La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]
- Автор: Черри Кэролайн Джэнис
- Серия: Lega e Confederazione #3
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Club degli Editori
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
— Ah — mormorarono i presenti, sbalorditi: una compagna del grande Sole! — Ah! — mormorò Satin insieme agli altri, rabbrividì e si tese verso il Vecchio. — Vedremo questa buona umana?
— No — disse laconicamente il Vecchio. — Solo Lily va da lei. E io. Una volta. Una volta l’ho vista.
Satin si ritrasse, profondamente delusa.
— Forse quell’umana non esiste — disse Denteazzurro.
Il Vecchio piegò gli orecchi all’indietro, e tutti gli altri trattennero il respiro.
— È un Tempo — disse Satin. — E il mio viaggio. Veniamo da molto lontano, Vecchio, e non possiamo vedere le immagini e non possiamo vedere la sognatrice; e non abbiamo ancora trovato la faccia del Sole.
Il Vecchio contrasse e distese le labbra, più volte. — Vieni. Te lo mostreremo. Vieni questa notte; la notte successiva toccherà agli altri… se non hai paura. Ti mostreremo un luogo. Non vi sono umani, per un breve tempo. Un’ora, secondo il computo degli umani. Io so calcolarla. Verrai?
Denteazzurro non disse nulla. — Vieni — disse Satin, e sentì la sua riluttanza, quando lo tirò per il braccio. Gli altri non sarebbero venuti. Non c’era nessuno che avesse tanto ardire… o tanta fiducia nel Vecchio sconosciuto.
Il Vecchio si alzò, e con lui si alzarono due suoi compagni. Satin fece altrettanto, e Denteazzurro l’imitò, più lentamente.
— Verrò anch’io — disse Colosso, ma nessuno dei suoi compagni si associò.
Il Vecchio li squadrò con una strana ironia, e indicò loro di seguirlo nelle gallerie, nelle vie interne, dove gli hisa potevano muoversi senza le maschere, nei luoghi bui dove bisognava arrampicarsi sul metallo fragile e persino gli hisa dovevano chinarsi per camminare.
— È pazzo — sibilò Denteazzurro all’orecchio di Satin, ansimando. — E noi siamo pazzi a seguire questo Vecchio squilibrato. Quelli che sono qui da tanto tempo sono tutti strani.
Satin non disse nulla; ascoltava solo il proprio desiderio. Aveva paura, ma seguiva il Vecchio, e Denteazzurro era dietro di lei. Colosso veniva per ultimo. E ansimavano perché dovevano percorrere lunghi tratti stando piegati, o arrampicandosi. Il Vecchio e i suoi due compagni avevano una forza inaudita come se vi fossero abituati e sapessero dove stavano andando.
O forse — quel pensiero raggelò Satin — era un capriccio bizzarro del Vecchio, portarli nelle vie buie, dove avrebbero potuto perdersi e morire. Forse lo faceva per dare una lezione agli altri.
E proprio mentre si convinceva della fondatezza di quella paura, il Vecchio e i suoi compagni si fermarono e si misero le maschere: stavano per entrare in una zona dove c’era l’aria degli umani. Satin si applicò la maschera sulla faccia, e Denteazzurro e Colosso fecero altrettanto, appena in tempo, perché la porta dietro di loro si chiuse mentre quella davanti a loro si aprì su un corridoio luminoso, con il pavimento bianco e il verde delle piante, e qua e là c’erano alcuni umani che si muovevano indaffarati in quello spazio vasto e solitario, così diverso dai moli. Lì c’era pulizia, e luce, e poi un buio immenso, dove il Vecchio intendeva condurli.
Satin sentì la mano di Denteazzurro stringere la sua, e Colosso si avvicinò a tutti e due, mentre avanzavano in un’oscurità ancora più grande della zona luminosa che avevano lasciato, e là non c’erano pareti, ma soltanto il cielo.
Le stelle giravano intorno a loro, abbagliandoli con il loro moto, stelle magiche che cambiavano posizione e splendevano più nitide e luminose di quanto apparissero dalla Porta dell’Infinito. Satin lasciò la mano di Denteazzurro e avanzò, reverente e sbalordita, guardandosi intorno.
E all’improvviso scaturì la luce, un grande disco fiammeggiante screziato di scuro, con enormi lingue di fuoco.
— Il Sole — intonò il Vecchio.
Non c’era fulgore, non c’era l’azzurro, solo la tenebra e le stelle e quel terribile fuoco così vicino. Satin tremava.
— È buio — obiettò Denteazzurro. — Come può esserci la notte dove c’è il Sole?
— Tutte le stelle appartengono alla famiglia del grande Sole — disse il Vecchio. — Questa è una verità. Il fulgore è un’illusione. Questa è una verità. Il grande Sole brilla nell’oscurità, ed è grande, così grande che noi siamo polvere al suo confronto. È terribile, e i suoi fuochi spaventano la tenebra. Questa è una verità. Il-Cielo-la-vede, questo è il vero cielo: questo è il tuo nome. Le stelle sono come il grande Sole, ma lontane, lontane da noi. Questo abbiamo appreso. Guarda! Le pareti ci mostrano Lassù, e le grandi navi, l’esterno dei moli. E quella è la Porta dell’Infinito. Ora la stiamo vedendo.
— Dov’è il campo degli umani? — chiese Colosso. — Dov’è il vecchio fiume?
— Il mondo è rotondo come un uovo, e in parte non è rivolto verso il Sole; così, da quella parte è notte. Forse, se guardate attentamente, potete vedere il vecchio fiume. A me è parso di vederlo. Ma non vedrete mai il campo degli umani. È troppo piccolo sulla faccia della Porta dell’Infinito.
Colosso si strinse le braccia e rabbrividì.
Ma Satin si avviò fra le tavole, avanzò nel luogo luminoso dove il grande Sole splendeva nella sua verità, vincendo la tenebra… era terribile, arancione come il fuoco, e riempiva tutto con il suo terrore.
Pensò alla sognatrice, chiamata Il-Sole-è-suo-amico, i cui occhi erano sempre riscaldati da quella vista, e si sentì rizzare il pelo sulla nuca.
Spalancò le braccia e si voltò, abbracciando il Sole e le sue sorelle lontane, e rimase senza fiato, perché era arrivata al luogo che era la meta del suo pellegrinaggio. Si riempì gli occhi di quella visione, mentre il Sole la guardava: e non sarebbe più stata la stessa, mai più.
CAPITOLO QUARTO
La Norway non era la prima nave che si avvicinava a quel frammento planetario di roccia e di ghiaccio, visibile solo quando occultava le stelle. Altre l’avevano preceduta in quel rendezvous senza sole. Omicron era un vagabondo: un detrito fra le stelle. Ma la sua ubicazione era prevedibile e offriva una massa sufficiente per essere individuata, uscendo dal balzo… un luogo sperduto come pochi altri, scoperto casualmente da Sung della Pacific, molto tempo prima, e da allora usato dalla Flotta. Era uno di quei frammenti tanto temuti dai mercantili che viaggiavano a velocità inferiori a quelle della luce, e che le navi iperspaziali con missioni particolari preferivano tenere segreti.
I sensori captavano un’attività, la presenza di molte navi, trasmissioni che provenivano da quella notte eterna. I computer si scambiavano freneticamente informazioni, mentre si avvicinavano; e Signy Mallory seguiva attentamente i rilevamenti telemetrici, lottando contro l’ipnosi causata dal balzo e dalle necessarie droghe. Lanciò la Norway alla massima velocità nello spazio reale, dirigendosi verso quei segnali, con la sensazione che qualcosa la seguisse; si affidò alla precisione del suo equipaggio e tenne la nave sotto controllo, per quei pochi drammatici minuti in cui veniva sfiorata la velocità della luce, e durante i quali potevano contare solo sull’approssimazione.