La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]
- Автор: Черри Кэролайн Джэнис
- Серия: Lega e Confederazione #3
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Club degli Editori
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
— Sarà meglio che la portiamo nel suo alloggio, signor Kressich. Veglieremo su di lei. Fino a quando la faccenda sarà sistemata.
Finì di bere. Uno dei giovani del gruppo di Coledy aveva raccolto le carte che s’erano sparpagliate sul pavimento; le posò sulla scrivania. Kressich si alzò, con le ginocchia ancora deboli, e distolse lo sguardo dal sangue che macchiava la stuoia.
Coledy e quattro dei suoi uomini lo scortarono, passando dalla stessa porta da cui erano usciti Redding e le sue guardie. Raggiunsero il settore dove lui aveva il suo piccolo appartamento; usò la chiave manuale… il computer li aveva isolati, e lì funzionavano solo i comandi manuali.
— Non ho bisogno della vostra compagnia — disse Kressich, seccamente. Coledy gli rivolse un sorriso ironico e s’inchinò.
— Verrò a parlare più tardi — gli disse.
Kressich entrò, chiuse la porta con la chiave manuale, e si fermò, oppresso dalla nausea. Alla fine si lasciò cadere sulla sedia accanto alla porta, cercando di calmarsi.
Nella zona Q la situazione era quasi incontrollabile. I lasciapassare che per alcuni rappresentavano la speranza di uscire dalla quarantena accrescevano la disperazione di coloro che venivano scartati. Restavano i più duri, e la tensione saliva. Le bande regnavano incontrastate. Nessuno era al sicuro, se non apparteneva a una delle organizzazioni… uomo o donna, nessuno poteva camminare indisturbato per i corridoi, se non si era garantito una protezione… e la protezione veniva venduta, in cambio di viveri o di favori, qualsiasi altra merce di scambio. Entravano i medicinali e le droghe, e il vino; i metalli preziosi, tutti gli oggetti di valore uscivano dalla zona Q e finivano nella stazione. Le guardie alle barriere guadagnavano parecchio.
E Coledy vendeva le richieste per ottenere i lasciapassare per uscire dalla zona Q, per trasferirsi sulla Porta dell’Infinito. Vendeva persino il diritto di mettersi in coda per chiedere giustizia. E tutto quello che Coledy e la sua polizia consideravano redditizio. Le bande che vendevano le protezioni avevano l’autorizzazione di Coledy.
C’era solo la speranza sempre più esile della Porta dell’Infinito, e quelli che venivano respinti diventavano isterici, sospettando che negli archivi della stazione fossero stati registrati dati fasulli sul loro conto, macchie nere che li avrebbero fatti restare per sempre in quarantena. Il numero dei suicidi saliva; certuni si abbandonavano a ogni sorta di eccessi nei corridoi dei dormitori, diventati sentine dei peggiori vizi. Alcuni finivano per commettere i reati di cui temevano d’essere stati accusati; e altri diventavano le loro vittime.
— Laggiù li ammazzano! — aveva gridato un giovane che era stato respinto. — Non arrivano alla Porta dell’Infinito; li conducono fuori di qui e li ammazzano, ecco. Non accettano gli operai, non accettano i giovani; portano via i vecchi e i bambini, e li tolgono di mezzo.
— Zitto! — avevano urlato altri, e il giovane era stato picchiato a sangue da altri tre che stavano in fila, prima che la polizia di Coledy riuscisse a tirarlo fuori; ma altri piangevano, e continuavano a fare la coda, stringendo fra le mani i moduli delle richieste.
Lui non poteva chiedere di andarsene. Temeva che Coledy venisse a saperlo, se avesse inoltrato una domanda. Le guardie trafficavano con Coledy, e lui aveva troppa paura. Aveva il vino che arrivava per mezzo del mercato nero, aveva la sicurezza, aveva intorno a sé le guardie di Coledy, e se succedeva qualcosa di male a qualcuno nella zona Q, questi non era certo Vassily Kressich… almeno fino a quando Coledy non l’avesse sospettato di voler rompere il sodalizio.
Cercava di convincersi che faceva del bene. Finché lui restava nella zona Q, e teneva le sue udienze ogni cinque giorni, finché era almeno in condizione di opporsi agli eccessi peggiori, Coledy non avrebbe superato certi limiti. Gli uomini di Coledy ci avrebbero pensato due volte prima di sollevare questioni. Lui manteneva una parvenza d’ordine nella zona Q. Salvava qualche vita. Sapeva fin troppo bene ciò che la zona Q sarebbe diventata senza la sua influenza.
E aveva accesso all’esterno… aveva quella speranza, sempre; se la situazione fosse diventata davvero insostenibile, se fosse venuta la crisi inevitabile… lui avrebbe potuto chiedere asilo. Avrebbe potuto uscire. Non l’avrebbero rimandato li a morire. Non l’avrebbero fatto.
Finalmente si alzò, cercò la bottiglia di vino che teneva in cucina, si versò da bere, tentando di non pensare a quello che era accaduto, a quello che succedeva, a quello che sarebbe accaduto ancora.
Prima dell’indomani mattina, Redding sarebbe morto. Non poteva compiangerlo, vedeva soltanto gli occhi folli dell’uomo che lo fissavano mentre si avventava, sparpagliando le carte, cercando di colpirlo con il coltello… lui, non le guardie di Coledy.
Come se lui fosse il nemico.
Kressich rabbrividì e bevve il vino.
Cambio degli operai. Satin stirò i muscoli indolenziti mentre entrava nel settore fiocamente illuminato; si tolse la maschera e si lavò meticolosamente nell’acqua fresca del bacino. Denteazzurro (che non si allontanava mai troppo da lei, sia di giorno che di notte) la seguì e si accoccolò sulla stuoia, le posò la mano sulla spalla, e si appoggiò dolcemente a lei. Erano stanchi, molto stanchi, perché quel giorno c’era stato un grosso carico da trasferire, e anche se erano le grandi macchine a sbrigare quasi tutto il lavoro, erano i muscoli degli indigeni che caricavano il materiale sulle macchine, mentre gli umani non facevano altro che gridare. Satin prese l’altra mano di Denteazzurro, girò il palmo verso l’alto, sfiorò con le labbra i punti doloranti, si sporse e gli lambì la guancia, dove la maschera aveva irruvidito il pelame.
— Lukas-uomini — ringhiò Denteazzurro. Teneva gli occhi fissi davanti a sé e aveva un’espressione incollerita. Quel giorno avevano lavorato per i Lukas-uomini: alcuni di loro erano gli stessi che avevano causato guai sulla Porta dell’Infinito, alla base. Satin aveva le mani doloranti e le spalle indolenzite, ma si preoccupava per Denteazzurro, con quell’espressione negli occhi. Non era facile far infuriare veramente Denteazzurro. Di solito era molto riflessivo, e mentre pensava non aveva tempo di arrabbiarsi, ma questa volta Satin aveva l’impressione che non avesse separato i due momenti; e se avesse perso la calma avrebbe avuto la peggio, in mezzo agli umani, con i Lukas-uomini intorno. Gli accarezzò il pelame ruvido, fino a quando lui sembrò calmarsi.
— Mangia — gli disse. — Vieni a mangiare.
Denteazzurro girò la testa verso di lei, le passò le labbra sulla guancia, le lambì il pelame, lisciandolo, e la cinse con un braccio. — Vengo — disse; si alzarono e si avviarono lungo la galleria di metallo, fino alla grande stanza dove c’era sempre del cibo pronto ad attenderli. I giovani addetti al servizio distribuivano a ognuno una ciotola abbondante, ed essi si ritirarono a mangiare in un angolo tranquillo. Finalmente, Denteazzurro ritornò di buon umore, ora che aveva la pancia piena, e si leccò le dita con aria estatica e soddisfatta. Arrivò un altro maschio, che rivolse a loro un sogghigno amichevole, finì una ciotola di zuppa di cereali e tornò a prendere una seconda razione.
Avevano simpatia per Colosso, arrivato anche lui dalla Porta dell’Infinito non molto tempo prima, dalla riva del loro stesso fiume, anche se da un altro campo, oltre le colline. Quando Colosso ritornò, altri si raccolsero insieme a loro, creando un’atmosfera d’intimità nell’angolo dove erano seduti. Erano quasi tutti lavoratori stagionali, che venivano su Lassù e poi ritornavano sulla Porta dell’Infinito; erano manovali e non capivano molto di macchine. Questi si comportavano con calore amichevole nei loro confronti. Poi c’erano altri hisa, al di fuori di quella cerchia di amici, i lavoratori permanenti, che sedevano nell’angolo lontano e guardavano nel vuoto, come se la lunga permanenza fra gli umani li avesse cambiati. Molti erano vecchi. Conoscevano i misteri delle macchine, si aggiravano per i tunnel profondi e sapevano i segreti di quei luoghi bui. Stavano sempre in disparte.