La carezza della paura [The Pet - it]
- Автор: Грант Чарльз
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-0762-2
- Переводчик: Paola Formenti
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «La carezza della paura [The Pet - it]». Краткое содержание книги:
Cupo. Sordo. Ferro contro ferro.
L’applauso si fece più forte e quando raggiunse la posizione tra il capo della polizia e il sindaco, cercò di sorridere timidamente, incapace di vedere niente al di là della barriera di luci bianche.
Il sindaco disse qualcosa — Don sentì menzionare il nome di Amanda e notò il silenzio che ne seguì — e aggiunse qualcos’altro prima di stringergli vigorosamente la mano; e improvvisamente apparvero altre persone che si inginocchiavano, si azzuffavano per riprenderlo con le telecamere, mentre i flash lampeggiavano, e urlavano consigli per prendere una posa piuttosto di un’altra, si calpestavano, si schiacciavano l’uno contro l’altro, come un’idra dagli occhi bianchi.
Il capo della polizia disse qualcosa e gli porse il pacchetto. La sua medaglia, un certificato e un ringraziamento ufficiale della città alla quale aveva risparmiato ulteriori dolori.
L’applauso gli stordì le orecchie, il sindaco gli diede una pacca sulla spalla e il capo della polizia gli strinse la mano senza nemmeno guardarlo in faccia. Poi si ritrovò di fronte al microfono e tutto taceva. Si sentiva solo il fruscio delle telecamere che lo stavano inquadrando, lo scalpiccio dei piedi che si muovevano sull’erba e lo scricchiolio di alcune sedie.
Tutto taceva e gli ci volle qualche istante per rendersi conto che lo volevano sentir parlare. Doveva dire qualcosa. Doveva spiegare a tutti come un ragazzo aveva potuto picchiare a morte un assassino.
Da qualche punto nell’oscurità, oltre la barriera di luci, si levò una voce: «Ehi, Paperino, di’ loro che è stato il corvo gigante».
Alzò di scatto lo sguardo, alla ricerca della voce e delle risate che seguirono.
«Io…»
Non era abbastanza vicino al microfono e soltanto il sindaco fu in grado di sentire la sua voce. La risata continuò e si allargò alimentando il suo nervosismo, mentre la folla lo guardava, sperando di convincerlo che si trattava solo di una burla e che la gratitudine non era scomparsa.
Il sindaco gli diede una leggera pacca sulla nuca e lo spinse un po’ più in avanti; il capobanda si schiarì la voce. La risata si spense e tornò la quiete.
Si sentiva solo il vento fra gli alberi.
Abbassò gli occhi e vide i suoi genitori — Joyce stava asciugandosi una lacrima e Norman aveva un’aria corrucciata; alle loro spalle notò Tracey, aggrappata al braccio di suo padre.
«Grazie», riuscì infine a dire e si allontanò dalla piattaforma prima che qualcuno lo potesse fermare.
Ci fu un applauso leggero e breve, e quando raggiunse il suo posto, il capobanda aveva già iniziato a battere la bacchetta.
La stazione di polizia era deserta, a eccezione dell’appuntato e del fattorino e di Thomas Verona, che si trovava al secondo piano in un ufficio che dava sulla via principale. Il suo turno finiva a mezzanotte, ma si sentiva come se le tre fossero già passate da un pezzo — aveva gli occhi annebbiati, le mani tremanti e ogni volta che cercava di concentrarsi su qualcosa per più di qualche minuto, tutto cominciava a girargli attorno tanto vorticosamente da costringerlo a chiudere forte gli occhi per non perdere l’equilibrio.
Si massaggiò la guancia mentre guardava fuori dalla finestra. I pedoni erano pochi e le macchine che si fermavano al semaforo all’angolo erano per la maggior parte di cittadini circostanti; passavano solo per tornare a casa. Cominciò a grattarsi l’altra guancia, mentre immaginava di assistere al concerto. Susan era presente, sedeva con i Quintero e si augurava di poterli raggiungere. Ma non ci sarebbe riuscito. Era la sera di Luis, non la sua — era stato Luis a trovare il ragazzo e a prendersi cura di lui in attesa dell’ambulanza, era stato Luis che era riuscito a chiarire l’incidente tra un autobus e una macchina che aveva oltrepassato la divisione del viale.
Luis Quintero meritava tutta l’attenzione possibile; d’altra parte, qualcuno doveva restare alla centrale quando mancava qualche collega.
Però sarebbe stato carino poter essere seduto accanto a Susan e tenerla per mano. Sarebbe stato molto meglio che stare seduto in quell’ufficio.
«Merda», mormorò e si allontanò dalla finestra. Appoggiò i palmi delle mani sulla scrivania e fissò la pila di cartellette che aveva di fronte. I risultati degli esami sulle ferite di Falwick. I risultati degli esami su Amanda Adler e sulle altre vittime dello Squartatore. I risultati degli esami del sangue trovato sui vestiti e sulle mani di Boyd. Il rapporto dell’autopsia. Le sfiorò con un dito e tremò. Burocraticamente, si trattava solo di indizi preliminari, ma, per lui, erano certamente sufficienti per chiudere tutto, archiviare e passare a qualcos’altro.
Ma non ci riusciva.
Continuava a ripensare all’esile figura del ragazzo disteso sul letto d’ospedale, che comunicava paura solo con lo sguardo e nel modo di parlare, e che evitava di rispondere veramente alle domande che gli ponevano. C’era qualcosa che non andava. Quel comportamento lasciava pensare che il ragazzo volesse nascondere qualche cosa, per coprire una banda che aveva appena fatto a pezzettini un sergente in pensione. Lui l’aveva sospettato fino a quando erano arrivati i primi risultati e aveva capito di aver sbagliato, un’altra ipotesi campata per aria.
Un ragazzo. Una vittima.
Il rumore di passi nel corridoio gli fece alzare lo sguardo in tempo per vedere un uomo in giacca bianca che passava davanti alla sua porta aperta.
«Ciao, Ice.»
I passi si fecero esitanti e tornarono indietro. Sulla porta si affacciò un uomo basso, dai capelli riccioluti e dallo sguardo costantemente malinconico. «Che devozione! Non ti capisco», gli disse.
Verona gli sorrise, alzò il dito medio e lo batté su un foglio di carta verde. «Questa cosa qui.»
Ice Ronson si allungò senza spostarsi dalla sua postazione. «Esatto, Tom. È un pezzo di carta.»
«È il caso Boyd.»
«Okay. È un pezzo di carta che riguarda il caso Boyd.»
Tolse un pezzo di gomma da masticare dal taschino della giacca e se lo mise in bocca. Fece un palloncino e lo risucchiò prima che potesse scoppiare. «E allora?»
«E allora, chi ci ha lavorato sopra? Non riconosco la firma qui sotto.»
Alzò il foglio e aspettò che Ronson attraversasse la stanza per andare a vedere. «Cristo, voi altri non sapete nemmeno scrivere i vostri nomi, eccetto che sugli assegni.»
«Ehi, amico, non è facile stare in trincea», ribatté Ronson, estraendo un paio di occhiali dallo stesso taschino della gomma. «Dobbiamo lavorare con sostanze chimiche particolari, con misure delicate, tenendo continuamente presente che la vita di un uomo è appesa a un … merda, ma è impossibile! Perché non ti prendi una lampada decente, eh? Si diventa ciechi qui dentro.» Spostò il documento sotto la luce fluorescente che pendeva dal soffitto. «Oh, sì, è Adam. È la sua firma.»
«Adam?»
Ronson sospirò per l’ignoranza della gente con cui doveva lavorare. «Adam Hedley, non lo conosci? Un chimico davvero brillante che perde tempo a insegnare al liceo. Gli piace il lavoro della polizia e lo fa nel tempo libero, quando non deve curare i mocciosi. Sai, potrebbe fare il libero professionista, guadagnerebbe il quadruplo di adesso. È uno stupido, se vuoi sapere la mia opinione. Ma è un genio.»
Verona annuì. «Buon per lui. Ma anche Einstein si è sbagliato, una volta in vita sua.»
«Anche tre.»
«Ice, guarda, c’è qualcosa che non va, vero?»
Ronson alzò le mani. «Tom, ti ho detto che l’ha fatto Adam.»
«Allora l’ha fatto sbagliato.»
Ronson si appoggiò sull’orlo della scrivania e scosse la testa. «Io posso farlo sbagliato, capo, ma non Adam. È un maniaco. Ripete un test un miliardo di volte e continua a spedire reperti all’FBI, nel caso si fosse sbagliato.»
Verona si appoggiò all’indietro. «Be’, questa volta si è sbagliato.»