La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]
- Автор: Черри Кэролайн Джэнис
- Серия: Lega e Confederazione #3
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Club degli Editori
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
— Forse sarebbe meglio se tu tornassi all’ospedale almeno per un controllo. Non avrei dovuto insistere a portarti là.
— Non è stato tutto quel moto. — Josh si piegò, appoggiando la testa sulle mani, respirò lentamente, e alla fine si raddrizzò. — Damon, i nomi… tu conosci i nomi che ci sono nel mio fascicolo. Dove sono nato?
— Sy Cyteen.
— Il nome di mia madre… lo conosci?
Damon aggrottò la fronte. — No. Non l’hai detto. Parlavi soprattutto di una zia. Si chiamava Maevis.
Il viso della donna anziana si riaffacciò nella memoria di Josh, in una calda luce di familiarità. — La ricordo.
— Avevi dimenticato anche questo?
Il tic ricominciò. Josh si sforzò di ignorarlo, cercando disperatamente di essere normale. — Non posso sapere che cosa sia un ricordo e che cosa sia invece frutto dell’immaginazione o dei sogni. Prova ad affrontare qualcosa, quando non conosci le differenze e non sai distinguere.
— Il nome era Maevis.
— Sì. E vivevi in una fattoria.
Josh annuì, aggrappandosi alla visione improvvisa di una strada soleggiata di campagna, una staccionata malconcia… percorreva spesso quella strada, nei sogni, i piedi nudi nella polvere, una casa prefabbricata, una cupola scrostata… ce n’erano molte, un campo dopo l’altro, dorato nel sole. — Una piantagione. Molto più grande di una fattoria. Vivevo là… vivevo là, prima di andare alla scuola militare. È stata l’ultima volta che mi sono trovato su un pianeta… no?
— Non ne hai mai nominati altri.
Josh restò immobile un momento, aggrappandosi all’immagine, esaltato da quella cosa bella, calda, reale. Cercò di ritrovare i dettagli. La grandezza del sole nel cielo, il colore dei tramonti, la strada polverosa che conduceva al piccolo insediamento. Una donna grande e grossa, dolce, rassicurante, e un uomo magro e preoccupato, che inveiva sempre contro il clima. I frammenti andarono a posto. Casa sua. Quella era casa sua. La nostalgia lo divorava. — Damon — disse, facendosi coraggio… perché non c’era soltanto quel sogno piacevole. — Non hai motivo di mentirmi, vero? Eppure l’hai fatto… quando ti ho chiesto la verità, poco fa… a proposito dell’incubo. Perché?
Damon lo guardò, a disagio.
— Ho paura, Damon. Ho paura delle menzogne. Lo capisci? Ho paura di altre cose. — Balbettava in modo frenetico, irritato con se stesso, con i muscoli scossi da un tremito, la lingua che non riusciva ad articolare i concetti, e la mente che sembrava un colabrodo. — Dimmi i nomi, Damon. Hai letto il mio fascicolo. Lo so. Dimmi come sono arrivato a Pell.
— Quando c’è stato il disastro di Russell. Come tutti gli altri.
— No. Incomincia da Cyteen. Dimmi i nomi.
Damon appoggiò un braccio sullo schienale della panchina, e lo guardò aggrottando la fronte. — Il primo incarico che hai nominato era su una nave di nome Kite. Non so per quanti anni; forse è stata l’unica nave. Mi sembra di capire che ti avevano portato via dalla fattoria, per mandarti alla scuola militare, o come altro si chiama. Hai studiato da operatore ai sistemi di difesa. Immagino che la nave fosse molto piccola.
— Un ricognitore — mormorò Josh; e vide mentalmente l’interno del Kite, dove l’equipaggio doveva muoversi a fatica a gravità zero. Un lungo periodo nella stazione Fargone; tanto tempo là… e fuori, in servizio di pattuglia; fuori, in missione, a cercare tutto quello che potevano vedere. Kitha… Kitha e Lee… la piccola Kitha… per lei aveva provato un affetto particolare. E Ulf. Ritrovava i volti, lieto di rammentarli. Avevano lavorato fianco a fianco… in più di un senso, perché quelle navi piccole e velocissime non avevano cabine né intimità. Erano stati insieme… per anni. Anni.
Adesso erano morti. Era come perderli di nuovo.
Attento! aveva gridato Kitha; anche lui aveva urlato qualcosa, rendendosi conto che erano stati individuati: un errore di Ulf. Lui sedeva disperato davanti al quadro, e non poteva puntare nessun cannone per scongiurare il pericolo. Scacciò quel ricordo.
— Qualcuno mi salvò — disse.
— Fu una nave chiamata Tigris a colpirti — disse Damon. — Una corazzata. Ma fu un mercantile a puntare su di voi, dopo aver individuato il vostro segnale.
— Continua.
Damon rimase in silenzio per un attimo, come se riflettesse, e non volesse continuare. Josh divenne sempre più ansioso. — Tu fosti portato alla stazione — disse alla fine Damon. — A bordo di un mercantile… eri piuttosto grave, ma non avevi ferite. Lo choc e il freddo, credo… il tuo sistema di supporto vitale aveva cominciato a guastarsi, e per poco non eri morto.
Josh scrollò la testa. Era tutto avvolto nella nebbia, un ricordo freddo e lontano. Ricordava i moli, i dottori; gli interrogatori, le domande che non finivano mai.
La folla. La folla che urlava. I moli e una guardia che cadeva. Qualcuno aveva sparato freddamente in faccia all’uomo, mentre lui giaceva a terra stordito. Morti dovunque, travolti, calpestati, un’ondata di gente davanti a lui e uomini intorno a lui… truppe corazzate.
Hanno i fucili! aveva gridato qualcuno. E si era scatenato il panico.
— Ti hanno raccolto a Mariner — disse Damon. — Dopo la sua esplosione, quando stavano cercando i superstiti di Mariner.
— Elene…
— Ti hanno interrogato a Russell — disse sottovoce Damon, ostinatamente. — Erano alle prese con… non so che cosa. Avevano fretta e paura. Hanno usato le tecniche illegali… come l’Adattamento. Volevano informazioni da te, i programmi, i movimenti delle navi, tutto il resto. Ma tu non eri in grado di dirglielo. Eri su Russell quando è incominciata l’evacuazione, e sei stato trasferito a questa stazione. Ecco com’è andata.
Uno scuro cordone ombelicale, dalla stazione alla nave. Truppe e fucili.
— Su una nave da guerra — disse Josh.
— La Norway.
Josh sentì un nodo alla gola. La Mallory. La Mallory e la Norway. Graff. Ricordava. L’orgoglio… era morto là. Lui era diventato nulla. Chi era, che cos’era… alle truppe e all’equipaggio non importava. Non era neppure odio, ma amarezza e noia, una crudeltà nella quale lui non contava, era solo una cosa viva che sentiva il dolore, sentiva la vergogna… urlava quando l’orrore diventava insopportabile, e si rendeva conto che non importava a nessuno… e allora smetteva di urlare, o di sentire, o di lottare.
Vuoi tornare da loro? Sentiva persino il tono di voce della Mallory. Vuoi tornare? No, lui non voleva. Non voleva nulla, allora, non voleva sentire nulla.
Era questa l’origine degli incubi, le figure nere e confuse, che di notte lo svegliavano.
Annuì, lentamente.
— Lì sei entrato in detenzione — disse Damon. — Sei stato raccolto; portato prima su Russell; poi sulla Norway; e infine qui. Se credi che abbiamo inserito qualche falso ricordo nel tuo Adattamento… la risposta è no. Credimi. Josh?
Josh sudava. E lo sentiva. — Sto bene — disse, sebbene per un momento faticasse a respirare. Aveva lo stomaco contratto. Il senso di soffocamento, emotivo o fisico, gli faceva quell’effetto; adesso se ne rendeva conto. Cercò di dominarsi.
— Resta qui seduto — disse Damon; si alzò prima che lui potesse obiettare, ed entrò in uno dei negozi lungo il corridoio. Josh rimase seduto, obbediente, con la testa contro la parete, e finalmente il battito del suo cuore ritornò normale. Ricordò che era la prima volta che si trovava libero, da solo, se escludeva il tragitto dall’ufficio alla sua stanza nel vecchio ricovero. Gli dava la strana impressione di essere nudo. Si chiese se quelli che passavano di lì sapessero chi era. Quell’idea lo spaventò.