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READ-E-BOOK » Научная фантастика » La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]
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La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]

Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:

L’impero della Terra si estende attraverso una miriade di mondi, mondi antichi ma anche giovani e freschi e ribelli, disseminati nella sconfinata immensità degli spazi galattici. Un impero richiede forza e controllo: un impero diffuso attraverso gli anni luce è un impero destinato a sfaldarsi sotto la spinta di innumerevoli forze disgregatrici. Le colonie stellari più remote sono ansiose di affrancarsi dal gioco pesante del pianeta madre… che ha creato un’avida compagnia interstellare, la Multiplanetaria del Sole, per privare di ogni ricchezza i mondi dei pionieri. Ma la Lega delle Grandi Stelle decide di opporsi a queste spinte contraddittorie... e il nodo cruciale della situazione diventa una titanica stazione siderale situata nel sistema nel Sole di Pell, una colossale base cosmica nota nella Galassia umana come “la Porta dell’Infinito”. E in questa complessa partita a scacchi tra la Terra e la Confederazione dei Grandi Abissi, s’inserisce il fattore vitale della Lega dei Mondi Ribelli… uno scontro tra forze contrastanti ciascuna delle quali può muovere le stelle e i soli della Galassia, forze tra le quali nessuna sembra avere la possibilità di vincere realmente la battaglia… Un gigantesco, splendido affresco galattico, uno dei grandi cicli della fantascienza moderna: tutto questo, e molto di più, è La Lega dei Mondi Ribelli.

Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
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— Tutto bene? — gli chiese Damon.

Josh annuì, preoccupato di non sprecare il tempo, come sempre quand’era in compagnia di Damon. Cercava disperatamente di mantenere l’equilibrio, di camminare sul filo di una fiducia eccessiva da una parte e dall’altra… il terrore di fidarsi di qualcuno. Detestava essere solo… non aveva mai… qualche volta c’erano certezze che balenavano nella sua memoria frammentata, concrete come verità… non gli era mai piaciuto star solo. Damon si sarebbe stancato di lui. La novità avrebbe perduto ogni interesse. La sua compagnia sarebbe diventata opprimente, dopo un po’.

E allora sarebbe rimasto solo, con una mente dimezzata e una libertà fittizia, nella prigione che era Pell.

— C’è qualcosa che ti preoccupa?

— No. — E disperatamente, cercò di cambiare argomento, perché Damon si era lamentato di non avere compagnia per venire in palestra: — Credevo che qui avremmo trovato Elene.

— La gravidanza comincia ad appesantirla un po’. Non se la sente.

— Oh. — Josh batté le palpebre e deviò lo sguardo. Era una domanda intima; si sentiva un intruso… era ingenuo, in queste cose. Le donne… pensava di averne conosciute, ma non donne incinte, non un rapporto come quello che c’era fra Damon ed Elene… permanente. Ricordava qualcuna che aveva amato. Più vecchia. Era passato. Un amore giovanile. Cercava di seguire quei fili conduttori, ma si aggrovigliavano. Non voleva pensare a Elene, così. Non poteva. Ricordava certi avvertimenti… menomazione psicologica, l’avevano chiamata. Menomazione…

— Josh… ti senti bene?

Lui batté di nuovo le palpebre: sarebbe diventato un tic nervoso, se l’avesse lasciato continuare.

— C’è qualcosa che ti rode.

Josh fece un gesto rassegnato: non voleva essere costretto a discuterne. — Non so.

— Sei preoccupato per qualcosa.

— Niente.

— Non ti fidi di me?

La vista di Josh si annebbiò. Il sudore gli cadeva negli occhi. Si asciugò la faccia.

— Va bene — disse Damon, come se ci credesse veramente.

Josh si alzò, avvicinandosi alla porta della cabina di legno, per creare una distanza fra loro. Aveva lo stomaco in subbuglio.

— Josh.

Un luogo buio, un luogo stretto… poteva fuggire, liberarsi. Ma così lo avrebbero arrestato, lo avrebbero rimandato all’ospedale fra quelle pareti bianche.

— Hai paura? — gli chiese apertamente Damon.

Il colpo arrivò a segno. Josh fece di nuovo quel gesto rassegnato, a disagio. Il suono di altre voci divenne come un silenzio, un rombo che sfocava i contorni della loro cabina.

— Che cosa pensi? — chiese Damon. — Che non sia sincero con te?

— No.

— Che non puoi fidarti di me?

— No.

— E allora che cosa?

Josh stava per vomitare. Urtava sempre quella barriera quando superava il condizionamento… lo sapeva.

— Vorrei che parlassi — disse Damon.

Josh si voltò a guardarlo, con le spalle contro la parete di legno. — La smetterai — disse, stordito, — quando ti sarai stancato del progetto.

— Smetterò cosa? Stai tornando all’idea dell’abbandono?

— Allora che cosa vuoi?

— Tu credi di essere una curiosità — domandò Damon, — o che altro?

Josh soffocò un attacco di bile.

— Hai avuto questa impressione — chiese Damon, — da me e da Elene?

— Non voglio pensarlo — riuscì a dire lui, finalmente. — Ma io sono una curiosità, se non altro.

— No — disse Damon.

Sulla guancia di Josh, un muscolo cominciò a vibrare. Sedette sulla panca e cercò di arrestare quel tic. C’erano le pillole, ma aveva smesso di prenderle. Avrebbe preferito continuare, però, per stare tranquillo e non pensare. Andarsene da lì, non essere più sondato.

— Ci sei simpatico — disse Damon. — Questo non ti va?

Josh rimase seduto, paralizzato, con il cuore che martellava.

— Vieni — disse Damon, alzandosi. — Sei stato anche troppo qui al caldo.

Anche Josh si alzò; aveva le ginocchia deboli, la vista offuscata dal sudore e dal caldo e dalla gravità ridotta. Damon gli porse la mano. Ma lui si ritrasse e lo seguì lungo il corridoio verso le docce in fondo al locale.

Il vapore più fresco gli schiarì un po’ la mente. Rimase nella cabina un po’ più a lungo del necessario, aspirò l’aria frizzante, e uscì più calmo; si avvolse nell’asciugamano e ritornò nello spogliatoio. Damon lo seguì. — Mi dispiace — disse Josh.

— Questione di riflessi — disse Damon. Aggrottò la fronte, lo prese per un braccio, prima che lui si voltasse dall’altra parte. Josh arretrò di scatto, urtando rumorosamente contro l’armadietto.

Un posto buio. Un caos di corpi. Mani che lo stringevano. Scacciò dalla mente quei pensieri, si appoggiò al metallo, rabbrividendo, fissando la faccia ansiosa di Damon.

— Josh?

— Mi dispiace — ripeté lui. — Mi dispiace.

— Sembravi sul punto di svenire. È stato il caldo?

— Non so — mormorò Josh. — Non so. — Si avvicinò alla panca, sedette per riprendere fiato. Dopo un momento si sentì meglio. Il buio si allontanò. — Mi dispiace, veramente. — Era depresso, convinto che Damon non l’avrebbe sopportato ancora per molto. La depressione aumentava. — Forse farei meglio a tornare in ospedale.

— A questo punto?

Josh non voleva pensare alla sua stanza, la camera spoglia nel ricovero, tetra, con le pareti nude. All’ospedale conosceva un sacco di gente e i dottori lo conoscevano, e potevano occuparsi di quei problemi, anche se erano motivati soltanto dal dovere.

— Chiamerò l’ufficio — disse Damon. — E avvertirò che sarò lì più tardi. Ti porterò all’ospedale, se senti di averne bisogno.

Josh si prese la testa fra le mani. — Non so perché faccio così — disse. — Ricordo qualcosa. Non so cosa. Mi prende allo stomaco.

Damon restò seduto a cavalcioni della panca, e attese.

— Capisco — disse alla fine, e Josh alzò gli occhi, ricordando con inquietudine che l’altro aveva accesso a tutta la sua documentazione.

— Che cosa?

— Forse là dentro era soffocante. Molti profughi si fanno prendere dal panico, in queste condizioni. È come una cicatrice.

— Ma io non sono arrivato con i profughi — disse Josh. — Questo lo ricordo.

— E che altro ricordi?

Un tic scosse la faccia di Josh. Si alzò, cominciò a vestirsi, e dopo un attimo Damon fece altrettanto. Altri uomini passavano davanti a loro, ed ogni volta che la porta si apriva, entravano le grida dall’esterno, il solito chiasso della palestra.

— Davvero vuoi che ti porti all’ospedale? — chiese finalmente Damon.

Josh infilò la giacca. — No. Sto meglio. — Ne era convinto: sebbene avesse ancora freddo, i vestiti lo avrebbero riscaldato. Damon aggrottò la fronte, indicò la porta. Uscirono nell’anticamera fredda e presero l’ascensore con altre cinque o sei persone precipitando a ritmo vertiginoso verso la gravità dell’involucro esterno. Josh trasse un profondo respiro, si avviò barcollando leggermente, fermandosi in mezzo al vortice della folla in movimento.

Damon lo prese per il gomito, e lo guidò gentilmente verso una panchina lungo la parete del corridoio. Per lui fu un sollievo sedersi, riposare un momento e guardare la gente che passava. Non era al livello dell’ufficio di Damon, bensì su un livello verde. La musica che arrivava dal salone fluttuava verso di loro. Avrebbero dovuto continuare a scendere, e s’erano fermati. Un’idea di Damon. Sulla strada verso l’ospedale, pensò Josh. O solo in un posto dove riposare. Rimase seduto, riprendendo fiato.

— Un po’ di vertigine — confessò.

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