La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]
- Автор: Черри Кэролайн Джэнис
- Серия: Lega e Confederazione #3
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Club degli Editori
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
Ricorderà certe cose, gli aveva detto il dottore, quando avevano smesso di dargli le pillole. Ma potrà vederle con distacco. Ricordare certe cose.
Damon tornò, portando due tazze; sedette e gliene porse una. Era succo di frutta e qualcosa d’altro, con ghiaccio e zucchero. Gli calmò lo stomaco. — Arriverai tardi in ufficio — ricordò.
Damon alzò le spalle e non disse niente.
— Mi piacerebbe… — Josh balbettò, con un senso di vergogna. — Mi piacerebbe invitare a cena te ed Elene. Adesso ho un lavoro. Ho messo da parte qualche credito.
Damon lo studiò per un momento. — D’accordo. Lo chiederò a Elene.
Josh si sentì molto meglio. — Vorrei — aggiunse, — tornare a casa da solo.
— Come vuoi.
— Avevo bisogno di sapere… che cosa ricordo. Scusami.
— Sono preoccupato per te — disse Damon, e Josh si sentì profondamente commosso.
— Ma posso andare da solo.
— Per quando fissiamo la cena?
— Decidete tu ed Elene. Io non ho molti impegni.
Non era gran che, come spiritosaggine. Damon sorrise, finì di bere. Josh trangugiò l’ultimo sorso e si alzò. — Grazie.
— Parlerò con Elene. Domani ti farò sapere. Prendila con calma. E chiamami, se hai bisogno di qualcosa.
Josh annuì, si voltò e si avviò tra la gente che… poteva… riconoscere la sua faccia. Come quelli sui moli, nel suo ricordo. La folla. Non era la stessa cosa. Era un mondo diverso, e lui stava camminando su di esso, lungo la sua porzione di corridoio come se avesse scoperto di esserne il proprietario… si diresse verso l’ascensore insieme a coloro che erano nati su Pell, e rimase in attesa insieme a loro come se fosse una cosa normale.
L’ascensore arrivò. — Verde sette — disse Josh, quando la ressa, all’interno, lo isolò dal pulsante, e qualcuno, gentilmente, lo premette per lui. Spalla a spalla nell’ascensore. Si sentiva bene. L’ascensore lo portò al suo livello. Si fece largo, scusandosi, tra gli altri passeggeri che non avevano tempo di badare a lui, e si avviò per il corridoio, verso il ricovero.
— Talley — disse qualcuno, facendolo trasalire. Guardò sulla destra: erano guardie della sicurezza, in uniforme. Uno degli uomini gli rivolse un cenno amichevole; il suo cuore batté più forte, poi si calmò. Era una faccia vagamente familiare. — Adesso vive qui? — gli chiese la guardia.
— Sì — rispose lui, e poi, in tono di scusa: — Non ricordo bene… quello che è successo prima. Forse lei era là, quando sono arrivato.
— Sì — disse la guardia. — Sono contento di vedere che adesso sta bene.
Lo disse con convinzione. — Grazie — disse Josh; continuò per la sua strada, e le guardie per la loro. L’oscurità che si era addensata si diradò.
Aveva creduto che fossero tutti sogni. Ma non l’ho sognato, pensò. È accaduto davvero. Passò davanti al banco nell’ingresso del ricovero, lungo il corridoio interno, fino al numero 18. Usò la sua scheda. La porta si aprì, e Josh entrò nel suo rifugio, una stanza semplice, senza finestre… un privilegio raro, a giudicare da quello che aveva saputo dell’affollamento. Anche quello era merito di Damon.
Solitamente, lui accendeva il video, e usava quel rumore per riempire la stanza di voci, perché i sogni venivano a riempire i silenzi.
Ma questa volta sedette sul letto e rimase così, in silenzio, frugando tra i sogni e i ricordi come se fossero ferite parzialmente rimarginate. La Norway.
Signy Mallory.
Mallory.
Non c’erano complicazioni. Jon rimase nel suo ufficio, il più interno di tutti, ricevette le solite chiamate, esaminò le pratiche e i rapporti dei magazzini, mentre una parte della sua mente era tormentata dal pensiero di che cosa avrebbe dovuto fare, se fosse accaduto il peggio.
Restò in ufficio più a lungo del solito, dopo che le luci si furono abbassate sui moli, e dopo che quasi tutto il personale del primo turno se ne fu andato al termine dell’attività del primogiorno… tranne pochi impiegati, nell’altro ufficio, per rispondere alle chiamate e mandare avanti il lavoro fino all’arrivo del personale dell’altergiorno. La Swan’s Eye partì indisturbata alle 14.46; l’Annie e i Kulin partirono con i documenti di Vittorio alle 17.03, senza altre formalità oltre alle solite richieste sui piani di volo, per la milizia. Jon Lukas respirò con maggiore tranquillità.
E quando l’Annie fu ormai lontana dalla stazione, al di là di ogni ragionevole possibilità di protesta, prese la giacca, chiuse l’ufficio e si avviò verso casa.
Alla porta usò la sua scheda, perché anche il minimo dettaglio risultasse in regola, per il computer… trovò Jessad e Hale seduti uno di fronte all’altro, in silenzio, nel suo soggiorno. Era pronto il caffè, un aroma invitante dopo la tensione del pomeriggio. Si lasciò cadere sulla poltrona rimasta libera, prendendo possesso di casa sua.
— C’è un po’ di caffè? — disse rivolto a Bran Hale. Hale aggrottò la fronte e si alzò per portarglielo. Poi, a Jessad: — È stato un pomeriggio noioso?
— Sì — disse sottovoce Jessad. — Ma il signor Hale ha fatto del suo meglio.
— Avete avuto difficoltà per arrivare qui?
— Nessuna — disse Hale, dalla cucina. Portò il caffè, e Jon lo sorseggiò e si accorse che Hale stava aspettando.
Doveva mandarlo via… e restare solo con Jessad. Non era una prospettiva piacevole. — Le sono grato della sua discrezione — disse a Hale. Poi, cautamente: — Come ha capito, si sta preparando qualcosa. Ha molto da guadagnarci, non solo in termini finanziari. Ma cerchi di evitare che Lee Quale chiacchieri troppo. Le farò sapere di più in seguito. Vittorio è partito. Dayin è… perduto. Ho bisogno di un collaboratore fidato e intelligente. Mi capisce, Bran?
Hale annuì.
— Ne riparleremo domani — disse Jon, sottovoce. — Grazie.
— È tutto a posto qui? — chiese Hale.
— Se ci sarà qualche problema — disse Jon, — ci penserà lei. Chiaro?
Hale annuì e uscì, con discrezione. Jon si assestò sulla poltrona, più sicuro di sé, e guardò il suo ospite che gli stava di fronte, impassibile.
— Immagino che si fidi di quell’uomo — disse Jessad, — e che intenda coinvolgerlo in questo affare. Scelga con prudenza i suoi alleati, signor Lukas.
— Conosco i miei uomini. — Jon Lukas bevve un sorso di caffè bollente. — E non conosco lei, signor Jessad o come si chiama. Non posso consentirle di usare i documenti di mio figlio. Ho trovato una copertura diversa… per lui. Una visita alle miniere dei Lukas; una nave è partita con i suoi documenti a bordo.
Si aspettava una reazione indignata. L’altro si limitò a inarcare educatamente le sopracciglia. — Non ho niente da obiettare. Ma ho bisogno di documenti, e non credo che sia prudente espormi al rischio di un interrogatorio per procurarmeli.
— I documenti si possono ottenere. Quello è il problema minore.
— E il maggiore, signor Lukas?
— Voglio parecchie risposte. Dov’è Dayin?
— Al sicuro, oltre le linee. Non c’è da preoccuparsi. Sono stato mandato qui in base alla supposizione che la sua offerta sia valida. Se non lo è, io morirò… e spero che non sarà così.
— Che cosa può offrirmi?
— Pell — disse sottovoce Jessad. — Pell, signor Lukas.
— E siete disposti a consegnarmela?
Jessad scrollò il capo. — Sarà lei a consegnarla a noi, signor Lukas. Questa è la proposta. La guiderò io. Io sono l’esperto… e lei conosce la stazione. Mi informerà sulla situazione locale.