un grande ritardo. Abbiamo il problema di…» l’ormai familiare confusione di idee, che però questa volta Kelly vagamente comprese. Sembrava esserci un vortice di universi in possesso di una coscienza, potente quanto o forse più degli dei, che stava procedendo su una rotta che avrebbe potuto rivelarsi scomoda. C’erano capacità, e un mucchio di fattori contributivi.

«Ebbene,» disse Kelly, «vorrei che spostaste il pianeta da dove sono venuto nella sua vecchia orbita attorno a Magra Taratempos. Se sapete di quale pianeta e di quale stella sto parlando.»

«Sì.» Il Leader fece un piccolo sforzo. «Il mondo che hai menzionato si muove nella sua orbita precedente.»

«E se i sacerdoti Han riattraversano il portale e vogliono che venga spostato ancora?»

«Il portale non esiste più. Era tenuto aperto da Han; quando Han si è dissolto, il portale si è chiuso… Sono questi tutti i tuoi desideri?»

La mente di Kelly girò a vuoto, si trasformò in un caos. Questa era la sua occasione. Ricchezza, longevità, potere, conoscenza… Ma i pensieri non volevano formarsi, e c’erano maledizioni legate ai doni non naturali.

«Vorrei tornare a Bucktown sano e salvo…»

Kelly si ritrovò nel bagliore del mondo esterno. Era sulla collina sopra a Bucktown, e respirava l’aria salmastra delle paludi. Su di lui splendeva un caldo sole bianco: Magra Taratempos.

Si accorse di un oggetto che teneva stretto in mano. Era il gioiello che aveva strappato dalla nuca di Han. E in tasca ce n’erano altri due.

Dall’altra parte della città vide la costruzione azzurra di acciaio inossidabile. Cosa avrebbe dovuto dire a Herli e Mapes? Avrebbero creduto la verità? Guardò i tre gioielli. Uno era per il giovane collo abbronzato di Lynette Mason. Gli altri due avrebbe potuto venderli sulla Terra… Meglio parlarne con Lynette. Lei gli avrebbe creduto. Lei l’avrebbe ascoltato rapita raccontare come aveva combattuto il Grande Dio Han…

IL FIGLIO DELL’ALBERO

Uno scampanio vivace e penetrante suonò in duecento menti, ruppe duecento bolle di sonno ipnotico.

Joe Smith si svegliò senza sonnolenza. Era costretto, avvolto come un bozzolo. Si irrigidì, lottò, poi lo spasmo di allarme si acquietò. Si rilassò, scrutò intensamente nell’oscurità.

L’aria era muschiosa e umida di corpi caldi, corpi di molti uomini, sopra, sotto, a destra e a sinistra, che si contorcevano, tiravano, lottavano con la rete elastica.

Joe giacque supino. La sua mente riprese una sequenza di pensiero lasciata in sospeso tre settimane prima. Ballenkarch? No… non ancora. Ballenkarch era ancora lontano, lontano sulle frange. Quello doveva essere Kyril, il mondo dei Druidi.

Un suono sottile e lacerante. L’amaca si aprì lungo una cucitura magnetica. Joe si lasciò scivolare sulla passerella. Aveva le gambe flosce e molli. I suoi muscoli avevano ben poco tono dopo tre settimane passate sotto ipnosi.

Percorse la passerella fino alla scala a pioli, scese sul ponte principale, uscì dal portello. A una scrivania era seduto un giovane di sedici anni dalla carnagione scura e gli occhi grandi e intelligenti, che indossava un camiciotto da marinaio di pliofano tanè e azzurro. «Nome, prego?»

«Joe Smith.»

Il giovane fece un visto su un elenco, indicò il corridoio con un cenno. «Prima porta per le misure igieniche.»

Joe fece scorrere la porta, entrò in una stanzetta densa di vapore acqueo e antisettico. «Via i vestiti,» strillò una donna dalla voce metallica in calzoncini da bagno aderenti. Era magra come un lupo, e la pelle azzurro cupo era striata da rivoli di sudore. Gettò via con un gesto violento l’ampio indumento che Joe aveva ricevuto in dotazione dai magazzini della nave, poi si tirò indietro e spinse un bottone. «Occhi chiusi.»

Getti di soluzione detergente gli sferzarono il corpo. Diverse pressioni, diverse temperature, e i suoi muscoli cominciarono a risvegliarsi. Una raffica di aria calda lo asciugò, e la donna, con una pacca noncurante, lo diresse verso una camera adiacente, dove poté radersi la barba ispida, aggiustarsi i capelli e infine indossare il camiciotto e i sandali che apparvero in una tramoggia.

Quando lasciò la stanza un cameriere di bordo lo fermò, gli puntò un ugello contro la coscia e gli soffiò sotto la pelle un assortimento di vaccini, antitossine, tonificanti e stimolanti muscolari. Così fortificato, Joe lasciò la nave, uscì su una piattaforma, scese una rampa fino al suolo di Kyril.

Trasse un profondo respiro di fresca aria planetaria e si guardò attorno. Il cielo era coperto di nubi perlacee. Un paesaggio lungo e dolcemente ondulato, quadrettato da minuscole fattorie, si perdeva in lontananza fino all’orizzonte, e là, come un tremendo pennacchio di fumo, si levava l’Albero. I contorni erano sfocati dalla distanza e il fogliame superiore si confondeva con le nubi, ma non ci si poteva sbagliare. L’Albero della Vita.

Attese un’ora che il suo passaporto e i vari documenti di identificazione venissero controllati e controfirmati in un piccolo ufficio a vetrate sotto la piattaforma di imbarco. Poi poté sdoganare e attraversare il campo fino al terminale, una struttura rococò di massiccia pietra bianca, riccamente scolpita e ornata di intricati intagli.

Al cancelletto girevole che consentiva di superare la parete di vetro c’era un Druido che assisteva oziosamente allo sbarco. Era alto, un magro nervoso, con una pelle pallida e fine come l’avorio. Il viso era controllato, aristocratico, i capelli nero giaietto, gli occhi neri e severi. Indossava una scintillante corazza di metallo smaltato, una veste sontuosa che cadeva in pieghe elaborate fin quasi a terra, orlata di fregi ricamati con un filo d’oro. Sul suo capo era posato un elaborato elmo, composto da cuspidi e piani di metalli diversi abilmente incastrati.

Joe consegnò l’autorizzazione di passaggio all’impiegato seduto alla scrivania del cancelletto.

«Nome prego.»

«È sull’autorizzazione.»

L’impiegato corrugò la fronte, scribacchiò qualcosa. «Affari su Kyril?»

«In visita temporanea,» disse Joe brevemente. Aveva discusso a lungo di se stesso, dei suoi antecedenti, e dei suoi affari con l’impiegato dell’ufficio di sbarco. Quel nuovo interrogatorio gli sembrava un’inutile seccatura. Il Druido girò la testa, lo guardò dall’alto in basso. «Spie, nient’altro che spie!» Emise un suono sibilante sottovoce, e si allontanò.

Ma qualcosa nel contegno di Joe l’aveva colpito. Tornò indietro. «Ehi tu,» disse in tono di petulante irritazione.

Joe si voltò. «Sì?»

«Chi è il tuo garante? Chi servi?»

«Nessuno. Sono qui per motivi personali.»

«Non essere ipocrita. Tutti spiano. Perché fingere altrimenti? Tu mi fai andare in collera. Ebbene, chi servi?»

«La verità della faccenda è che io non sono una spia,» disse Joe mantenendo un tono di leggera cortesia nella voce. L’orgoglio era il primo lusso che un vagabondo doveva abbandonare.

Il Druido sorrise con un esagerato cinismo nelle labbra sottili. «Perché mai allora saresti venuto su Kyril?»

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