La carezza della paura [The Pet - it]
- Автор: Грант Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-0762-2
- Переводчик: Paola Formenti
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:
Si svegliò alle tre meno dieci, con il viso imperlato di sudore, e si mise a osservare il soffitto dove le ombre si stavano restringendo per la luce già calante del sole.
Norman sedeva nel suo ufficio, senza fare niente di particolare; aspettava che la porta si aprisse da un momento all’altro e che Harry entrasse a riferirgli che lo sciopero degli insegnanti, organizzato per il giorno prima, era stato spostato nel pomeriggio. Ma sembrava che Falcone si fosse reso conto dell’umore del preside, perché se ne stava alla larga, e per questo favore Norman sacrificò mentalmente l’anima di sua moglie a Dio come ringraziamento.
Falcone l’aveva baciata. Di fronte a centinaia di persone, quel figlio di puttana le aveva messo le mani addosso e l’aveva baciata.
«Cristo», esclamò. «Cristo.»
Le telefonate venivano accuratamente selezionate dalle segretarie per cercare di rallegrare un po’ il suo cattivo umore almeno entro la fine dell’ultima lezione. Qualche reporter che veniva da fuori città, qualche membro del consiglio, qualche conoscente che voleva farlo finalmente sorridere.
Subito dopo, chiamò anche il sindaco per suggerire di non perdere più tempo e di incontrarsi per discutere su chi avrebbe potuto sostituirlo. Anthony Garziana stava preparandosi per andare in pensione; aveva diretto Ashford per una decina di anni ed era stanco, non vedeva l’ora che arrivasse il giorno in cui avrebbe potuto impacchettare la sua giovane moglie e la famiglia per andarsene nella sua tenuta sul Golfo del Messico, appena fuori Tampa. Non dava l’impressione del sindaco deputato; gli piaceva lo stile di Boyd e il modo in cui aveva oscurato il grande giorno di Don con qualcosa di suo. Ci vuole del fegato, aveva detto Garziana; Don, gli aveva detto Norman, avrà una medaglia e potrà essere generoso.
Splendido, pensò, e si alzò per stirarsi le gambe. Cristo, aspetta che lo venga a sapere Joyce. Diventerà isterica; rifarà l’arredamento della casa del sindaco prima della fine dell’anno.
Sorrise e decise di andare a fare una passeggiata attorno alla scuola, uscì dalla porta privata e si scontrò quasi immediatamente con Tracey Quintero. Farfugliò qualche scusa, lui la prese per una spalla, la fece calmare e le disse sottovoce quanto fosse orgoglioso di lei.
Tracey si agitò. «Io? Non ho fatto niente.» «Hai chiamato la polizia quella notte … quella notte.» Le si rabbuiò il viso. «Ma l’ho fatto troppo tardi.» «Ma hai fatto paura a quell’uomo, Tracey, gli hai messo paura. L’hai costretto a commettere un errore e ha pagato per questo. E molti di noi ti sono riconoscenti per questo.»
L’espressione della ragazza si fece per un attimo dubbiosa. Arrossì timidamente e poi proseguì, lisciandosi con le mani la camicetta sullo stomaco e sui fianchi per l’imbarazzo, fino alla toilette per le ragazze.
Era sola. Si fermò davanti allo specchio che copriva tutta la parete e si controllò i capelli e la figura, poi aprì il rubinetto dell’acqua fredda per farla scorrere sui polsi. Avrebbe dovuto essere a zoologia, ma aveva la mente un po’ offuscata e aveva chiesto il permesso di uscire; sarebbe rientrata dopo aver controllato le sue condizioni. Era stupido, ma così stavano le cose, e dopo lo strano scontro con il padre di Don si era sentita ancora più confusa.
La notte prima avrebbe voluto restare nel parco anche dopo il concerto, ma suo padre aveva insistito perché tornasse a casa con lui. Era imbarazzato da tutta l’attenzione di cui era stato fatto oggetto e aveva insistito perché anche Thomas Verona ricevesse i suoi complimenti. Nessuno l’aveva ascoltato. Era stato Luis ad arrivare sul luogo, mentre Verona rimaneva in macchina; era stato Luis a scoprire quello che aveva fatto Donald.
La notte della morte dello Squartatore, lei gli aveva domandato che cosa aveva visto. Giravano delle chiacchiere, e non c’era assolutamente la possibilità di trovare libera la linea telefonica dei Boyd. Voleva sapere. Lui non aveva detto niente. Le aveva ricordato con crudeltà che al posto di Amanda avrebbe potuto esserci lei se avesse inciampato, o se si fosse voltata per usare il tubo che stava portando; avrebbe potuto essere lei quella per cui la scuola era rimasta chiusa. Lui si era infuriato, ma si era anche commosso.
Lei non gli aveva creduto.
Persino in quel momento, mentre stava aggiustandosi i vestiti che comunque stavano bene com’erano, non riusciva a immaginarsi Don che picchiava un uomo a morte, non nel modo in cui suo padre gliel’aveva raccontato. Un colpo in testa, sì; un bel colpo o due sulla tempia, certo; ma non in modo da frantumare letteralmente quell’uomo. E quando aveva sentito parlare in televisione di ondate di adrenalina e di rabbia isterica, ancora non era riuscita a crederci. Avrebbe dovuto pensare a Don come a qualcuno che non conosceva.
Jeff aveva detto che Don stava cambiando; e forse anche lei stava cambiando. Come poteva restare quella di prima, mentre sognava tutte le notti la corsa lungo il viale, lo Squartatore all’inseguimento, Amanda che si agitava come se fosse intrappolata da una rete invisibile mentre l’assassino la trascinava dentro il parco … e intanto Tracey guardava, e urlava, e si risvegliava come se qualcuno le avesse dato un calcio nel costato.
Quella sera, si sarebbe decisa. Quella sera gli avrebbe telefonato, e se non ci fosse riuscita, sarebbe andata da lui. A prescindere da ciò che le poteva ordinare suo padre, sarebbe andata da lui per parlare. Non sapeva perché, sapeva solo di doverlo fare e questo, più di ogni altra cosa, stava alla base della sua confusione.
«Che disastro, Quintero», disse alla sua immagine riflessa. «Es verdad, sei un disastro.»
Dopo essersi data un pizzicotto alle guance per riportare un po’ di colore al viso, tornò nel corridoio, guardò da tutte e due le parti e imboccò le scale. Sul primo pianerottolo si fermò, chiedendosi se fosse il caso di tornare in classe, scrollò le spalle e proseguì, infilò il corridoio di sopra e girò a destra proprio mentre Brian Pratt faceva capolino dalla fila di armadietti.
«Ehi!» le disse, prendendola per un braccio mentre cercava di sorpassarlo.
«Brian, devo tornare in classe, okay?»
«Dio», rispose lui, «potresti dire ciao, almeno.»
«Ciao.» Scostò la sua mano e se ne andò di corsa, guardandosi alle spalle solo una volta, tremando al pensiero che Ashford Sud avrebbe potuto vincere l’indomani. Se lui avesse avuto la sua parte di gloria, sarebbe diventato anche più insopportabile di prima. Poi si ricordò di Jeff che le aveva parlato di Don e di come Don era andato in giro a chiedere a tutti se non fosse per caso la ragazza di Brian. Il pensiero le fece piacere e si massaggiò la nuca inconsciamente, mentre sorrideva, poi, improvvisamente, si voltò verso la porta della classe.
Brian era rimasto nello stesso posto e scuoteva il capo. Non poté resistere e gli mandò un bacio prima di entrare in classe.
Brian sorrise stupidamente, si avviò verso di lei, ma poi si fermò quando la vide entrare in classe e scrollò le spalle. Non aveva importanza. L’aveva colpita, un’altra conquista per Pratt; e questa era anche meglio di altre, perché girava voce che fosse la ragazza di Paperino.
Paperino.
Cristo, si sarebbe messo a vomitare se qualcuno avesse menzionato ancora una volta il nome di quello stronzo. Per tutto il giorno non aveva sentito parlare di altro che di Don che aveva fatto questo e Don che aveva fatto quello. Don aveva fatto il mondo in sette maledetti giorni, e la prossima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata quella di camminare sulla fottutissima acqua.